Nogarin 675Visto che da sempre è l’occasione a fare l’uomo ladro è venuto il momento di ridurre drasticamente le occasioni. E se in molti giudicano buona l’idea di quei sindaci che, come Giuliano Pisapia a Milano e Dario Nardella a Firenze, hanno detto no alla carta di credito comunale per evitare alla radice di cadere in tentazione, noi dopo il caso di Ignazio Marino pensiamo invece che la strada maestra sia quella della tracciabilità e della trasparenza.

In Inghilterra lo hanno capito nel 2009, quando i sudditi di sua Maestà scoprirono che 392 deputati inglesi nelle loro note spese ci avevano messo di tutto: dvd a noleggio, attrezzi da giardino, colf, baby sitter, ma anche mutui e tasse di proprietà sulla casa. Risultato: ciascuno di loro fu costretto a restituire il maltolto. L’attuale premier David Cameron tirò fuori dal portafoglio 965 sterline.

L’allora primo ministro Gordon Brown staccò un assegno a tre zeri per rifondere quanto speso in pulizie e giardinaggio. Chi invece aveva fatto ricorso alle fatture false (per esempio David Chayrlor un deputato laburista che aveva stipulato un contratto d’affitto fasullo con la propria figlia) venne condannato a molti mesi di prigione perché, disse il giudice, quello era “l’unico modo per ristabilire la fiducia dei cittadini nel sistema parlamentare” dato che “i nostri rappresentanti svolgono un ruolo importante nella società ed è necessario che il loro comportamento sia sempre onesto”. Ma la vera svolta fu la pubblicazione on line dei dettagli di tutte le spese sostenute dai parlamentari mese per mese.

Cittadini e giornalisti da allora possono rendersi conto esattamente, e in tempo reale, di come viene impiegato il denaro dei contribuenti. In questo modo si è poi scoperto che c’era chi continuava a fare il furbo chiedendo il rimborso di biglietti di treno in prima classe (per i parlamentari inglesi è obbligatoria la seconda) o di camere di albergo a Londra, città dove possedeva la sua prima casa. I nuovi scandali, e la facilità con cui si viene smascherati, stanno così lentamente migliorando i comportamenti della classe dirigente britannica.

Anche in Italia tutte le spese dei sindaci, dovrebbero essere pubblicate. Ma la spazio di manovra lasciato ai primi cittadini dalla legge del 2013 è grande. Ogni giunta sceglie da sola il proprio grado di trasparenza. E a volte finge addirittura di esserlo. Così, come racconta oggi ilfattoquotidiano.it, su internet si trovano rendiconti di missione ultra-dettagliati come a Livorno, dove il sindaco Filippo Nogarin, segnala persino i 90 centesimi spesi per un caffè e lascia liberi i cittadini di stabilire se l’esborso sia stato opportuno o meno. Ce ne sono altri che riportano solo il dato aggregato come succede a Milano, Verona e Firenze. In certi casi i dati vengono aggiornati una volta al mese, in altri (Venezia) vengono pubblicati solo a fine anno. Peggio ancora va con le spese di rappresentanza. Una legge del 2011 obbliga solo a un rendiconto finale. Ma non stabilisce se si debba riportare pure il nome del fornitore e la data dell’evento.

Per questo, se si legge quello di Milano si capisce tutto o quasi, se si scorre quello di Napoli restano invece molte curiosità. In ogni caso nessuno batte la via suggerita dal buon senso. Pubblicare on line gli scontrini e le ricevute di tutte le spese rimborsate con le loro causali. E farlo con al massimo con 30 giorni di ritardo. Una soluzione semplice per ridurre di molto il diabolico impulso a pagare con carta di credito comunale un pranzo di famiglia, poi fatto passare per un incontro con una comunità di religiosi. Ma, come è noto, la semplicità in Italia è da sempre molto complicata da raggiungere.

Dalla rubrica ‘Fatti chiari’, il Fatto Quotidiano 10 ottobre 2015