Colline dolci, verdissime in questa stagione dell’anno. Piccoli gruppi di case ordinate, un distributore di benzina, il palazzo del comune, un negozio dove si vende di tutto. Non c’è molto a Lety, nella Boemia meridionale, Repubblica Ceca. Non c’è molto che possa distinguere Lety dalle altre decine di villaggi della campagna ceca. Eppure a Lety è sepolto il passato, e forse il futuro, dei rom europei. Qui, durante la seconda guerra mondiale, esisteva un campo di concentramento per migliaia di rom. Qui morirono centinaia di donne e bambini. E qui, dal 1974, c’è un allevamento di maiali. E’ stato costruito esattamente sul luogo dell’Olocausto rom. Ha cancellato la memoria fisica dell’Olocausto. “Sopra i morti c’è la merda dei maiali”, racconta Paul Polansky, poeta e storico, che da anni si dedica a mantenere vivo il ricordo di Lety.

La storia di Polansky, americano dell’Iowa, è indissolubilmente legata a Lety. Agli inizi degli anni Novanta Polansky studia negli archivi regionali di Trebon per ricostruire la genealogia della sua famiglia, originaria della Boemia del sud. E’ così che, per caso, si imbatte in un tesoro di ben 40 mila documenti mai studiati prima. Dopo molte richieste, e resistenze da parte della direzione degli archivi, Polansky ottiene il permesso di visionare i documenti e scopre una sconvolgente verità. A Lety, durante l’occupazione nazista della Repubblica Ceca, esisteva un campo di concentramento. Nato come campo di lavoro per ospitare “disoccupati e piccoli criminali”, Lety diventa nel 1942 un luogo di reclusione esclusivamente per i rom. “Molti venivano usati per lavori agricoli e nei boschi dal principe Karel Schwarzenberg, che possedeva diversi ettari di terra da queste parti”, spiega Polansky. Quando, anche per i rom, scatta la soluzione finale, molti internati vengono inviati ad Auschwitz-Birkenau; alcuni finiscono a Zalov, altro campo di concentramento rom. Intanto, almeno 340 persone, molti donne e bambini, sono morti a Lety, soprattutto di fame e di tifo.

“Ma i morti sono ben più di 340, sono centinaia e centinaia”, spiega Polansky, che ha intervistato in questi anni i pochi sopravvissuti, i figli dei sopravvissuti, i contadini della zona, i carcerieri di Lety. “Molti di quelli che arrivavano a Lety non venivano nemmeno registrati, erano schiavi del principe Schwarzenberg e morirono qui o ad Auschwitz senza lasciare traccia”. E’ stato difficile, difficilissimo, per Paul Polansky mettere insieme i tasselli di questo luogo dell’Olocausto rom. I pochi sopravvissuti non ne parlavano perché a Lety le donne venivano stuprate e la vergogna era più forte della verità. Molte guardie di Lety divennero poi funzionari del regime comunista e pareva rischioso, e inutile, denunciare i crimini a coloro che li avevano commessi. Il ricordo di Lety, insomma, poco a poco svanì. Il campo venne smantellato, l’erba tornò a crescere e nel 1974 il governo cecoslovacco ci costruì sopra un allevamento di maiali. Con la fine del comunismo, l’allevamento passò in mani private e privato resta ancora oggi, con ricche sovvenzioni da parte dell’Unione Europea. Il simbolo dell’Europa troneggia, sul cancello all’entrata dell’allevamento.

“E’ un insulto alla memoria dei 500 mila rom uccisi durante il nazismo. E’ il simbolo di quanto importa all’Europa della sua popolazione rom”, dice Polansky, che in questi anni, insieme ad alcuni militanti e gruppi per i diritti umani, ha manifestato per la chiusura dell’allevamento e la costruzione di un vero memoriale al massacro di tanti donne, uomini, bambini. Polansky e gli altri vogliono disotterrare le tombe che ancora esistono, vogliono arrivare a una stima più realistica dei morti. Ma non è facile, perché nonostante le assicurazioni il governo ceco non fa il passo decisivo per chiudere la “fattoria dei maiali” e la strategia sembra anzi quella di insabbiare il più possibile. Lety, del resto, era un campo gestito interamente da guardie ceche e la parola d’ordine, dal 1945 in avanti, è sempre stata quella di “presentare i cechi come vittime e i tedeschi come aguzzini – racconta Polansky – eppure tutti i sopravvissuti con cui ho parlato mi hanno detto una cosa: Lety era peggio di Auschwitz”.

Il prossimo 13 maggio, come il 13 di ogni mese, un piccolo gruppo di rom si schiererà davanti al cancello dell’allevamento. Chiederà, come sempre, che la Repubblica Ceca e l’Europa riconoscano il loro passato. Poi, come ogni 13 del mese, percorrerà un piccolo sentiero, su, fino alla sommità di una collina, dove ci sono quattro sassi circondati da un tappeto di fiori. E’ il memoriale di Lety, l’unico segno, tra l’odore di sterco e di stalla, di quanto successo.

(Foto – gentile concessione dell’associazione per i diritti umani Konexe)