Nessuna illuminazione, il manto stradale deformato, gallerie senza aereatori, l’asfalto vecchio di anni, la segnaletica che praticamente non esiste. Sembra un campo di battaglia, una rete viaria da terzo mondo, e invece è lo stato delle infrastrutture in Sicilia. Sull’isola più a sud d’Europa, infatti, gran parte della viabilità interna risale direttamente al periodo dei Borbone: e in qualche caso la manutenzione dell’ultimo secolo e mezzo non ha cambiato più di tanto il volto delle strade siciliane. Il crollo del viadotto Himera, sulla A19 che collega Palermo a Catania, è solo la punta dell’iceberg. È bastato che chiudessero due chilometri di ponte per accorgersi che l’intera viabilità siciliana era tutta appesa a quell’autostrada vecchia di quarant’anni: dal 10 aprile scorso, infatti, la Sicilia è praticamente divisa in due.

Autostrade siciliane pignorate
In realtà, prima del crollo del viadotto Himera a destare particolari preoccupazioni alla Regione non era l’autostrada Palermo-Catania, che è gestita dall’Anas. A turbare i sonni di Palazzo d’Orleans era più che altro lo stato di salute della autostrada 20, quella che collega il capoluogo siciliano con Messina. Un’autostrada famosa, non solo perché è l’unica a pagamento sull’isola, ma soprattutto perché ci sono voluti 37 anni per costruirla. Inaugurata almeno quattro volte (l’ultima nel 2004 dall’allora premier Silvio Berlusconi) dopo meno di 10 anni l’A20 è una delle autostrade più pericolose del Mezzogiorno. “A Messina, e relativa provincia si muore sulle autostrade perché si vola giù dai viadotti protetti dai guardrail non a norma, si muore perché si sbanda sulle pozzanghere che si formano ad ogni pioggia, si muore per mancanza di manutenzione e di asfalto drenante nei punti più critici” denunciava il 5 marzo scorso Salvatore Vinci, segretario del Sindacato italiano lavoratori di polizia della Cgil. “Le colpe di questo disastro infrastrutturale – continuava Vinci – sono proprio del Consorzio Autostrade Siciliane che, evidentemente, investe male le risorse provenienti dai cittadini”. Finito al centro di un’inchiesta della procura di Messina per turbativa d’asta, il consorzio autostrade siciliane gestisce, oltre all’A20, anche la A18, che collega la città peloritana con Catania: ogni anno dovrebbe incassare dai pedaggi 67 milioni di euro, per poi investirne almeno il 34 per cento in manutenzione. Peccato che di questa somma, 29 milioni, sia già stata pignorata per debiti pregressi. E sono proprio quei debiti che incidono nei ritardi della messa in sicurezza dell’autostrada. Almeno secondo il “servizio vigilanza enti” dell’assessorato Mobilità e infrastrutture, che il 6 giugno 2014 inviava alla Regione una relazione sullo stato delle autostrade gestite dal Cas. Una situazione definita drammatica, dove si denunciava la “mancanza di segnaletica orizzontale e verticale, disfunzioni negli impianti di ventilazione delle gallerie, carenza colonnine soccorso, il manto stradale deformato, assenza manto stradale drenante”. Tutte segnalazioni agli atti della Regione da quasi un anno. Era vecchia di dieci anni invece la frana che ha colpito il viadotto Himera: segnalata la prima volta nel 2005 dal comune di Caltavuturo, era stata monitorata dai tecnici della Provincia. Che però non avevano mai messo in atto alcuna operazione di messa in sicurezza, fatta eccezione per lo sradicamento di alcuni alberi di pino.

La viabilità alternativa: le Regie Trazzere dei Borbone
Dopo il crollo del viadotto sulla Palermo-Catania, la Regione ha quindi scoperto di non avere alcuna viabilità alternativa: i percorsi che dovrebbero sostituire l’autostrada sono infatti a loro volta crollati o franati. In teoria l’isola sarebbe zeppa di strade statali e provinciali, che costituiscono spesso l’unica rete viaria per collegare i centri dell’entroterra con le città principali. È il caso della strada statale 643, individuata da Anas come percorso alternativo per arrivare a Catania. Un tragitto che ha riportato in auge il piccolo comune di Polizzi Generosa, meno di quattromila abitanti a mille metri d’altezza: fondato nel VI secolo avanti Cristo al confine tra i domini punici e Siracusani, oggi Polizzi è tornata ad essere terra di frontiera tra le due principali città dell’isola. Solo che per raggiungerla bisogna percorrere appunto la microscopica carreggiata della 643, una strada a sua volta franata, chiusa per tre chilometri è aperta nottetempo dopo il crollo del viadotto. E se il caso della 643 ha guadagnato le pagine dei giornali a causa dell’emergenza, non va meglio altrove, dove la viabilità provinciale non ha mai ricevuto la giusta manutenzione. Colpa di una rete infrastrutturale che deriva dai vecchi sentieri tracciati dai contadini, battuti sotto i Borbone, promosse a Regie Trazzere dai Savoia ed ereditate dalla Repubblica, che le ha rese strade statali asfaltandole a cadenza decennale, quando va bene. L’elenco delle strade interrotte, crollate o franate è sterminato. Si va dalla provincia di Caltanissetta, dove i crolli cominciano nel 2009, quando sulla strada Statale 626 (Caltanissetta-Gela) il viadotto Geremia si spezzava in due. Allagate e franate sono le strade statali 121 e 191 nei pressi di Mazzarino, mentre nei dintorni di Sutera si registrano movimenti franosi, smottamenti e colate di fango. Non va meglio in provincia di Agrigento, dove a Capodanno il crollo del viadotto Scorciavacche aveva suscitato l’ira persino del premier Matteo Renzi. Quest’estate era già crollato il viadotto Petrulla sulla strada tra Licata e Ravanusa, mentre il viadotto Verdura (AgrigentoSciacca) era collassato nel 2013. Non pervenuti i percorsi interni alla provincia di Enna, dove per la sezione locale della Cgil su 120 strade ben 40 risultano chiuse: l’ultima è la panoramica 28, crollata il 28 marzo. Sterminato l’elenco delle strade dissestate tra Palermo e Trapani: si va dalle frane della provinciale 26 al cedimento della 110, dal crollo della statale 113 nei pressi di Trabia fino alla provinciale 18 che collega Palermo a Piana degli Albanesi, chiusa da tempo, mentre il percorso alternativo (la provinciale 34) sta cedendo in questi giorni. Esilarante poi quanto si registra sulla provinciale 4 che collega Corleone a San Cipirrello: qui la strada è stata ripristinata autonomamente dagli abitanti della zona, impossibilitati a raggiungere i proprio appezzamenti di terreno, senza ovviamente seguire alcuna norma sulla messa in sicurezza del percorso.

Per riparare le strade ci sono 49 milioni. Ma ne occorrono 200 (solo a Palermo)
Eppure la Regione Siciliana qualcosa per aggiustare le strade aveva provato a farla. Una bella delibera, la numero 76 del 2014, stanziava ben 49 milioni di euro per il “ripristino delle situazioni di rischio sulla mobilità”. Un bel gruzzolo, se non fosse che nel marzo 2015 la direzione infrastrutture della Provincia di Palermo metteva nero su bianco i costi previsti per mettere in sicurezza la propria viabilità interna. Il risultato è che per la manutenzione delle strade in provincia di Palermo occorrono quasi 200 milioni di euro, e cioè il quadruplo rispetto a quanto è stato stanziato per l’intera Regione. Per mettere in sesto le varie strade dell’isola, invece, occorrerebbero ben 650 milioni di euro. E dire che i soldi per le strade siciliane ci sarebbero, o meglio c’erano. “Erano somme previste dai fondi Pac che il governo Renzi ha scippato al Sud: c’erano le risorse per gli interventi sul rischio idrogeologico, ma anche 64 milioni di euro per la la mobilità provinciale e la sicurezza stradale”, spiega il deputato di Sel Erasmo Palazzotto, che nelle scorse ore ha presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio sullo stato della viabilità siciliana. Ed è proprio da Bruxelles che a fine mese arriverà in Sicilia Corina Cretu, commissario europeo per le Politiche regionali. E mentre strade, ponti e viadotti continuano a sgretolarsi, i cittadini dell’isola hanno deciso di protestare in maniera originale: si sono radunati su un gruppo Facebook (con già 18mila adesioni) e minacciano di non pagare le tasse fino a quando non sarà rimessa in sesto la rete viaria siciliana. Che dopo due secoli deve ancora il suo new Deal ai Borbone.

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