L’intervento di Enzo Manes sul tema degli investimenti sociali pubblicato il 16 maggio mi è parso molto chiaro e utile, ma su alcune questioni sono in disaccordo e credo sia giusto dibatterne data la rilevanza dei temi affrontati. Il classico macro-inquadramento del settore non profit, che sembra mostrare numeri esaltanti, rischia di distorcere la realtà: una lettura approfondita dei dati Istat mostra infatti che oltre il 70% delle organizzazioni non profit sono di tipo auto-ricreativo (circoli, attività sportive etc.) e non erogano servizi a terzi. Queste organizzazioni rappresentano “il sale” della società, perché creano capitale e coesione sociale, ma è importante sottolineare come esse non svolgano alcuna attività erogativa che possa essere sostitutiva o complementare del welfare pubblico.

Giustamente, Manes si focalizza su quella parte del settore non profit che eroga servizi e che è costituita prevalentemente da cooperative sociali, ma non dice (come purtroppo quasi mai viene detto) che la maggior parte del fatturato delle cooperative di tipo erogativo, e cioè di tipo A, proviene dal settore pubblico, il quale dà loro il mandato di gestire parte dei servizi di assistenza sociale rivolti specialmente alle fasce sociali disagiate. Per tale ragione, la visione di un settore non profit che si finanzia con soldi privati – e che è quindi indipendente ed “aggiuntivo” rispetto al settore pubblico – è in larga parta non veritiera e continuare ad accreditarla non fa certo bene al dibattito e alla chiarezza. È poi vero che le cooperative sociali erogano anche servizi direttamente – ovvero facendoli pagare ai loro utenti privati – ma è tutto da dimostrare che tali servizi siano migliori, o più efficaci, o meno costosi di quelli offerti dagli altri erogatori non appartenenti al mondo non profit.

Come Manes sa, il nostro Fondo ha promosso un’iniziativa nel settore sanitario per offrire servizi ambulatoriali di qualità a costo contenuto, con una forte focalizzazione sulle aree in cui il servizio sanitario nazionale è assente o debole, ma lo stesso nostro Fondo è stato anche socio di iniziative simili promosse da cooperative sociali: davvero non vedo molte differenze tra i due modelli, ed anzi il nostro ambulatorio medico, che come forma giuridica è una società per azioni., riesce in generale a garantire prezzi più bassi, grazie alla sua maggiore dimensione e a una migliore capacità imprenditoriale e organizzativa. Manes critica l’Impact investing – e la poca chiarezza intorno a questa nuova “moda”, anche a causa della vaghezza con cui viene definito l’impatto sociale – e qui, benché il mio Fondo sia un operatore di questo settore, tendo a concordare con lui: questa vaghezza sta permettendo a tanti, a troppi operatori di fregiarsi di questa definizione “di moda” con operazioni che sono spesso una semplice “ridenominazione” di attività commerciali tradizionali. I leader nel farlo sono ormai le grandi investment bank internazionali, ed entrambi sappiamo quale sia la loro forza, non solo finanziaria ma anche in termini di capacità di influenza, a tutti i livelli.

Un punto essenziale della tesi esposta da Manes è la critica al concetto di impatto sociale, come discriminante per l’individuazione delle imprese sociali, ma poi sostiene che “è sociale l’impresa che produce benefici sociali”: poiché i benefici sociali sono un perfetto sinonimo dell’impatto sociale, Manes finisce con il definire l’impresa sociale esattamente nello stesso modo che ha appena criticato. La verità è che anche lui ha abbracciato l’inutile dibattito sulla definizione dell’impresa sociale e sulla ricerca del suo vero dna – un dibattito che non sta portando a nulla e che è pieno di sofismi. In verità ciò che conta – per tutte le aziende, e quindi anche per le imprese sociali – sono i servizi e le soluzioni che essi producono: questa è a mio avviso la vera misura della loro efficacia e della loro “socialità” e, come per le altre aziende, i migliori giudici dei risultati sono gli utenti, che valutano la capacità dei diversi operatori di offrire soluzioni migliori di quelle esistenti, dove migliori vuol dire più efficaci, meno costose e rivolte alle fasce sociali più deboli. Il dibattito dovrebbe quindi orientarsi sull’analisi della qualità dei servizi e sul confronto tra le soluzioni, che sono la vera nostra unica sfida nel settore degli investimenti sociali.

I settori comunemente definiti “sociali” (l’educazione, la sanità e i servizi alla persona) vedono una forte presenza del settore pubblico, mentre i privati che vi operano – sia profit che non profit – erogano prevalentemente per conto del settore pubblico, e con modelli erogativi simili. Tali settori non sperimentano reale innovazione nei loro modelli erogativi da molti decenni, mentre ne avrebbero molto bisogno se si desidera aumentarne l’efficacia senza farne crescere il costo, vista la limitazione della spesa pubblica. Questa è la grande sfida cui ci troviamo di fronte, ricordandoci anche che laddove non paga lo Stato, sono i cittadini a pagare i servizi direttamente, perché non c’è un terzo pagatore.

La spesa sociale (ovvero la somma di quella pubblica e di quella privata) nel nostro Paese e nel mondo sviluppato è pari a circa il 25% del Pil. La filantropia in Italia e in Europa continentale vale molto meno dell’1% del Pil, ed anche negli Stati Uniti non supera il 2%: è quindi chiaro che le risorse private filantropiche hanno poche possibilità di aggiungere qualcosa di sostanziale alla spesa pubblica finanziata direttamente o indirettamente (via tasse) dai cittadini. E’ quindi giusto chiedersi quale sia la funzione delle risorse filantropiche: è essenzialmente quella di portare assistenza a quelle fasce particolarmente disagiate della popolazione di cui l’offerta pubblica (per mancanza di risorse e/o imprenditorialità) non riesce ad occuparsi, e che non possono accedere a servizi pagamento perché non hanno la capacità di spesa necessaria. Un esempio bellissimo è senza dubbio l’iniziativa che lo stesso Manes ha promosso, Dynamo Camp, che offre gratuitamente un importante momento di svago e di sostegno ai bambini che soffrono di gravi malattie. L’iniziativa a cui Manes sta adesso lavorando nel suo nuovo ruolo pubblico può promuovere molti altri progetti di alta qualità, portando in questo settore più imprenditorialità.

Ma queste soluzioni vanno bene per “le nicchie” di grande bisogno, mentre la nostra società ha bisogno di molto di più: ha bisogno di una sanità più efficace, di modelli educativi più vicini ai nuovi bisogni e alle nuove professionalità, di nuove soluzioni per gli anziani… e la lista potrebbe essere ben più lunga. Qui la filantropia non ha la dimensione né le competenze per avere un ruolo specifico, e servono quindi aziende che promuovano nuovi modelli attingendo a capitali privati “pionieristici”: tali aziende si rivolgeranno all’inizio alla spesa diretta dei cittadini, e se dimostreranno che i loro modelli sono di successo potranno poi proporsi come interlocutori del settore pubblico, per migliorarne l’offerta. Il grande peso dimensionale del settore pubblico nell’area dei servizi sociali è un dato positivo, e ci obbliga a mantenerlo come interlocutore: questo non vuol dire chiedere aiuti al settore pubblico, né incrementare la spesa pubblica complessiva, ma significa piuttosto fare in modo che queste soluzioni innovative intercettino budget pubblici esistenti, sottraendoli alla spesa legata alle soluzioni meno efficaci, attraverso un sistema di allocazione delle risorse pubbliche che sia fatto in modo più trasparente e basato sull’evidenza dei risultati.

Questo è quello che può e deve fare l’impact investing, diventando cioè un laboratorio di ricerca e di sviluppo nei settori sociali. E ciò deve essere fatto – sono d’accordo con Manes – privilegiando il ritorno sociale rispetto a quello finanziario, ma anche tenendo conto che queste nuove soluzioni necessitano di moltissime risorse per essere promosse, e pensando quindi che se esse sapranno costruire valore per la società potranno anche – nel lungo termine – costruire un valore per i loro azionisti.
La gamma dei bisogni sociali è amplissima, e ognuno di essi ha bisogno di strumenti finanziari adeguati e – soprattutto – di imprenditori capaci che gestiscano queste risorse. La figura dell’imprenditore sociale sta diventando “di moda”, ma i primi imprenditori che servono in questo settore sono i gestori di queste risorse private, per promuovere innovazione e per attirare nuovi talenti e ulteriore imprenditorialità non solo dal settore non profit ma dall’intera società. Spero che questo dibattito possa continuare su basi sempre più approfondite e sempre meno ideologiche, e soprattutto che esso punti sempre più a discutere di soluzioni e di modelli concreti piuttosto che della natura e della forma giuridica dell’impresa sociale.

di Luciano Balbo, presidente e fondatore di Oltre Venture, società di venture capital sociale