Per tutti gli anni Ottanta e buona parte dei Novanta è stato il re criminale di Quarto Oggiaro. Assieme al fratello ha gestito lo spaccio sulla piazza di Milano, ha commesso omicidi e si è seduto ai tavoli riservati della mafia spa sotto al Duomo. Adesso, dopo anni di carcere, questo romanzo nero è disposto a metterlo nero su bianco davanti ai magistrati. Sì perché Alessandro Crisafulli ha scelto la via della collaborazione. E lo ha fatto davanti al pm milanese Marcello Musso che il 23 agosto 2014 lo ha interrogato perché coinvolto in un’inchiesta di droga. Si tratta dell’indagine Pavona 4 che a luglio mette in scacco diversi gruppi di narcos legati al crimine organizzato.

Da sei anni a questa parte io con le istituzioni mi sento alleato. Mi sono arreso

Prima di quel verbale che potrebbe risultare decisivo per riscrivere trent’anni di storia criminale milanese, Crisafulli ha inviato una lettera dal carcere di Opera. Lettera d’intenti che diventa tale davanti al pubblico ministero che lo accusa, non solo di aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ma gli imputa anche la decisione, attraverso ambasciate portate fuori dal carcere dalla moglie, di aver investito il clan Tatone di gestire lo spaccio di droga a Quarto Oggiaro per conto della famiglia Crisafulli. Lui, Alex, nega. Ammette l’esistenza dell’associazione, ma nega di averne fatto parte e soprattutto nega le responsabilità della ex moglie. Poi dice: “Le mie colpe le evidenzieremo strada facendo…”. Quindi aggiunge: “Da sei anni a questa parte io con le istituzioni mi sento alleato (…) Le ho detto che mi sono arreso” e “cazzo, sono venuto qua come collaboratore io (…) perché la galera non è più il mio posto. Non posso stare ancora vent’anni in galera (…) Se Lei mi vedesse, io sono sempre con le cuffie o con il libro. Non ho più un rapporto e lo possono testimoniare tutti gli agenti. E difatti io ogni giorno combatto con un agente perché mi dice: Ma Crisafulli, ma che cazzo ci fai tu qua? Cosa ti può essere successo? Si vede che era il mio Karma”.

Il pm cita le Confessioni di Sant’Agostino, il boss risponde con la filosofia di Gadamer

Difficile essere più chiari di così. Insomma, Crisafulli, fratello di Biagio soprannominato Dentino, vuole parlare perché “per molto tempo ho vissuto nella animalità”. La dichiarazione d’intenti c’è. Il pm, però, tira dritto sui fatti contestati nell’ordinanza. Ed è giusto che sia così. Musso non è arrivato ieri. Di pentiti ne ha sentiti a decine. Padrini di Cosa nostra anche, negli anni in cui ha ricostruito diversi omicidi di mafia a Milano. Non si fida. Nelle 187 pagine il boss e il pm discutono. Dei fatti, prima di tutto. Che Crisafulli nega. Ma anche di filosofia. Nel momento in cui il pm cita addirittura “Le mie confessioni” di Sant’Agostino. “Ci ha insegnato che si ha un’intuizione, che la conoscenza è basata su un’intuizione iniziale che è credere o non credere. Lui parlava di credere in Dio, eccetera. Ecco, credere che quelle emergenze siano buone, ma questa è un’intuizione iniziale, da cui parte la conoscenza. Quella è un’intuizione iniziale, poi bisogna vedere dove ti porta la conoscenza, e di qui l’intercettazione ambientale”. Si parla di filosofia ma si resta agganciati all’indagine. Crisafulli non resta spiazzato e risponde con sorprendente competenza citando Hans-Georg Gadamer, filosofo tedesco e padre dell’ermeneutica. Dice: “C’era anche un certo Gadamer che parlava della precomprensione, che è un’altra cosa”.

Spadino muore, perché una sera si trova a mangiare con il fratello di Foschini tra un pippotto e l’altro

La digressione colta dura poco. Si torna al crimine. “Dottore sono qua. Mi sono messo in gioco. Mi sono dato tutto. Le ho raccontato altre cose”. Tra le varie, il boss pentito, ricostruisce anche l’omicidio di Vincenzo Morelli detto Spadino scomparso la sera del 26 aprile 1991 e ritrovato cadavere solo quindici anni dopo nei boschi del parco delle Groane a sud di Milano. Per quel fatto ci sono già state diverse condanne. Crisafulli prima coinvolto sarà successivamente scagionato. Davanti a Musso racconta come maturò quell’omicidio: “Io questo Morelli lo conoscevo sin da ragazzino (…) spacciava per noi (…) però siccome era troppo montato (…) l’ho sempre mandato via da Quart Oggiaro. Si è unito alla batteria di Vittorio Foschini (oggi collaboratore di giustizia, ndr), Pellegrino, non so se se li ricorda o li ha sentiti nominare, e si è unito a questi e gli faceva l’autista e queste cazzate qua. Solo che loro lo odiavano, però non avevano il coraggio di ucciderlo, perché erano una banda di scappati di casa. Millantavano cose che, specialmente Foschini, non avevano mai fatto. Morale Spadino muore, perché una sera si trova a mangiare con il fratello di Foschini (…) e tra un pippotto di cocaina e l’altro gli dice: Mi sono scopato la sorella di Pellegrino. Siccome il più montato dei Pellegrino era Dino è andato fuori di testa e il giorno dopo l’hanno ucciso. Ed è lì che è morto Spadino, perché Spadino ha fatto questa confidenza (…). Lo hanno portato in casa di Nicolino, altro fratello dei Pellegrino che abitava a Baranzate, lui aveva sposato una zingara, e l’hanno ucciso lì”. Queste una delle tante verità (ancora da accertare) di Alex Crisafulli, ras della droga, boss rispettato, oggi pentito e disposto a parlare con chi in Procura a Milano vorrà ascoltarlo. “Perché – chiude l’ex re criminale –  è vero che io ho ucciso, e non voglio entrare nel merito dei miei motivi, perché non c’è motivo che possa giustificare un’uccisione, ma certamente non se uno mi schiacciava il piede come facevano tanti altri”.