Garlasco, i carabinieri contro la condanna Stasi: “Elementi incomprensibili e paradossali sulla bici nera”. Ma fu il maresciallo Marchetto a mentire
Gli investigatori di una indagine ancora in fase preliminare che criticano le indagini del passato, i processi, i giudici e accusano i giornalisti di aver cavalcato il caso mediaticamente. Ha dell’insolito uno dei passaggi contenuti nell’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano depositata nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco, quella che vede indagato Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi.
“Appare francamente difficile percorrere con logica il filo di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni. Tutti gli elementi, o presunti tali, di questa vicenda sono contradditori”. Nelle carte gli investigatori – erano carabinieri anche coloro che indagarono all’epoca e l’ex comandante di Garlasco è stato prescritto per falsa testimonianza – mettono in discussione alcuni degli elementi che portarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi, parlando apertamente di aspetti “incomprensibili” e “paradossali”.
Una rilettura radicale dell’intera vicenda processuale, incentrata in particolare sul tema della bicicletta nera attribuita all’allora fidanzato di Chiara Poggi. Secondo i carabinieri, infatti, si sarebbe consolidata negli anni la “convinzione che Stasi, con la complicità più o meno consapevole di altri soggetti, anche inquirenti, abbia consapevolmente nascosto la bicicletta nera con cui aveva raggiunto via Pascoli”. Una ricostruzione che però gli stessi militari definiscono difficilmente sostenibile sul piano logico.
La bicicletta e il maresciallo prescritto
Il tema della bicicletta rappresenta da anni uno dei punti più controversi dell’intera inchiesta. Ed è anche al centro della vicenda giudiziaria che ha riguardato l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, il maresciallo Francesco Marchetto. Il carabiniere fu condannato nei primi gradi di giudizio e prescritto in Cassazione per falsa testimonianza. Marchetto dichiarò “sotto giuramento e in più occasioni che la bicicletta rinvenuta nell’officina del Signor Stasi Nicola non corrispondeva alle caratteristiche descritte dalla Signora Bermani (che disse di aver visto la bici la mattina del 13 agosto 2007)” e quindi non la sequestrò. L’ex maresciallo sostenne inoltre di essere stato presente durante la testimonianza della donna, circostanza però successivamente smentita dalla stessa testimone. La famiglia Poggi denunciò il carabiniere perché non era vero che era stato presente all’audizione della testimone.
La falsa testimonianza resa davanti al giudice per l’udienza di Vigevano Stefano Vitelli (che assolse Alberto Stasi) erano relative proprio alle ragioni per le quali non aveva sequestrato la bicicletta nera da donna nella disponibilità del giovane allora sospettato. La bicicletta in questione è la stessa alla quale furono sostituiti i pedali per nascondere eventuali tracce di sangue. Quando il mezzo venne sequestrato nell’aprile del 2014, quasi sette anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, divenne uno degli elementi centrali del secondo processo d’appello che portò alla condanna di Stasi
I pedali della bicicletta nera da donna non sequestra da Marchetto e riconducibile alla famiglia Stasi furono sostituiti con quelli di una bicicletta bordeaux marca Umberto Dei. Su questi pedali furono trovate tracce biologiche – ritenute sangue – della vittima. Sulla bicicletta nera, infatti, erano montati pedali di marca diversa, “Wellgo”, che in origine appartenevano all’altra bici.
Da qui il sospetto che vi fosse stato uno scambio. Alberto Stasi – secondo gli atti delle sentenze – usò la bicicletta nera la mattina del delitto per raggiungere casa Poggi e, tornando dopo l’omicidio, lasciò sui pedali tracce del sangue della vittima. Sapendo che una testimone aveva riferito ai carabinieri di aver visto una bici nera vicino alla villetta, aveva poi scambiato i pedali convinto che gli investigatori avrebbero sequestrato proprio quella bicicletta e non la bordeaux, mai segnalata da alcun teste. L’allora maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto spiegò di aver escluso quel mezzo perché “non corrispondeva alla descrizione della testimone”, sostenendo che fosse privo di portapacchi. La bicicletta nera quini fu sequestrata soltanto nel 2014, sette anni dopo il delitto, diventando uno degli elementi centrali del processo che porterà alla condanna definitiva di Alberto Stasi.
L’ipotesi dei carabinieri
Nell’informativa si legge che, “anche ammettendo che un assassino così freddo e calcolatore avesse commesso una superficialità degna di personaggi fumettistici, e cioè quella di non far sparire definitivamente quella bicicletta”, resterebbero comunque “elementi francamente incomprensibili”. Tra questi viene indicata soprattutto la questione dei pedali sostituiti sulla bicicletta sequestrata anni dopo. Per gli investigatori “è impossibile spiegare un atto più illogico ed incongruente dello scambio dei pedali”. Atto che invece è considerato una delle prove a carico.
E ancora: lo “Stasi freddo e calcolatore”, si chiedono i militari, “non fa sparire completamente la bicicletta Holland?”. Una domanda “a cui non è possibile fornire una risposta logica”. Secondo questa analisi, dunque, non avrebbe avuto senso non eliminare del tutto la bici e allo stesso tempo impiegare “del tempo per smontare i pedali e rimontarli sulla bicicletta che verrà data in posto agli inquirenti”. Nell’informativa viene inoltre richiamata la testimonianza considerata decisiva sulla presenza della bicicletta. Per i carabinieri ci sarebbe stata una “unica testimone totalmente attendibile”, la donna che descrisse il mezzo “con estrema precisione”, fornendo però indicazioni ritenute “totalmente diverse” rispetto alla bicicletta poi sequestrata nel 2014. La signora Franca Bermani fu sentita due volte. C’è anche un’altra donna, Manuela Travain, che vide una bicicletta nera “posteggiata davanti all’ingresso” intorno alle 9.30 quando era uscita di casa. La donna notò anche che la porta dell’ingresso era chiuso.
La sentenza della Cassazione
I militari, nella loro ipotesti, non sembrano voler tenere conto della sentenza della Cassazione che confermò la condanna per Stasi citando tra le altre prove (il racconto illogico, falso e incongruo, le tracce sul dispencer, le scarpe taglia 42 et cetera) il fatto che fosse possessore di “più di una bicicletta, compatibile con la ‘macrodescrizione’ fattane dalle testimoni Bermani e Travain…”:e poi “nel fatto che Alberto Stasi non ha mai menzionato, tra le bicilette in suo possesso, proprio la bicicletta nera da donna collegata sin dal primo momento al delitto e corrispondente dalla ‘macrodescrizione” fattane dalle testimoni Bermani Travain, fatto questo che evidenzia come l’imputato ne conoscesse l’importanza e la possibilità di collegarla all’omicidio”, e anche che “nel fatto che sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, la ‘Umberto Dei’ Milano, è stata rinvenuta una copiosa quantità di Dna di Chiara Poggi, riconducibile a materiale “altamente cellulato”; tali pedali non sono risultati quelli propri di quella tipologia di bicicletta – venduta, invece, dalla famiglia Stasi con pedali diversi e di serie – e risultano apposti sull’unico velocipede appartenente alla famiglia Stasi che non poteva venire confuso con quello individuato dai testi oculari davanti a casa Poggi.