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Era il 18 dicembre 2013 e Ivan Scalfarotto dichiarava: «A proposito delle civil partnership […] devono essere sostanzialmente identiche, per ciò che attiene ai diritti e doveri reciproci e nei rapporti con i terzi, al matrimonio». Lo stesso, due anni dopo: «La Corte Costituzionale, con la sua sentenza 138/2010 ha detto che le unioni omosessuali non sono famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’articolo 29 della Costituzione, ma sono “formazioni sociali” ai sensi dell’articolo 2 Cost. e come tali devono essere riconosciute». Gli risponde, dal suo blog su ilfattoquotidiano.it, Matteo Winkler che afferma: «Ivan Scalfarotto va oltre la retorica e travisa completamente la giurisprudenza della Corte costituzionale, facendole dire cose che questa non ha mai detto». Forse il sottosegretario si è confuso.

Ma non è l’unico, il nostro eroe, ad aver cambiato idea. Era il 2012, Renzi correva per le primarie e una rampante Cristiana Alicata – colei che avrebbe fatto cambiare idea al premier sulle unioni gay – scriveva: «Nel 2012 si devono usare parole chiare. Chi non ci riesce dovrebbe accettare i propri limiti e farsi da parte per la corsa del 2013, per non rischiare di condannare il centro sinistra a fare una battaglia di puro tatticismo, di quelle battaglie che alimentano l’astensione, fomentano la rabbia, e che oggi impropriamente chiamiamo antipolitica. L’uguaglianza passa per le cose uguali a quelle che hanno gli altri. Cose diverse, creano diversi. Per un nero prendere un bus diverso o bere da un’altra fontanella era essere diversi. Punto». A distanza di due anni però le cose devono essere cambiate radicalmente: «Non è il matrimonio. Lo sapevamo già. Sappiamo già che sarà la prossima battaglia, la strategia una volta che il Cavallo di Troia sarà dentro le mura. Quindi se lo chiamiamo Pippo che cambia?». Al netto del fatto che cose diverse creano diversi? Anche nel 2015, a scanso di equivoci.

La manovalanza renziana, intanto, scalda i muscoli. La parola d’ordine è: non si è mai parlato di matrimonio. Così strilla sul suo blog Dario Ballini, più volte candidato tra primarie e provinciali a Livorno: «MA BUONGIORNO PRINCIPESSA!!! A scanso di equivoci ribadiamo che non è vero che era scritta nero su bianco l’equiparazione al matrimonio». Poi però vai a vedere il testo originario, articolo 3, comma 1, e trovi: «Ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio…» e pazienza per l’uso del femminile, usato da qualcuno nel Pd come clava per ridicolizzare l’avversario.

Tutti insieme, inoltre, cercano di far passare come innocua le modifiche concordate tra la senatrice Cirinnà e l’ala teodem del suo partito. Poi leggi Angelo Schillaci, altro giurista, che afferma: «Sul piano politico, l’emendamento oggi approvato sembra segnare – è difficile negarlo – un certo arretramento, fondamentalmente sul piano simbolico e culturale, rispetto a talune aspettative che si sono andate via via formando attorno al disegno di legge» e ancora «se alla definizione di “specifica formazione sociale” dovessero accompagnarsi ulteriori interventi di alleggerimento delle tutele riconosciute alla coppia omosessuale, potrebbe essere messa a rischio la tenuta complessiva del disegno di legge». La cosa tragica e ironica allo stesso tempo è che un po’ tutti dentro il Pd, Cirinnà inclusa, esaltano questo articolo come se desse loro ragione. Qualcuno parlerebbe di analfabetismo funzionale.

Dal suo profilo Facebook anche Antonio Rotelli, giurista di Rete Lenford, mette in guardia: «L’entrata in vigore di quella legge sul piano giuridico, politico e culturale sancirà una disuguaglianza sia pur remunerata dalla graziosa concessione di qualche diritto». Anche in questo caso dalle tifoserie del Pd arrivano gli insulti e Rotelli viene paragonato al “nulla giuridico”. Pazienza, poi, che dobbiamo a questo signore e alla sua associazione se abbiamo i pronunciamenti dei tribunali e la sentenza della Corte Costituzionale.

Nel frattempo circola sui social un meme in cui si afferma che anche per la famiglia tradizionale si è usata la formula magica imposta dalla senatrice Fattorini al resto del Pd. Tocca a Caterina Coppola, direttrice di Gay.it, riportare le cose in ordine, dichiarando sempre su Facebook: «Mai nella Costituzione della Repubblica Italiana, il matrimonio è stato definito “formazione sociale specifica”», con tanto di certificazione di rivista scientifica dell’Università di Bologna.

Infine Monica Cirinnà ci rassicura, un’altra volta, sulle stepchild adoption: «Anche i sanpietrini delle strada dove abito sanno che sono intoccabili». Nella speranza che sia vero e che i figli delle persone Lgbt non si troveranno, domani, ad esser definiti “cosi”. Non me ne voglia la senatrice, ma col Pd tutto è possibile. E fino ad ora lo è stato in peggio.