Milano, aula bunker del carcere di San Vittore. In piedi, dietro il banco dell’accusa, c’è il pubblico ministero Marcello Musso. Seduto, a quello degli imputati, Alex Crisafulli, fratello minore del boss Biagio, detto Dentino, il ras di Quarto Oggiaro. Quello che va in scena in questo stanzone con le pareti verdi e i gabbioni è l’ultimo maxi processo alla malavita milanese, che conta oltre cento imputati alla sbarra. A istruirlo è stato proprio Musso, che con i quattro capitoli dell’inchiesta Pavone ha fatto luce su anni di omicidi, traffici di droga e rapporti pericolosi tra i padroni delle periferie e i boss con buoni quarti di nobiltà mafiosa. Centinaia di indagati, centinaia di imputati, centinaia di condanne: un mosaico nero, al quale però mancano ancora molti tasselli.

E Alex Crisafulli di quei tasselli ne custodisce in tasca molti. Perché per anni è stato il braccio destro del fratello. Delle strade di Quarto Oggiaro conosce vita, morte e miracoli. Nel 2014 però salta il fosso: quella vita dice al giudice che lo interroga non gli appartiene più. “La galera non è più il mio posto. Non posso stare ancora vent’anni in galera”. Decide di collaborare. Per il pm Musso è manna dal cielo. Ne ha di cose da chiedergli. Una in particolare. Riguarda Francesco Castriotta, detto Gianco. Pezzo da novanta alla corte dei Crisafulli, che di droga ne ha smerciata a quintali e può vantare ottimi rapporti con la malavita organizzata. Nel 2010 Gianco è in attesa di giudizio, che arriva, ed è pesante: 31 anni di carcere. Castriotta, però, farà solo pochi giorni. Perché soffre di priapismo, la disfunzione di chi ha sempre il membro eretto. Per questo il giudice decide di scarcerarlo. Lui non ci pensa due volte e sparisce dai radar. Le sue tracce svaniscono. Dove? Nessuno lo sa. Le poche notizie arrivate in cinque anni lo danno in Sud America. Forse in Colombia. Ma non c’è nessuna certezza. Fino a tre giorni fa.

Musso la domanda la rivolge quasi a bruciapelo, col marcato accento piemontese e la voce graffiata dalle troppe sigarette: “Lei sa che fine abbia fatto Francesco Castriotta?”. Crisafulli prende tempo. Abbassa lo sguardo. Poi parla: “In carcere mi è stato detto che Gianco sta passando la sua latitanza in Venezuela, è stato favorito da un elettrauto di Quarto Oggiaro, anche lui oggi in Sud America”. E la risposta vale quanto un’informativa dettagliata. Perché Alex e Gianco si conoscono da una vita e di strada insieme ne hanno percorsa tanta. Negli anni Ottanta e Novanta buona parte dell’eroina e della cocaina che veniva riversata nelle piazze delle periferie milanesi passava dalle loro mani. Di più. Castriotta era luogotenente dei Crisafulli, famiglia con saldi legami con ‘ndrangheta e Cosa nostra. E’ a lui che viene affidato il traffico. Ed è insieme a lui che Biagio, Dentino, nel ’94 finisce nelle maglie dell’inchiesta antimafia della Dda milanese Terra Bruciata. Ma i rapporti si incrinano nel 2006. Il contabile di Dentino finisce in carcere. E nel 2007, il re di Quarto Oggiaro, dal carcere di Opera, cambia le regole del gioco. Decide di spostare il giro di spaccio dalle mani di Gianco e i suoi a quelle della famiglia Tatone, clan campano salito a Milano negli anni Cinquanta e retto per molti anni da Rosa Femiano che presto venne soprannominata nonna eroina. Adesso a fare le veci dei Crisafulli sono i fratelli Tatone che vengono riabilitati nel quartiere, dopo che per anni sono stati bollati come “infami” dal gotha mafioso. Gianco definisce la scelta di Dentino “una brutta notizia”. E ha ragione. Perché per lui il vento comincia a cambiare sul serio. Un anno prima in via Pascarella, qualcuno aveva addirittura cercato di uccidere suo fratello Vincenzo. Castriotta si trasforma così in un reietto e inizia a girare alla larga da Quarto Oggiaro. Chiede spiegazioni, però. Vuole capire. E Luigi Giametta, altro luogotenente di Dentino e suo compagno di batteria, appena uscito dal carcere affida alla moglie di Biagio, Lucia Friolo, i dubbi di Gianco. La sentenza di Dentino arriva dalla cella ed è inappellabile. Giametta la riporta all’amico. “Ha mandato a dire di non rompere i coglioni – ragiona Gianco – li ha messi lui (Crisafulli, ndr), lui ha dato il potere (ai Tatone) e tutto quanto. Tutto per che cosa? Per quattro piccioli compare”. Perché Castriotta, secondo il boss, non passa la percentuale dovuta, quindi deve uscire di scena e lasciare il posto ai Tatone, “ragazzi seri”, li definisce un suo collaboratore.

Tutto fila liscio, dunque. Gli assetti di Quarto Oggiaro vengono ridisegnati e reggono. Fino all’ottobre 2013. Quando due dei fratelli Tatone, il capofamiglia Pasquale ed Emanuele, vengono uccisi a distanza di due giorni l’uno dall’altro. A sparare – dicono gli investigatori della mobile – è stato Antonino Benfante, detto Nino Palermo, adesso a processo. Uno spacciatore di medio livello, in passato membro della batteria di Crisafulli insieme a Giametta, Castriotta e Giordano Filisetti, detto baffo tingiuto. La stessa che verrà spazzata via dall’entrata in gioco dei TatoneSecondo le indagini, Nino Palermo ha premuto il grilletto per impadronirsi del giro di spaccio. Lo avrebbe fatto da solo. Ma questo lo stabilirà il processo. Prima di arrestarlo, però, le intercettazioni captano la sua voce al telefono mentre parla con un elettrauto di Quarto Oggiaro, che al momento non è ancora stato identificato, ma potrebbe essere lo stesso che ha favorito la latitanza di Gianco. Perché nella Milano criminale i destini si incrociano sempre. Dando vita a un unico, grande, mosaico nero.