I vertici del Partito democratico come quelli del Partito socialista italiano (Psi). Oggi “Mafia Capitale”, allora “Tangentopoli”. Con la stessa irresistibile tentazione: parlare d’altro. Mentre la credibilità del partito affonda e i magistrati bussano alle porte. Corruzione, mazzette, appalti truccati. Numerosi esponenti coinvolti. Gli arresti. E così, se ai tempi di “Mani pulite” il leader socialista Bettino Craxi definiva Mario Chiesa un «mariuolo isolato» e attaccava la Procura di Milano, colpevole di aver dato vita ad una «vera e propria aggressione» nei suoi confronti, stavolta il Pd – pesantemente coinvolto nell’inchiesta sul “Mondo di mezzo” – preferisce fare melina. «Siamo il partito dell’antimafia», si limitano a dire dal Nazareno. «Mi dicano chi dei nostri è coinvolto, lo cacciamo e deve stare in carcere fino all’ultimo giorno», aggiunge il premier-segretario Matteo Renzi. Frasi che però non bastano a fronteggiare la slavina che sta travolgendo la costola romana dei democratici, commissariata nel dicembre scorso e affidata da Renzi al presidente del partito, Matteo Orfini, e che sta assumendo dimensioni catastrofiche. Dal Comune fino alla Regione. Nei dialoghi intercettati dai carabinieri del Ros risulterebbe addirittura che i soldi delle cooperative di Salvatore Buzzi servivano a pagare gli stipendi dei dipendenti capitolini del Pd. Come allora le mazzette degli imprenditori alimentavano le casse socialiste amministrate da Vincenzo Balzamo. «Non erano riusciti a pagare gli stipendi di agosto e non sapevano cosa fare – ha detto Carlo Guarany, vice del ras delle coop romane –. E così (Carlo Cotticelli, tesoriere locale dei dem, ndr) chiedeva a Buzzi se per caso potesse aiutarli dando loro sei-settemila euro per pagare gli stipendi di agosto e una parte di settembre». Un fatto inaudito, considerando che il capo della cooperativa “29 giugno”, Buzzi, è una delle colonne dell’associazione mafiosa portata alla luce dalla magistratura romana.

TUTTA COLPA DEI GRILLINI  Ci sarebbe dunque bisogno di rivoltare il partito come un calzino. Magari avviando una grande riflessione interna. Invece a Largo del Nazareno preferiscono rivolgere lo sguardo altrove. Aprendo il fuoco contro gli avversari, soprattutto il Movimento 5 Stelle. Ieri, per esempio, il vicesegretario del Pd romano Luciano Nobili ha puntato il dito contro i grillini, rei di aver attaccato su un’automobile del car sharing – utilizzata da alcuni parlamentari per consegnare in Senato i faldoni contenenti le 200 mila firme per la richiesta di un referendum contro l’euro – alcuni adesivi col logo del movimento. «Mi sono imbattuto in uno spettacolo davvero sconcertante su quanto la politica possa essere arrogante e ipocrita», ha scritto il “renzianissimo” Nobili in un comunicato. Proprio così, mentre gli investigatori sfornavano gli ultimi atti sui maneggi di pezzi importanti del partito. E su “Mafia Capitale”? «Possiamo affermare di avere agito senza alcun tentennamento, portando avanti una lotta senza quartiere ai corrotti e allontanando dal Pd tutti i responsabili di questa vergogna», ha spiegato Nobili. Peccato, però, che «i corrotti» li abbia scovati la magistratura prima del partito, troppo impegnato a fare le pulci agli altri che a guardare in casa propria. Che dire, poi, delle parole pronunciate da Orfini dopo la seconda ondata di arresti avvenuti nell’ambito della stessa inchiesta? «I principali esponenti del M5S sono gli idoli dei clan di Ostia, come dimostra ciò che questi raccontano ogni giorno sui social network. Non è un caso – ha scandito il presidente del Pd – che si diventi idoli dei clan nel momento in cui si ha la loro stessa linea, con un leader (Beppe Grillo, ndr) che dice che “la mafia non esiste”». Dichiarazioni che hanno scatenato la dura reazione del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, che ha querelato lo stesso Orfini. «Dagli atti dell’inchiesta Mafia Capitale emerge che il clan di Buzzi ha finanziato e messo a libro paga il Pd: siamo di fronte ad un vero e proprio accordo per la gestione illecita della cosa pubblica -attacca Riccardo Fraccaro, altro esponente grillino- Mentre Orfini gioca alla playstation, il boss Carminati e i suoi compari amministrano Campidoglio e Regione. Non so cos’altro deve accadere per restituire la parola ai cittadini e mandare a casa Marino e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti».

FUORI DAL CORO Ma c’è anche chi, all’interno del partito, interviene auspicando una diversa presa di posizione da parte dei vertici, soprattutto Renzi e Orfini. «Se da una parte il Pd ha cercato da subito di porre rimedio a questa situazione, col commissariamento e lo screening di tutti gli iscritti, dall’altra siamo di fronte ad un problema che è morale, culturale e politico», spiega a ilfattoquotidiano.it Patrizia Prestipino, componente della direzione nazionale del partito e sfidante di Ignazio Marino alle primarie di due anni fa. L’unica, fino a questo momento, a chiedere il commissariamento del Comune di Roma. «Il Pd e Marino non possono amministrare serenamente la capitale in questa situazione così compromessa – aggiunge Prestipino –. Se ai problemi di ordine amministrativo ed economico si aggiungono quelli di carattere giudiziario si genera una miscela esplosiva difficilmente controllabile». Perciò «se Marino decidesse di dimettersi darebbe un contributo prezioso al rinnovamento del partito e della politica». A quella della Prestipino si aggiunge un’altra voce critica. Una delle poche e delle più inascoltate: il “civatiano” Andrea Ranieri che ieri, in direzione nazionale, ha annunciato il suo addio al Pd. «Denunciai a suo tempo l’indecenza del congresso romano, fatto di cordate e carovane di gente portata a votare per alcuni di quei nomi finiti nell’inchiesta. Avremmo potuto trovarli prima noi della magistratura ma nessuno ha dato seguito ai miei appelli. La politica, compreso il Pd -aggiunge Ranieri- dovrebbe prendere sul serio la questione morale: sono un garantista ma resto convinto del fatto che se qualcuno la concepisce come un investimento su se stesso prima o poi finisce al centro delle cronache giudiziarie».

Twitter: @GiorgioVelardi