La Ue vuole “fare pressione” su Mosca ma continua a finanziarla: in aprile acquisti di petrolio e gas per 1,7 miliardi. Francia in testa
Nonostante quattro anni di sanzioni, l’obiettivo annunciato da Bruxelles di mettere fine entro il 2027 alle importazioni di gas russo e la dichiarata intenzione di puntare su una rapida transizione verde, l’Europa per ora continua a comprare rilevanti quantità di energia da Mosca. Ad aprile, stando all’ultimo rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), i Paesi dell’Unione europea hanno acquistato petrolio e gas russo per circa 1,7 miliardi di euro, confermandosi ancora uno dei principali finanziatori del bilancio del Cremlino. La Ue il mese scorso è stata il quarto maggiore acquirente mondiale di combustibili fossili russi dopo Cina, India e Turchia, contribuendo a incassi per 734 milioni di euro al giorno. In testa c’è la Francia, con 413 milioni spesi per approvvigionarsi di gas nazionale liquefatto. Mentre la Spagna, che era nella stessa posizione a marzo, ha ridotto gli acquisti di oltre il 50%.
Le cancellerie del Vecchio continente continuano, sulla carta, a difendere la linea dura. “Dal punto di vista dell’Ue, questo non è il momento di allentare la pressione“, ha detto martedì il vicepresidente della Commissione e commissario all’Economia Valdis Dombrovskis commentando la decisione Usa di prorogare ulteriormente la sospensione delle sanzioni sul petrolio russo trasportato via mare. C’è “la volontà unanime di mantenere la pressione sulla Russia”, ha confermato il ministro dell’Economia francese Roland Lescure dal G7 Finanze di Parigi. E il comunicato finale del vertice conferma l'”impegno incrollabile” a “continuare a imporre costi severi alla Russia in risposta alla sua continua aggressione contro l’Ucraina” ed evitare che si avvantaggi del rialzo dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Iran. I dati raccontano altro, anche se potrebbe essere l’ultimo colpo di coda: il 25 aprile è scattato lo stop all’import di gnl con contratti a breve termine e dall’inizio 2027 – salvo marce indietro – sarà vietata ogni tipo di fornitura.
Il grosso delle importazioni europee ha continuato a riguardare in aprile proprio il gas naturale. Secondo il rapporto, il 59% degli acquisti europei di energia russa nel mese – per un valore di 1 miliardo di euro – è stato costituito da gas naturale liquefatto. Un ulteriore 30% riguardava il gas trasportato via pipeline e l’11% petrolio greggio. In prima linea come detto c’è la Francia, che ha aumentato gli acquisti del 13% sul mese prima. Segue l’Ungheria, che ha importato energia russa per 380 milioni di euro sotto forma di gas via pipeline e greggio. Budapest resta molto dipendente dalle forniture russe e si oppone all’irrigidimento delle sanzioni energetiche europee. Il Belgio dal canto suo ha comprato per 363 milioni (+33%), la Slovacchia per 228 milioni, la Spagna per 181 milioni di euro, tutti legati al gas liquefatto.
Sul fronte petrolifero, parte delle forniture verso l’Europa è ripartita grazie alla riattivazione del ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio russo verso Ungheria e Slovacchia. I flussi sono ripresi il 23 aprile dopo quasi tre mesi di interruzione, generando per Mosca introiti pari a circa 27 milioni di euro al giorno. Ma il rapporto ricorda anche come una quota di petrolio russo continui ad arrivare indirettamente sui mercati occidentali attraverso raffinerie di Paesi terzi. Ad aprile otto spedizioni di prodotti raffinati provenienti da impianti che utilizzano greggio russo — classificati ad “alto rischio” secondo le linee guida europee — sono state scaricate in porti dell’Unione europea. Sette spedizioni provenivano dalla Turchia e una dalla Georgia. Cipro è stata il principale destinatario con quattro carichi, ma anche Italia, Paesi Bassi, Romania e Spagna hanno ricevuto una spedizione ciascuno. Il risultato delle triangolazioni è che le raffinerie di India, Turchia, Georgia e Brunei che lavorano greggio russo hanno esportato ad aprile prodotti raffinati per 760 milioni di euro verso Paesi che aderiscono alle sanzioni, inclusa l’Unione europea, gli Stati Uniti e l’Australia.
Il principale acquirente globale di combustibili fossili russi resta comunque la Cina, che vale da sola il 41% delle entrate energetiche russe da parte dei primi cinque clienti mondiali. L’India si conferma il secondo mercato per il greggio, mentre la Turchia rimane centrale sia per il gas sia per i prodotti raffinati. Nel complesso, durante il mese le entrate russe da esportazioni di combustibili fossili sono salite del 4% sul mese prima, toccando quota 734 milioni di euro al giorno: è il livello più alto degli ultimi due anni e mezzo, raggiunto nonostante un calo del 7% dei volumi esportati causato anche dagli attacchi con droni alle infrastrutture petrolifere.
L’aumento dei prezzi energetici dà ossigeno alle finanze russe in un momento di forte pressione economica. Ma non cancella i problemi strutturali. Secondo i dati di Rosstat, nel primo trimestre del 2026 il Pil russo si è contratto dello 0,2%: è la prima flessione trimestrale degli ultimi tre anni, dopo la crescita dell’1,4% registrata nello stesso periodo del 2025. Mosca ha rivisto drasticamente al ribasso le stime di crescita per il 2026, portandole dall’1,3% allo 0,4%. A pesare sono soprattutto l’inflazione persistente, la carenza di manodopera, i costi crescenti della guerra e gli elevati tassi d’interesse mantenuti dalla banca centrale per contenere i prezzi. Le condizioni finanziarie restrittive stanno mettendo sotto pressione il settore privato: le grandi aziende hanno avviato licenziamenti e chiesto aiuti statali, molte piccole imprese sono state costrette a chiudere. Intanto le finanze pubbliche mostrano la corda. Nei primi tre mesi del 2026 il deficit di bilancio russo ha già superato le previsioni per l’intero anno, raggiungendo l’equivalente di 60 miliardi di dollari.