senato675«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce». Mi imbattei in questa frase, tempo fa, scartando un cioccolatino di una famosa marca dolciaria. È del filosofo Pascal e ci ha fatto sognare riguardo le oscure e terribili leggi che governano il nostro animo nelle questioni amorose. La narrazione renziana è un po’ come la concezione che, secondo la vulgata, il filosofo aveva dei nostri processi sentimentali: funziona, cioè, secondo una logica che sfugge alle leggi della natura, della psiche, del buon senso e, troppo spesso, della stessa realtà.

Costretti come sono a manifestare ottimismo – pena il rischio di essere associati a qualche specie volatile notturna e sappiamo che ciò, in questo scorcio di secolo questa, è onta suprema – i renziani hanno bisogno di piegare la realtà al loro sistema di credenze, il più delle volte binario: va tutto bene ed è merito del capo e se le cose vanno male è perché c’è chi rema contro. “Remar contro”, per altro, è definizione tipicamente berlusconiana, ma per apparire originali essi l’hanno sostituita col più comodo e sintetico verbo “gufare”. Converrete poi col fatto che la dinamica rimane sostanzialmente uguale nei rispettivi fan club di partito. Ma questo è un altro discorso.

Faccio questa lunga premessa per far notare un aspetto importantissimo riguardo lo storytelling sulle unioni civili portato avanti dal Partito democratico in generale e, nello specifico, dalla categoria dei gay e delle lesbiche pro-Renzi. L’ultimo capitolo di questa saga, ormai vicina alle categorie del fantasy, prima voleva le “civil partnership alla tedesca” sostanzialmente uguali al matrimonio per poi scoprire che mai nessuno ne aveva parlato (adesso ce la raccontano così, dopo il pasticcio sulle formazioni sociali specifiche). Successivamente dopo anni e anni di rinvii in cui si prometteva tutto e si otteneva nulla, è venuta fuori la magica data del 15 ottobre. Secondo l’antica leggenda, sempre messa in circolazione dal fan club Lgbt renziano, entro tale data il ddl Cirinnà sarebbe stato votato e approvato in Senato. Quindi è venuto fuori il discorso che verrà portato in Aula intorno a quella data. E sappiamo tutti la differenza sostanziale e linguistica tra le due frasi: votare e approvare entro il 15, significa che dal 16 la legge passa alla Camera dei Deputati per l’approvazione finale. Far arrivare il testo per tale data, invece, significa che da quel momento in poi tutto è possibile: approvarlo così com’è, stravolgere il testo o addirittura bocciarlo.

Adesso, nella lingua italiana e più in generale tra le persone normali, questa è evidenza supportata, appunto, dalla semantica e dal buon senso. Per le tifoserie del premier, Lgbt e non, farlo notare equivale a portar jella. E va bene così, ci dispiace per loro e auspichiamo un recupero quanto più repentino possibile in materia di grammatica del testo e sua successiva analisi. Preoccupante, invece, è il tentativo di distorcere la realtà da parte di chi allude al fatto che i ritardi sull’approvazione del testo – e quindi sul possibile slittamento della discussione in Aula delle unioni civili – siano colpa di Calderoli e dei suoi ottantadue milioni di emendamenti. Pare sia questa la nuova vulgata. Tolto il fatto che bisogna riconoscere al senatore leghista una gran quantità di tempo libero ben retribuita dai contribuenti italiani, va notato che questi sono stati depositati solo ieri, mentre la legge è stata depositata ben due anni or sono.

Quindi diciamo le cose come stanno. E cioè:

1) il Pd aveva promesso le unioni civili approvate entro il 15 al Senato e non genericamente “in aula” per quella data.

2) I ritardi in commissione e i possibili rinvii, per non parlare di peggioramenti e altro ancora, sono responsabilità di una classe politica e di un presidente del Consiglio che non mostrano, riguardo il tema dei diritti delle famiglie Lgbt, la stessa sollecitudine che hanno mostrato per altri provvedimenti.

Parola di gufo. Animale che, se vogliamo dirla tutta, in mezzo alle tenebre ci vede benissimo.