Ignazio Marino indagato dalla Procura di Roma e 25 consiglieri che hanno (di nuovo) accompagnato il sindaco di Roma all’uscita del Campidoglio, per l’ultima volta. Nel giorno decisivo, nel quale il Pd è riuscito finalmente a staccare la spina, dopo giorni di trattative senza esito e dopo le dimissioni del 12 ottobre ritirate Marino ha continuato a battersi fino all’ultimo: “C’è una cosa che il Paese dovrebbe domandarsi – dice nell’ennesima conferenza stampa, questa volta all’Auditorium della Musica – perché un sindaco è così ostinato e determinato a voler andare in consiglio e spiegare ogni aspetto della questione ai romani e agli italiani davanti alle telecamere perché la politica in ogni modo e con ogni strumento, compreso quello delle dimissioni di massa, vuole evitare una spiegazione pubblica“. Ma quell’occasione pubblica, un confronto con lui che parla e gli altri a rispondere, Marino non ce l’avrà, neanche in consiglio comunale. “Se c’è una tale determinata ostinazione – ha ribadito fino all’ultimo – che porta i consiglieri a sottrarsi al confronto ci sarà un motivo che a me sfugge”.

Marino ci ha creduto fino all’ultimo: “Noi viviamo in un paese democratico e i confronti democratici non avvengono in stanze chiuse in cui gli eletti dal popolo vengono persuasi a dimettersi in massa per evitare un confronto pubblico. Io questo chiedo”. A chi gli chiedeva conferma di aver ricevuto un avviso di garanzia per la vicenda delle note spese, Marino ha risposto: “Due forze politiche, An e M5S, hanno presentato un esposto in Procura. Io mi sono presentato come persona informata dei fatti davanti alla magistratura, la comunicazione dell’indagine è un atto dovuto che serve per svolgere le indagine. Sono convinto di aver spiegato bene le mie ragioni, la mia trasparenza, non ho mai utilizzati soldi pubblici a scopi privati”.

Aveva detto di non sentirsi “un martire” piuttosto “un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato” arrivando a citare il presidente del Cile Salvator Allende durante la cerimonia di intitolazione del parco di Tor Vergata al presidente assassinato l’11 settembre 1973. 

Ma sulla testa di Marino, che inaugurava parchi e salutava nuovi cda all’Auditorium, il cielo si faceva, ora dopo ora, sempre più nero. All’indomani delle dimissioni, infatti, è uscito che il sindaco è indagato non in una, ma in due inchieste. Una per i famosi scontrini (falso e peculato), l’altra per la sua onlus (truffa). Così ha cominciato a franare ulteriormente, se ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo pezzo della sua credibilità. Il suo ex assessore ai Trasporti, il senatore Stefano Esposito, ex giovane turco diventato renzianissimo, entrato in giunta in estate per dare nuova energia al Campidoglio, prende il telefono e twitta forse l’ultimo, definitivo giudizio del Pd su quello che fino a qualche settimana fa era il suo sindaco: “Devo prendere atto di aver dato mia lealtà ad un bugiardo. #vergogna”.

A carico di Marino, dunque, ci sono due indagini della Procura di Roma. La prima, e più nota alle cronache, è quella sul cosiddetto “caso scontrini”, relativa all’inchiesta sulle note spese saldate con le carte di credito del Comune. Vicenda per la quale il 19 ottobre il sindaco si era presentato a piazzale Clodio, accompagnato dall’avvocato Enzo Musco, e aveva raccontato ai magistrati la propria versione dei fatti. Commettendo, secondo Repubblica, un autogol: il primo cittadino aveva spiegato che le firme apposte in calce ad almeno 7 note spese non erano le sue, ma era stata apposta da uno o più dirigenti. Una prassi, aveva spiegato, avallata dalla sua segreteria. Questo, secondo il quotidiano romano, sarebbe valsa a Marino l’accusa di concorso in falso materiale e ideologico. Il sindaco sarebbe al corrente della propria iscrizione nel registro degli indagati da mercoledì.

L’altra indagine riguarderebbe invece la “Image Onlus“, fondata dal chirurgo nel 2005 per portare aiuti sanitari in Honduras e Congo. Il sindaco è indagato da giugno con l’accusa di truffa (a essere contestati sono due contratti di consulenza che avrebbero garantito all’associazione sgravi fiscali previsti dalla legge Biagi).

Mentre Marino ancora cercava di difendersi ecco il gruppo dei consiglieri dimissionari si è gonfiato arrivando fino a 25 e, prima ancora della presentazione delle firme, la presidente dell’Assemblea capitolina Valeria Baglio dava per sciolto il consiglio già prima dell’ufficializzazione del tutto. 

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E non solo. Il Giornale raccontava – chissà se è vero – che il Papa vuole evitare qualsiasi immagine insieme al sindaco. Di sicuro ci sono le parole del presidente della Cei Angelo Bagnasco e quelle scritte dall’Osservatore Romano. “Roma ha bisogno di un’amministrazione – dice l’arcivescovo di Genova – Della guida che merita, perché è una città che merita moltissimo, specialmente in vista del Giubileo che è alle porte ci auguriamo che Roma possa procedere a testa alta e con grande efficienza”. La vicenda, ribadiva il giornale vaticano, “sta assumendo i contorni di una farsa“.