Altri due barconi carichi di migranti sono affondati nel Mediterraneo, al largo delle coste libiche. E il Guardian riferisce che la Guardia costiera del paese nordafricano ha già individuato circa 200 cadaveri. Quaranta sono di persone rimaste intrappolate nella stiva di una delle due barche, che aveva a bordo 400 profughi quando si è inabissata, prima di essere riportata indietro verso la costa dalla corrente. Una nuova tragedia che richiama alla memoria il caso dei 52 corpi ritrovati due giorni fa in una stiva dal pattugliatore svedese Poseidon. Altri 160 corpi galleggiavano in mare, a circa 1 chilometro dalla costa. La Guardia costiera libica è riuscita a salvare circa 200 persone, di cui 147 sono state portate in un centro di detenzione a Sabratha, a ovest di Tripoli. Alcuni cadaveri sono stati recuperati e portati sulla spiaggia, ma altri sono stati lasciati in mare perché il battello “non aveva abbastanza luce per continuare il lavoro”. Secondo la Bbc, poi, un altro barcone con 50 persone a bordo ha lanciato un sos giovedì dopo essere andato a picco.

Il primo barcone era salpato da Zuwara, vicino al confine tunisino, noto porto di partenza per chi vuole attraversare il Mediterraneo alla volta dell’Europa. I migranti provengono da Africa sub-sahariana, Pakistan, Siria, Marocco e Bangladesh. La Guardia costiera italiana ha fatto sapere di non aver ricevuto nessuna richiesta di soccorso dalle due navi, “nonostante le numerose navi di Triton presenti nell’area”. “A tutte le richieste di intervento giunte ieri sono seguite operazioni di soccorso, concluse positivamente, che hanno permesso di salvare 1.430 migranti”, ha reso noto il Centro Nazionale Soccorso. Più di 2.300 persone sono morte quest’anno nel tentativo di raggiungere le coste europee via mare, mentre erano state 3.270 l’anno precedente, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Inizialmente la Libia era solita deportare i migranti, ma dopo che gruppi armati   hanno chiuso i valichi di terra verso Niger, Algeria e Ciad, molti vengono trattenuti nei centri di detenzione per mesi o anche anni.