sharing economy

Sarà la crisi economica, sarà una presa di coscienza, saranno tutti e due, ma il fenomeno della gratuità nel nostro mondo dove tutto ha un prezzo (e niente ha un valore) si sta estendendo. Anche se a piccolissimi passi. “Contadini evoluti”, come li chiamo io, non legati ai consorzi agrari e al mondo della chimica, si scambiano semi che sono al di fuori del commercio, che non si trovano in vendita. Chi è amministratore avveduto di un Comune, può varare in esso una banca del tempo, dimodoché ognuno possa mettere a disposizione le proprie competenze.

Se un proprietario di un alloggio ha a casa sua un divano o un letto liberi con il couchsurfing può metterli a disposizione di ragazzi che girano il mondo. Chi termina di leggere un libro, lo può regalare ad una biblioteca, o fare il bookcrossing, dimodoché altri lo possano leggere. A Bologna un gruppo di volontari ha aperto una boutique “solidale” per chi non si può comprare i vestiti. Lì sono gratis.

Le pagine Facebook di “Te lo regalo se vieni a prenderlo” (il cui contenuto è intuibile) contano decine di migliaia di iscritti. E questo per non parlare di chi dei soldi fa a meno per vivere. E sono solo esempi, non esaustivi. Certo, tutto questo sembra fuori dal mondo, il mondo in cui si spingono i consumi, in cui l’economia deve girare. Ma non quella del dono e della gratuità. Bensì quella dei grandi centri commerciali, della globalizzazione. Ma anche qui le buone notizie non mancano. McDonald’s negli Stati uniti chiude più locali di quanti ne apra. Un piccolo segnale di speranza.