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Garlasco, i carabinieri contro la condanna di Stasi: “Elementi incomprensibili e paradossali sulla bici nera”. Ecco cosa dicono le sentenze definitive

Nelle motivazioni della Cassazione viene citato il fatto che Stasi non menzionò la bicicletta vista da due testimoni, perché ne conosceva l'importanza e sui pedali scambiati della bicicletta fu trovata, solo dopo il sequestro nel 2014, il Dna di Chiara Poggi. Per i militari l'allora fidanzato della vittima non poteva sapere della testimonianza ma la Provincia Pavese lo scrisse il 15 agosto del 2007
Garlasco, i carabinieri contro la condanna di Stasi: “Elementi incomprensibili e paradossali sulla bici nera”. Ecco cosa dicono le sentenze definitive
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Nel nuovo capitolo dell’inchiesta sul delitto di Garlasco, i carabinieri tornano su uno delle prove a carico di Alberto Stasi: la bicicletta nera e lo scambio dei pedali su cui fu rilevato il Dna di Chiara Poggi. E lo fanno con toni insoliti per un atto investigativo ancora in fase preliminare, arrivando a mettere in discussione la tenuta logica di una delle prove che hanno accompagnato l’intero percorso giudiziario sull’allora fidanzato della vittima, condannato in via definitiva a 16 anni. “Appare francamente difficile percorrere con logica il filo di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni. Tutti gli elementi, o presunti tali, di questa vicenda sono contradditori” uno dei passaggi più netto dell’informativa dei militari del Nucleo investigativo di Milano, depositata nella nuova indagine che vede indagato Andrea Sempio.

Nel mirino finisce soprattutto la ricostruzione dello scambio dei pedali e il ruolo attribuito alla bicicletta nera riconducibile a Stasi, vista da due testimoni e diventata negli anni uno dei perni dell’accusa. Gli investigatori parlano di una “convinzione che Stasi, con la complicità più o meno consapevole di altri soggetti, anche inquirenti, abbia consapevolmente nascosto la bicicletta nera con cui aveva raggiunto via Pascoli”, ma definiscono questa lettura segnata da aspetti “incomprensibili” e “paradossali”.

Sostituzione pedali? “Atto illogico”

Nell’informativa si legge che, “anche ammettendo che un assassino così freddo e calcolatore avesse commesso una superficialità degna di personaggi fumettistici, e cioè quella di non far sparire definitivamente quella bicicletta”, resterebbero comunque “elementi francamente incomprensibili”. Tra questi viene indicata soprattutto la questione dei pedali sostituiti sulla bicicletta sequestrata anni dopo. Per gli investigatori “è impossibile spiegare un atto più illogico ed incongruente dello scambio dei pedali. È una suggestione impercorribile per una polizia giudiziaria che si debba muovere nell’esatto tracciato del diritto”. Ma lo scambio dei pedali è considerato una delle prove a carico.

E ancora: lo “Stasi freddo e calcolatore”, si chiedono i militari, “non fa sparire completamente la bicicletta Holland?”. Una domanda “a cui non è possibile fornire una risposta logica”. Secondo questa analisi, dunque, non avrebbe avuto senso non eliminare del tutto la bici e allo stesso tempo impiegare “del tempo per smontare i pedali e rimontarli sulla bicicletta che verrà data in posto agli inquirenti”. Nell’informativa viene inoltre richiamata la testimonianza considerata decisiva sulla presenza della bicicletta. Oltre tutto – viene sottolineato nell’informativa – “almeno nelle prime fasi, certamente Stasi non poteva avere piena consapevolezza di quali e quante fossero le testimonianze raccolte dai carabinieri, quindi avrebbe avuto senso agire tentando di eliminare ogni oggetto che potesse ricondurlo alla scena del crimine, che fosse bicicletta o pedali”.

La notizia della teste sulla bici pubblicata tre giorni dopo l’omicidio

In realtà Stasi poteva saperlo. Che ci fosse una testimonianza di una persona aveva visto una bicicletta nera era noto già dal 15 agosto 2007, giorno in cui La Provincia Pavese pubblicò la notizia con il titolo: “Ho visto una bici nera davanti alla casa”. Questa la prima parte del racconto raccolto dai cronisti: “C’era una bici da donna nera senza cestino, non nuova ma ben tenuta, appoggiata alla recinzione dei Poggi. Mia figlia vive vicino ai Poggi. Era in vacanza da una settimana, venivo io a bagnare i fiori. Alle 9.10 noto la bicicletta, mai vista prima. Alle 10.20 non c’era più”. Quindi che qualcuno avesse visto la bici era noto praticamente già 72 ore dopo l’omicidio.

La signora Franca Bermani fu sentita più volte. Per i carabinieri sarebbe stata lei una “unica testimone totalmente attendibile” perché descrisse il mezzo “con estrema precisione”, fornendo però indicazioni ritenute “totalmente diverse” rispetto alla bicicletta poi sequestrata nel 2014. C’è anche un’altra donna, Manuela Travain, che vide una bicicletta nera “posteggiata davanti all’ingresso” intorno alle 9.30 quando era uscita di casa. La donna, che era al telefono, notò anche che la porta dell’ingresso era chiuso.

Il maresciallo che mentì sulla bici

Il tema della bicicletta rappresenta da anni uno dei punti più controversi dell’intera inchiesta per chi non conosce tutti gli atti. Perché l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, il maresciallo Francesco Marchetto, all’inizio non ritenne di sequestrare la bici che era stata trovata. Il carabiniere fu condannato nei primi gradi di giudizio e prescritto in Cassazione per falsa testimonianza perché dichiarò “sotto giuramento e in più occasioni che la bicicletta rinvenuta nell’officina del Signor Stasi Nicola non corrispondeva alle caratteristiche descritte dalla Signora Bermani…” e quindi non la sequestrò. L’ex maresciallo sostenne inoltre di essere stato presente durante la testimonianza della donna, circostanza però successivamente smentita dalla stessa testimone. La famiglia Poggi denunciò il carabiniere.

La falsa testimonianza resa davanti al giudice per l’udienza di Vigevano Stefano Vitelli (che assolse Alberto Stasi) era relative proprio alle ragioni per le quali non aveva sequestrato la bicicletta nera da donna nella disponibilità del giovane allora sospettato.

La bicicletta in questione è la stessa alla quale furono sostituiti i pedali per nascondere eventuali tracce di sangue. Quando il mezzo venne sequestrato nell’aprile del 2014, su input degli avvocati di parte civile – quasi sette anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, divenne uno degli elementi centrali del secondo processo d’appello che portò alla condanna di Stasi. I pedali della bicicletta nera da donna non sequestrata da Marchetto e riconducibile alla famiglia Stasi furono sostituiti con quelli di una bicicletta bordeaux marca Umberto Dei. Su questi pedali furono trovate tracce biologiche – ritenute sangue – della vittima. Sulla bicicletta nera erano montati pedali di marca diversa, “Wellgo”, che in origine appartenevano all’altra bici.

Da qui il sospetto che vi fosse stato uno scambio. Alberto Stasi – secondo gli atti delle sentenze – usò la bicicletta nera la mattina del delitto per raggiungere casa Poggi e, tornando dopo l’omicidio, lasciò sui pedali tracce del sangue della vittima. Sapendo che una testimone aveva riferito ai carabinieri di aver visto una bici nera vicino alla villetta, aveva poi scambiato i pedali convinto che gli investigatori avrebbero sequestrato proprio quella bicicletta e non la bordeaux, mai segnalata da alcun teste.

La sentenza della Cassazione

I militari, nella loro ipotesi, non sembrano voler tenere conto o non conoscere la sentenza della Cassazione che confermò la condanna per Stasi citando tra le altre prove (il racconto illogico, falso e incongruo, le tracce sul dispenser, le scarpe taglia 42 et cetera) il fatto che fosse possessore di “più di una bicicletta, compatibile con la ‘macrodescrizione’ fattane dalle testimoni Bermani e Travain…”: e poi “nel fatto che Alberto Stasi non ha mai menzionato, tra le biciclette in suo possesso, proprio la bicicletta nera da donna collegata sin dal primo momento al delitto (vedi notizia della Provincia Pavese, ndr) e corrispondente dalla ‘macrodescrizione” fattane dalle testimoni Bermani Travain, fatto questo che evidenzia come l’imputato ne conoscesse l’importanza e la possibilità di collegarla all’omicidio”, e anche che “nel fatto che sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, la ‘Umberto Dei’ Milano, è stata rinvenuta una copiosa quantità di Dna di Chiara Poggi, riconducibile a materiale “altamente cellulato”; tali pedali non sono risultati quelli propri di quella tipologia di bicicletta – venduta, invece, dalla famiglia Stasi con pedali diversi e di serie – e risultano apposti sull’unico velocipede appartenente alla famiglia Stasi che non poteva venire confuso con quello individuato dai testi oculari davanti a casa Poggi”.

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