Dietro ai gabbioni dell’aula bunker, pareti bianco-verdi a geometria esagonale, c’è il gotha della nuova malavita alla milanese. Ci sono boss della cocaina e capi rispettati della ‘ndrangheta lombarda, ci sono ras di quartiere e storiche menti criminali della Milano anni Ottanta tornati a macinare reati. Una trentina dietro le sbarre bianche del bunker, altri a piedi libero rinviati a giudizio nel prossimo processo con rito ordinario.

Aula piena. Decine gli avvocati. E un solo pm, Marcello Musso che in sette anni di lavoro ha messo insieme quattro inchieste sul regno della droga in riva al Naviglio. Oggi l’ultimo atto di una storia che non pare ancora finita. Il giudice per l’udienza preliminare Giuseppe Gennari, con la formula del rito abbreviato, ha condannato, leggendo un lungo e complicato dispositivo. Condanne ma anche assoluzioni e reati andati prescritti. Quarant’anni di carcere così finiscono sulle spalle della famiglia Muscatello, calabresi con patente di ‘ndrangheta. Casato mafioso in quel di Mariano Comense, ‘ndrina antica e potente, capeggiata dal vecchio Salvatore Muscatello, già condannato per mafia, poi scarcerato e alla fine riacciuffato dal Ros. Lui in questo processo non c’è.

C’è invece su figlio Giuseppe che incassa vent’anni di carcere senza fiatare. Vent’anni in due (dieci a testa) per figlio e nipote. Accusa: droga. Quanta? Non tanta, ma utile perché il pm Musso possa chiedere e ottenere un granitico verdetto di colpevolezza. Con loro ottimi gregari di quelle zone come Pasquale Macrì che incassa otto anni e qualche mese, e lo stesso Vincenzo Micchia (18 anni e 8 mesi), considerato dall’accusa un trafficante di buon calibro. E con loro Francesco Orazio Desiderato, calabrese di Vibo Valentia, giovanissimo e con già decine di anni di carcere sulle spalle. Tanto che oggi porta a casa 8 mesi ma in continuazione con altre condanne.

Gli ultimi secondi da uomo libero Desiderato li passa a bordo di un’auto il 25 ottobre 2013. Con lui altre tre persone. Viaggiano lungo la Barlassina: vengono fermati dalla squadra Mobile di Milano. Hanno un chilo di cocaina e tre fucili, due sono Kalashnikov. Ma se Desisderato viene condannato va assolto il suo presunto braccio destro Pietro Chiricò. Condanna anche per Luciano Nocera, mafioso che da pochi mesi si è buttato pentito e che ha incassato quattro anni di carcere e soprattutto la prima patente di collaboratore di giustizia. Nei suoi venti verbali davanti alla Dda di Milano, Nocera ha raccontato oltre dieci anni di ‘ndrangheta al nord di Milano e in provincia di Como, svelando almeno due omicidi e indicando la strada agli investigatori per chiudere il cerchio attorno ad altri due delitti. Nocera ha parlato della sua affiliazione ma anche di politica.

Oltre alle condanne, molte sono state le assoluzione. Su tutte quelle di Alessandro Crisafulli, il boss di Quarto Oggiaro che assieme al fratello Biagio ha comandato la droga per tutti gli anni Ottanta. Alex Crisafulli in aula ha fatto ammissioni importanti sul traffico di droga. Per lui il pm aveva chiesto vent’anni di carcere. Il giudice ha optato invece per l’assoluzione. Crisafulli, ha ragionato la corte, negli ultimi anni si è completamente staccato dai vecchi affari. Ipotesi non condivisa dall’accusa. Suo fratello Biagio detto Dentino invece andrà alla sbarra assieme alla moglie nel processo con rito ordinario.

Gennari ha deciso “il non doversi procedere” anche nei confronti di Nicola Tatone, ras delle bustine a Quarto Oggiaro in carcere dal 2009 dopo l’operazione Smart. Lo stesso Tatone che nell’inverno del 2013 si è visto sterminare la famiglia. A far fuoco, secondo l’accusa, Antonino Benfante detto Nino Palermo. Secondo il pm Musso, Nicola Tatone assieme al fratello Mario e agli altri due (Emanuele e Pasquale uccisi) avrebbe costituito una nuova associazione per conto del clan Crisafulli gestendo tutta la droga di Quarto Oggiaro. Secondo il giudice, invece, il reato contestato è lo stesso per cui Nicola Tatone sta già scontano la pena in carcere.

Il successo della procura e del suo pm resta comunque indiscutibile, soprattutto in un momento storico in cui la Direzione distrettuale antimafia sembra aver messo nell’angolino i reati sul traffico di droga. Per buona parte dei condannati è stato, infine, contestata l’aggravante del metodo mafioso.