Una riforma necessaria che rischia di scontentare tutti. Così a grandi linee si può sintetizzare quanto sta emergendo dal dibattito sulla legge delega per la riforma del Terzo settore che mercoledì ha iniziato il suo iter alla Camera dopo essere stata licenziata dalla commissione Affari Sociali. Scontenta chi come il Movimento 5 Stelle (ma anche diversi esponenti della maggioranza) si era battuto per l’istituzione di un’Authority indipendente e per il rafforzamento dei controlli dopo gli scandali Roma Capitale ed Expo. Scontenta gli attori del terzo settore che, pur cogliendo diversi elementi di novità, temono che la riforma finisca con il trasformarsi nell’ennesima occasione mancata. E scontenta alla fine anche il governo che da un lato non vuole rischiare il flop (la precedente riforma del 2006 ha generato appena 700-800 imprese sociali) e, dall’altro, teme che allentando troppo i bulloni il terzo settore finisca con lo snaturarsi depauperando l’enorme e preziosissimo capitale sociale accumulato in questi anni.

Con questi presupposti è difficile parlare di una vera e propria riforma: come è emerso nel corso di un incontro tra mondo dell’associazionismo e dell’imprenditoria sociale e il Movimento 5 Stelle organizzato dall’incubatore di imprese sociali Make a Change e dalla rivista Vita, il punto di partenza di una riforma del terzo settore non può che essere il confronto sul modello di welfare che si ha in mente per il futuro e sul ruolo giocato dallo Stato, dal settore pubblico. E qui le differenze politiche e culturali sono enormi anche nell’ambito dello stesso terzo settore, dove gran parte degli attori dipendono dagli appalti e dalle commesse del pubblico che esternalizza i servizi ai cittadini e hanno quindi un approccio più “conservatore” alla riforma, mentre una variegata minoranza di soggetti tra cui la parte più innovativa delle imprese sociali, pezzi importanti dell’associazionismo, dell’economia solidale e del mondo che ruota attorno ai gruppi d’acquisto sono portatori di esigenze nuove e di visioni differenti della relazione che dovrebbe instaurarsi tra settore pubblico e impresa sociale. Esigenze, visioni e relazioni che per quanto possibile vengono già tradotte in pratica quotidiana da questi soggetti: sono idee, sono reti, sono talvolta intere filiere produttive dove il concetto di utilità sociale si sposa a quello di sostenibilità economica e dove però – specie nei settori a più elevata intensità di capitale – per crescere è necessario investire.

Ad oggi le imprese sociali (a differenza delle cooperative) non possono distribuire ai soci nemmeno in minima parte gli utili prodotti e ciò le obbliga a ricorrere sistematicamente all’indebitamento bancario per finanziare gli investimenti: uno dei tanti paradossi di un settore mal regolato. Però la distribuzione ai soci di una quota degli utili è anche uno dei punti più controversi della riforma, perché se da un lato può favorire la raccolta di capitale di rischio mettendo nelle condizioni i fondi pensione e altri investitori di lungo periodo di entrare con delle quote di minoranza nelle imprese sociali sostenendone così i progetti e le attività, dall’altra parte rischia di minare alla radice lo spirito del non profit e – se combinata ai vantaggi di ordine fiscale previsti per il terzo settore – può attirare miriadi di speculatori e incentivare ancor di più il passaggio di servizi pubblici essenziali nelle mani di privati travestiti da impresa sociale. Anche per questo servirebbe un’Authority indipendente e a chiederla sono gli stessi esperti del settore, come Flavio Zandonai, segretario generale di Iris Network (l’associazione degli istituti di ricerca sull’impresa sociale), perché il tema dei controlli, del monitoraggio e delle abilitazioni è cruciale e non può essere certo svolto in maniera efficace dal ministero del Lavoro, come invece stabilito dalla legge delega.

Alla politica si imputa l’assenza di coraggio: “Se l’obiettivo della riforma è rendere più attraente l’impresa sociale, allora il testo fa poco”, conclude lapidario Zandonai. E nessuna risposta sembra aver trovato finora la sollecitazione di Johnny Dotti, fondatore di Welfare Italia, che invita ad andare oltre il terzo settore e a “destatalizzare non per privatizzare, ma per socializzare, perché pubblico non coincide per forza con statale: acqua, trasporti locali, ambiente, rifiuti vanno portati in questa direzione, altrimenti verranno privatizzati”. Poche frasi che segnano tutta la differenza culturale e politica tra chi si muove nel territorio dell’impresa sociale e immagina nuove forme di mutualismo e di economia partecipativa e chi invece resta imprigionato nella logica dualistica pubblico-privato, che non concede altro spazio e possibilità al terzo settore che quello della sussidiarietà. In queste condizioni è difficile immaginare sostanziali passi avanti, ma mai dire mai: in fin dei conti la delega deve essere ancora approvata e la riforma ancora scritta.