L’uomo che ha inguaiato Rosario Crocetta compare nelle cronache siciliane alla fine del 2012. L’ex sindaco di Gela ha appena vinto le elezioni regionali e da Palazzo d’Orleans promette di rivoluzionare la Sicilia a colpi di antimafia. Un passo dietro a Crocetta, iniziano a muoversi tra i corridoi del potere palermitano alcune facce nuove, sconosciute ai salotti che contano: è il cerchio magico del nuovo governatore. Ci sono i collaboratori più stretti, gli amici fidati, e c’è lui, Matteo Tutino, il medico personale.

Ad introdurlo alla corte di Crocetta è Antonio Ingroia, che all’epoca aveva appena lasciato la Sicilia e l’inchiesta sulla Trattativa Stato – mafia per il Guatemala: poco dopo tornerà in Italia per candidarsi presidente del Consiglio, ma senza successo. Tra l’ex pm candidato premier, il governatore antimafioso in carica, e una serie di magistrati, sono parecchie le conoscenze altolocate che Tutino inizia a collezionare. Ormai quell’incarico all’ospedale di Caltanissetta va stretto al medico personale del governatore, che si considera un luminare e ambisce a ben altro. La svolta arriva poco dopo: Tutino viene piazzato a fare il primario di chirurgia estetica alla clinica palermitana Villa Sofia. Più che piazzato, paracadutato: ci sono dei pretendenti che hanno più titoli, il sindacato dei medici inizia ad protestare e vuole la sua rimozione. Niente da fare: il medico di Crocetta resta in sella. Ci rimarrà fino al suo arresto, il 29 giugno del 2015:  è accusato di aver praticato interventi estetici, spacciandoli per operazioni necessarie, ma soprattutto rimborsate dal sistema sanitario nazionale. “Tutino è una brava persona – dice il governatore – mai visto uno con un profondo senso della religione come lui”.

A pesare sul medico personale di Crocetta anche le accuse di alcuni colleghi. E in un passaggio viene tirato in ballo lo stesso Crocetta: anche il governatore si sarebbe dovuto sottoporre ad intervento di chirurgia estetica, che Tutino avrebbe poi spacciato per operazione necessaria.  “Tutto era pronto – mette a verbale il dottor Antonio Iacono – per intervento di lifting addominale, da fare di domenica, ma si sarebbe dovuta inserire in cartella la diagnosi di obesità allo scopo di fare apparire l’intervento come funzionale. Ma poi la cosa saltò dopo la mia segnalazione ai vertici dell’ospedale”.

I guai per il governatore però devono ancora iniziare. La bufera scoppia pochi giorni dopo: il settimanale l’Espresso pubblica lo stralcio di un’intercettazione. “Lucia Borsellino va fatta fuori come il padre ” avrebbe detto Tutino, con un riferimento macabro e Paolo Borsellino, il magistrato assassinato nella strage di via d’Amelio il 19 luglio del 1992. Dall’altra parte del telefono il governatore non replica, non risponde: silenzio davanti a quella frase pesante, infelice, terribile.”Non ho mai sentito quella frase, forse ero in una zona d’ombra”, si giustifica Crocetta, in un primo momento. Poi si autosospende dalla carica di governatore.

Quindi la palla passa alla procura di Palermo. Nell’ufficio del procuratore capo Francesco Lo Voi i minuti sembrano non trascorrere mai: vengono ascoltate tutte le telefonate dell’inchiesta Tutino, alla presenza del procuratore aggiunto Leonardo Agueci, del pm Luca Battinieri e del capo del Nas di Palermo, il capitano Giovanni Trisirò.  Poi arriva il comunicato stampa: “Agli atti di questo ufficio non risulta trascritta alcuna telefonata tra Tutino e Crocetta”, dice Lo Voi. “I carabinieri del Nas – ha aggiunto il capo dell’ufficio inquirente – hanno escluso che conversazioni simili siano contenute tra quelle registrate nel corso delle operazioni di intercettazione nei confronti di Tutino”.

Tutto finito? Neanche per idea. Perché la direzione dell’Espresso conferma con forza l’esistenza di quell’intercettazione. “Il dialogo esiste ma non fa parte degli atti pubblici, quelli a disposizione delle parti coinvolte. Il nostro cronista l’ha ascoltato. Poi ha potuto ricopiare la trascrizione. Pertanto ribadiamo quanto pubblicato nel giornale in edicola”, dice il direttore del settimanale Luigi Vicinanza. Nel frattempo l’ufficio inquirente palermitano fa sapere di aver aperto un’indagine sulla vicenda: il fascicolo è modello 45, senza reati e senza indagati. Crocetta, però, è già passato al contrattacco: “C’è stata un’azione di dossieraggio contro di me. Volevano ammazzarmi, cucirmi addosso il cappotto dell’indegno, liquidarmi politicamente. Posso dare le dimissioni anche lunedì, l’unica cosa per me insopportabile è il fango con cui mi stanno sporcando“. Poi il governatore mette nel mirino l’autore dell’articolo, Piero Messina, appellandolo come “un giornalista da me licenziato“.  “Quello che dice Crocetta è vero, mi ha licenziato tre anni fa dall’ufficio stampa della regione. Ma questa vicenda non ha nulla a che fare con l’articolo che ho scritto. Io faccio il giornalista, cerco solo di raccontare le vicende di cui vengo a conoscenza”, replica Messina.

Intanto sono finite nel congelatore le decine di richieste di dimissioni piovute sul governatore nelle ultime 24 ore: dai vertici del Pd, con il sottosegretario Davide Faraone antico nemico di Crocetta, spalleggiato dai vicesegretari del Pd Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, a tutti gli esponenti dei partiti dell’opposizione, sembrano essersi bloccate le dichiarazioni al vetriolo che chiedevano la testa dell’ex sindaco di Gela. In attesa che su quell’intercettazione venga fatta luce, i politici di ogni colore hanno messo un freno ai comunicati stampa per evitare pericolosi boomerang. Ed è per questo che Fausto Raciti, segretario siciliano del Pd, adesso corre in soccorso del governatore. La politica è un conto e le intercettazioni di dubbia provenienza sono un altro conto. La Procura ha smentito più volte queste intercettazioni. Punto”.

“La cosa che mi ha fatto più male? Certamente la notizia in sé, come lo sconcerto davanti allo squallore di certe frasi, e poi le continue smentite “, dice Rita Borsellino, sorella di Paolo e zia di Lucia. “Questo – continua – è l’inizio dell’ennesimo buco nero. La nostra storia, e non parlo solo di quella palermitana, di buchi neri ne ha troppi”. Nel frattempo a 48 ore dall’anniversario numero 23 della strage di via d’Amelio, a Palermo si contano i cocci: Manfredi e Lucia Borsellino hanno annunciato da giorni la loro assenza alla commemorazione dell’eccidio.