Un’esplosione del debito e una “crisi di liquidità”. Volkswagen, nella bufera per lo scandalo dei motori diesel truccati, secondo l’Economist va ora incontro anche a questi rischi. Il fatto è che il gruppo tedesco, come molte grandi case automobilistiche, ha un braccio finanziario, Volkswagen financial services, che concede finanziamenti a clienti e concessionari e raccoglie depositi. E la Banca centrale europea, come confermato da fonti interne durante il fine settimana, ha sospeso l’acquisto di quei pacchetti di crediti che fino a ora erano tra i titoli (in gergo asset backed securities) comprati dall’Eurotower al ritmo di 60 miliardi al mese nell’ambito del programma di quantitative easing. Di conseguenza il costo oggi molto basso sostenuto dalla casa di Wolfsburg per finanziarsi è destinato ad aumentare. Il risultato sarà che agli automobilisti verrà richiesto un tasso di interesse più alto sui prestiti. E, stando all’analisi del settimanale economico britannico, non si può escludere una “fuga” della clientela.

I numeri in gioco sono pesanti: 164 miliardi di euro di attivi a fine giugno, il 44% delle attività totali di Volkswagen. E ben 67 miliardi sono costituiti da titoli di debito e depositi a breve termine. Di cui, cioè, può essere chiesta la restituzione entro 12 mesi. Se i depositanti, i mutuatari e le altre controparti si rifiutassero di lasciare il loro denaro nelle casse del gruppo, spiega l‘Economist, “la compagnia potrebbe tirare avanti per un po’”, visto che ha a disposizione 33 miliardi tra cash e attività disponibili per la vendita a cui vanno aggiunte le linee di credito bancarie inutilizzate e il flusso di cassa che arriva dalla vendita di auto. In più è probabile che il governo di Angela Merkel “farà pressioni sulle banche tedesche perché sostengano l’appannato campione nazionale” di cui il Land della Bassa Sassonia ha il 20%. Ma, “a meno che il gruppo non riesca a convincere il mondo che può contenere il costo della sua disonestà”, rischia comunque di dover fronteggiare una crisi del debito e di liquidità.

Il settimanale finanziario ricorda il precedente di General Motors Acceptance Corporation, la banca in-house del gruppo statunitense, affossata dalla crisi finanziaria e salvata nel 2008 dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la casa madre, la scorsa settimana Jp Morgan, Deutsche Bank e Natixis hanno abbassato il rating sul titolo mentre Fitch e Moody’s l’hanno messo sotto osservazione in vista di un taglio, sottolineando che il diesel-gate può indebolirne l’immagine e la posizione sul mercato e ridurre il valore del marchio.