La crisi ha trasformato il precariato e la disoccupazione in trappole da cui è difficile uscire. In Italia, stando al rapporto annuale 2015 dell’Istat, oltre mezzo milione di precari “atipici” svolge lo stesso lavoro da almeno 5 anni. Sull’altro fronte, chi è “alla ricerca di un’occupazione lo è in media da 24,6 mesi”, cioè da oltre due anni, e “da 34 mesi se è alla ricerca del primo impiego”. Tempi che tendono a diventare sempre più lunghi. A confronto con l’anno precedente, infatti, la durata media della disoccupazione è aumentata di 2,3 mesi e di quasi tre mesi per chi cerca la prima occupazione. Tanto che, sottolinea l’istituto di statistica, l’incidenza dei disoccupati di lunga durata sul totale supera il 60%. Insomma, trovare un posto è un’impresa di non poco conto. Ecco perché in tanti ci rinunciano: i dati 2014 fanno registrare oltre due milioni di scoraggiati tra il totale degli inattivi. Tuttavia, evidenziano i ricercatori Istat, in parallelo sono aumentate anche le persone interessate a lavorare. Così ai 3,2 milioni di disoccupati (+5,5% rispetto al 2013) si aggiungono 3,5 milioni di “forze di lavoro potenziali sfiorano i tre milioni e mezzo (+8,9%)”.

Tornando agli atipici, cioè quanti si destreggiano tra contratti a tempo determinato e collaborazioni, nel 2014 se ne contavano 751mila. Esposti a una doppia vulnerabilità: non solo non riescono ad ottenere la stabilizzazione né a trovare di meglio, ma sono anche in part time involontario, vale a dire imposto dal datore di lavoro. Il fenomeno è subito soprattutto dai giovani fino a 34 anni, dai residenti nel Mezzogiorno, dagli occupati con al più la licenza media e gli stranieri. Negli ultimi sei anni però i maggiori incrementi si riscontrano al Nord, tra i meno giovani (specialmente con più di 50 anni) e gli uomini (+444mila). Il tempo parziale, del resto, è anche l’unica forma di lavoro che ha continuato a crescere “quasi ininterrottamente” in Italia dall’inizio della crisi: è aumentato di 643mila unità dal 2008 (+25,1%) e di 80mila nell’ultimo anno.

Ai 3,2 milioni di disoccupati vanno sommate 3,5 milioni di persone inattive 

L’occupazione, in generale, è tornata a crescere nel 2014 per i lavoratori più anziani, con 320mila occupati in più over 55 (in aumento dell’8,9%) mentre continua a calare per i più giovani che vedono una contrazione di 46mila posti (-4,7%) per gli under 25 e di 148mila posti per gli under 35 (-2,9%). Tuttavia più di un occupato su dieci risulta irregolare. Il tasso, calcolato con la nuova metodologia Esa 2010, si aggira intorno al 12,6% per il 2012. Guardando alla media relativa al triennio 2010-2012, l’istituto stima 2,3 milioni di irregolari. Notevoli però le differenze tra settori: l’irregolarità ha, infatti, un’incidenza del 21,9% sugli occupati in agricoltura, del 6,6% nell’industria in senso stretto, del 14,7% nelle costruzioni e del 13,3% nei servizi, con punte in quest’ultimo comparto che toccano il 16,3% nel settore degli alberghi e dei pubblici esercizi e un valore particolarmente elevato nel comparto del lavoro domestico (54,6%)”.

Aumenta la quota di famiglie in cui lavora solo la donna: nel 2008 erano 1,7 milioni di nuclei, oggi 2,4

Risultano confermati alcuni fenomeni definiti “stilizzati”: “Quote di irregolarità più elevate caratterizzano la componente femminile, i cittadini stranieri, gli indipendenti, i giovani e gli anziani, i meno istruiti, il Mezzogiorno e i settori notoriamente a rischio”. Tuttavia, spiega l’Istat, “oltre la metà dei circa 2,3 milioni di irregolari stimati in media nel triennio 2010-2012 sono uomini, poco più dell’80% cittadini italiani, oltre la metà in un’età compresa fra 35 e 64 anni, uno su sei ha frequentato l’università, più della metà lavora nelle regioni del Centro-nord, due terzi sono lavoratori dipendenti, uno su tre svolge attività di tipo tecnico-professionale o impiegatizio, poco meno della metà sono coniugati”. Come dire che le categorie tradizionalmente più “fortunate” non si salvano più dal lavoro nero e grigio.

Quanto alla quota di famiglie in cui la donna è l’unica ad essere occupata, questa “continua ad aumentare”. Nel 2014 la percentuale ha raggiunto il 12,9%, pari a 2,4 milioni di nuclei, contro gli 1,7 milioni del 2008 e i 2,3 del 2013.