Sono passati quasi tre mesi dall’Eurogruppo che ha concesso alla Grecia ossigeno fino a giugno, in attesa di un accordo definitivo con i creditori. Ora giugno è alle porte, il negoziato non si è ancora concluso e il Paese, tornato in recessione, è sempre più a rischio. Per pagare gli stipendi e le pensioni di maggio il governo, che il mese scorso aveva confiscato la cassa agli enti locali, ha dovuto rastrellare liquidità dalle ambasciate e ai consolati. Il fondo del barile, insomma, è stato ampiamente raggiunto. E senza lo sblocco dell’ultima tranche di aiuti, un pacchetto da 7,2 miliardi, sarà impossibile per Atene rimborsare gli 1,5 miliardi dovuti al Fondo monetario (la scadenza è il 5 giugno) e i 6,7 da ripagare alla Bce nel corso dell’estate. “Il default è una possibilità reale”, ha sentenziato l’agenzia di rating Fitch. E il membro della Bce Yves Mersch ha avvertito che “siamo alla fine del gioco” e la situazione “non è sostenibile”.

Eppure l’esecutivo di Alexis Tsipras continua a fare melina e rifiutare quelli che vengono definiti ultimatum. Domenica il portavoce di Syriza, Nikos Filis, in un’intervista a Mega Tv ha ribadito il concetto, rispedendo al mittente qualsiasi proposta che si configuri come un “prendere o lasciare” e dicendo che l’obiettivo è “raggiungere un accordo che sia vantaggioso per tutte le parti entro venerdì”, quando si concluderà il summit dei leader europei a Riga. “Il nostro mandato è di ottenere un accordo con i creditori con il quale la Grecia resta nell’euro senza pesanti misure di austerity“, ha aggiunto Filis. Resta dunque una chiusura totale rispetto alla possibilità di superare le “linee rosse” indicate da Tsipras: in particolare no a nuovi tagli a salari e pensioni e nessuna marcia indietro sulla riassunzione di 4mila dipendenti pubblici.

Una posizione che confligge con le richieste dei maggiori Paesi creditori: il ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel ha detto domenica in un’intervista che “un terzo pacchetto di aiuti per Atene è possibile solo se le riforme vengono implementate. Non possiamo semplicemente mandar loro dei soldi”. Ma le ultime proposte inviate ai creditori sabato sono state nuovamente valutate ambigue e poco dettagliate. Secondo il quotidiano greco Ekathimerini c’è ancora notevole distanza su previsioni macroeconomiche, obiettivi finanziari, nuove misure fiscali e, appunto, riforma del mercato del lavoro e delle pensioni compresi alcuni tagli. La Grecia e le istituzioni europee sembrano però aver trovato una convergenza sulle stime di crescita per quest’anno: entrambi stimano un aumento del pil dello 0,5 per cento. Per quanto riguarda i target fiscali, il compromesso individuato è un avanzo primario compreso tra 1 e 1,5 per cento quest’anno, tra 1,5 al 2 per cento l’anno prossimo e al 3,5 per cento dal 2017.

Sulla possibilità di un’intesa pesano comunque anche le differenti visioni dei componenti del “Brussels group“, la ex troika. Il Fondo monetario e la Commissione hanno aperto a una nuova rinegoziazione del debito, attraverso un allungamento dei tempi di rimborso, ma la Banca centrale europea non si è mai espressa in proposito e all’interno dei singoli Paesi creditori, a partire dalla Germania, sarebbe scontata l’opposizione politica a una soluzione di questo genere. La cancelliera Angela Merkel, favorevole a un accordo che scongiuri l’uscita di Atene dall’Eurozona, deve fare i conti con il numero due del gruppo parlamentare Cdu/Csu, che ha avvertito come la “Grexit” sia meglio di un’intesa su basi troppo deboli che finirebbero per danneggiare l’intera unione monetaria.