Hanno già messo a punto i quesiti per quello che si preannuncia come uno scontro istituzionale senza precedenti. Prossimo appuntamento dei presidenti dei Consigli regionali, domani in Cassazione per depositare tutta la documentazione. E discutere la strategia per prepararsi al redde rationem. Da una parte le Regioni e dall’altra il grande nemico: il governo. Rimasto sordo alle loro richieste di trovare un accordo per dire “no” alle trivellazioni per la ricerca di idrocarburi in mare previste dal decreto “Sblocca Italia”. Uno dei fiori all’occhiello della politica economica di Matteo Renzi. Sono già 8 i consigli regionali favorevoli ad un referendum abrogativo di alcuni articoli del provvedimento: a Puglia, Sardegna, Molise, Basilicata e Marche si sono aggiunte anche Abruzzo, Calabria e Veneto. E non è detto che sia finita qui. Un fatto eccezionale e a tratti paradossale. Soprattutto perché a parte il Veneto, guidato dal leghista Luca Zaia, le altre 7 giunte vedono a capo esponenti di spicco di quel Partito democratico (Pd) di cui è segretario lo stesso Renzi. Da Michele Emiliano a Marcello Pittella, passando per Paolo Di Laura Frattura, Luca Ceriscioli, Mario Oliverio, Luciano D’Alfonso e Francesco Pigliaru: tutti pronti a giocare un tiro mancino all’ex sindaco di Firenze. Spinti anche dalle proteste dei cittadini e delle associazioni ambientaliste.

AIRGUN KILLER Una questione, quella delle trivellazioni in mare, tornata di grande attualità dopo che, già nel maggio 2012, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aveva sottolineato in un rapporto tecnico sulla “Valutazione e mitigazione dell’impatto acustico dovuto alle prospezioni geofisiche nei mari italiani” i problemi provocati utilizzando la tecnica dell’airgun, l’indagine geofisica usata per la ricerca petrolifera e considerata particolarmente nociva per l’ecosistema marino. Dai danni ai tessuti corporei degli organismi acquatici alla soppressione del loro sistema immunitario, passando per una diminuzione permanente della capacità uditiva e del tasso riproduttivo fino allo spiaggiamento. Eppure il divieto di applicare questa tecnica è scomparso persino dalla legge sugli ecoreati, approvata in via definitiva dal Parlamento il 19 maggio scorso: introdotto inizialmente, è stato poi rimosso alla Camera senza ulteriori ripensamenti al Senato. Con il benestare del premier, contrario alla norma nonostante i mal di pancia del presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, Ermete Realacci (Pd).

MARE MONSTRUM Ad oggi, secondo i dati forniti a ilfattoquotidiano.it da Legambiente, sono 52 le istanze di permesso di ricerca e prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere fra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia, per un totale di oltre 122 mila chilometri quadrati. Cioè l’estensione di tutta Inghilterra. Quarantaquattro di queste sono concentrate nelle mani di 13 compagnie: 6 italiane (fra cui Eni, Edison e Shell), 4 del Regno Unito, 2 australiane e una irlandese. E così, per esempio, in Adriatico ci sono 78 concessioni già attive per l’estrazione di gas e petrolio, 39 delle quali in Alto Adriatico, alle quali vanno aggiunte le tre richieste di coltivazione (due di Agip e una di Eni) in fase di valutazione d’impatto ambientale. Altre 21 concessioni di estrazione di gas e petrolio sono poi attive fra le Marche e la Puglia, dove sono presenti 8 piattaforme e 34 pozzi produttivi per un totale di 1.127 chilometri quadrati di estensione. I danni all’ecosistema? Incalcolabili, dicono a Legambiente (e non solo). Secondo gli studi del Norvegian Institute of Marine Research l’impatto delle attività petrolifere rischiano di portare ad una diminuzione del pescato del 50% nelle aree circostanti la sorgente sonora che utilizza airgun.

SCACCO AL MARE Le cose non vanno tanto meglio nel canale di Sicilia, dove sono oltre 12.500 i chilometri quadrati di mare sotto scacco delle compagnie petrolifere e dove, nel 2014, la produzione di greggio è stata di poco superiore a 232 milioni di tonnellate: il 31% della produzione nazionale in mare. Stavolta sono 8 le istanze di permesso di ricerca attive, per un totale di quasi 3.600 chilometri quadrati di mare. Ultima in ordine di tempo quella della Nautical Petroleum, che il 12 giugno di quest’anno ha ricevuto il parere positivo del ministero dell’Ambiente malgrado le osservazioni presentate da Legambiente e dalla Provincia di Ragusa, secondo cui lo studio di impatto ambientale presentato dalla compagnia britannica risulta “scarso e inadeguato” perché basato su “studi generici” e “fonti bibliografiche datate”. Non solo. L’area è oggetto di attività anche da parte di Eni ed Edison. Come nel caso dell’offshore “Ibleo”, il progetto di trivellazione in mare delle due compagnie nazionali che prevede 8 pozzi, una piattaforma e vari gasdotti al largo della costa delle province di Caltanissetta, Agrigento e Ragusa. Come se non bastasse, alla metà di aprile il ministero guidato da Gian Luca Galletti ha concesso il nulla osta alla nuova piattaforma di Edison Vega B, a poche miglia di distanza dalla città di Pozzallo. Un affare da 100 milioni di euro. Nonostante, anche in questo caso, il parere contrario di cittadini, associazioni, amministratori locali e operatori turistici.

ISOLA DEL TESORO Che dire, poi, della Sardegna? L’isola è tornata al centro dell’attenzione dopo l’istituzione della ‘zona E’, l’area compresa fra la costa orientale dell’isola e le Baleari (oltre 20 mila chilometri quadrati), istituita il 9 agosto 2013 col decreto firmato dall’allora ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato (Pd), nella quale è autorizzata la ricerca e l’estrazione di idrocarburi. In questo caso, sono due le prospezioni già attive nel settore occidentale dell’isola, tra Oristano e la Corsica, portate avanti dalla multinazionale americana Schlumberger (la più grande società per servizi petroliferi al mondo) e dalla norvegese Tgs-Nopec Geophysical Company. Entrambe le compagnie detengono due distinti titoli ricadenti nella stessa area e perfettamente sovrapponibili. Quindi, fa notare Legambiente, queste andranno a ripetere due volte le stesse indagini con modalità riconosciute dalla comunità scientifica internazionale come altamente impattanti per l’ecosistema marino. Utilizzando, manco a dirlo, la tecnica dell’airgun.

CIAO EUROPA Anche il Mar Ionio è preso di mira dalle attività di ricerca finalizzate all’estrazione di idrocarburi. Con tutti i rischi ad esse connesse. Nonostante, fino al 2011, fossero vietate. Poi, grazie ad un emendamento al testo di recepimento della direttiva europea sui reati ambientali, si è riaperto anche questo tratto di mare alle attività estrattive. Le 15 istanze di permesso di ricerca presentate finora (8 in fase decisoria e 7 in corso di valutazione ambientale) appartengono a dieci diverse società di settore, tra cui figurano la statunitense Global Med Llc, che ne detiene addirittura 6, Nautical Petroleum, Eni, Edison e Appennine Energy. Quest’ultima ha ricevuto anche un permesso di ricerca nel tratto di fronte alla costa di Sibari all’interno del quale è stata presentata un’istanza di autorizzazione per un pozzo esplorativo chiamato ‘Liuba1 Or’.

LOBBY ALL’ATTACCO “Ecco perché, mappa delle trivellazioni alla mano, fermare l’estrazione e la ricerca di petrolio è nell’interesse generale dell’Italia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente. “Continuare a rilanciarla è il risultato di una strategia insensata che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese – aggiunge –. È tempo che questo governo si svincoli davvero dal passato e pensi seriamente al futuro dell’Italia piuttosto che agli interessi delle lobby dell’oro nero”. E non basta: “Proprio in questi giorni -aggiunge Minutolo- è arrivata dalle Regioni una presa di posizione in favore dei territori, che lancia un segnale politico chiaro, visto che finora l’esecutivo non ha mai accolto le istanze locali volte a fermare le estrazioni petrolifere in mare e a terra”. Per Minutolo, “ora serve un ulteriore sforzo da parte delle amministrazioni per chiedere una moratoria che blocchi qualsiasi autorizzazione relativa alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Negli ultimi mesi sono stati diversi i pareri positivi rilasciati dai ministeri competenti alle richieste delle compagnie petrolifere: Renzi si renda conto che con la sua politica a favore delle fonti fossili va contro il volere dei cittadini”.

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