La sesta sezione penale della Cassazione conferma la prescrizione per Paolo e Silvio Berlusconi in merito alla vicenda dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, e l’allora amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte nella quale l’attuale sindaco di Torino pronunciò la famosa frase: “Abbiamo una banca“. La decisione della Suprema Corte accoglie così la richiesta del procuratore generale Francesco Salzano, che aveva chiesto di rigettare i ricorsi dell’ex premier e del fratello Paolo, editore de Il Giornale, che chiedevano di essere assolti nel merito e quindi di essere prosciolti da ogni responsabilitàIl 31 marzo 2014 la corte d’Appello aveva dichiarato la prescrizione per rivelazione di segreto d’ufficio e pubblicazione illegittima dell’intercettazione della telefonata. L’ex presidente del Consiglio, ha detto il pg nel corso della requisitoria, diede “il suo assenso alla pubblicazione della telefonata tra Fassino e Consorte nella consapevolezza che era un’intercettazione coperta da omissis”.

L’avvocato di Fassino: “Berlusconi trasse vantaggio dalla pubblicazione” – In Appello era stato ribadito il risarcimento di 80mila euro per Fassino, costituitosi parte civile nel processo, confermato anche da Piazza Cavour. “Si era alla vigilia di una rilevante tornata elettorale nella quale si ipotizzava la vittoria della coalizione politica guidata da Romano Prodi“, ha detto l’avvocato di Fassino Carlo Grosso. E, dunque, in questo contesto la notizia dell’intercettazione Fassino-Consorte “era molto succosa”.

Grosso ha poi proseguito: “Chi può mai pensare che una notizia di tale rilevanza politica potesse essere pubblicata senza l’avallo di Silvio Berlusconi che era la persona che avrebbe avuto vantaggio politico dall’esplosione della notizia, divulgata ampiamente anche dai media internazionali“. “Il risultato finale della pubblicazione di quella intercettazione è stato molto dannoso – ha proseguito il legale di Fassino – e questo determina la solidarietà del risarcimento“, ossia il fatto che Silvio e Paolo Berlusconi sono chiamati a risponderne insieme.

La requisitoria del procuratore generale –  Il pg Salzano ha sottolineato come la Corte d’Appello abbia “adeguatamente motivato” e “compiutamente esaminato tutte le criticità” della vicenda valutando in maniera “adeguata l’attendibilità delle dichiarazioni sfavorevoli nei confronti degli imputati”. In particolare sulla frase rimasta famosa di Fassino ‘abbiamo una banca’, il pg ha evidenziato che “da parte di Silvio Berlusconi non c’era stato solo un ascolto della telefonata ma un assenso alla pubblicazione. Si trattava – ha insistito il Salzano – di una telefonata che ha avuto un impatto enorme“. E la frase di Fassino “è rimasta nella memoria collettiva a lungo tempo”. Da qui la richiesta di rigettare i ricorsi.

Il processo – Per i giudici di primo grado il ruolo di Silvio Berlusconi era stato decisivo per la pubblicazione della trascrizione sulle pagine del GiornaleL’ex premier era stato condannato a un anno per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. Rivelazione, “Allora abbiamo una banca?”, così efficace rimasta impressa nella memoria collettiva e così efficace “da rimanervi dopo anni” e capace di “dispiegare quegli effetti sull’opinione pubblica dei quali hanno riferito vari testi”.

In secondo grado invece i giudici avevano dichiarato la prescrizione del reato e nelle motivazioni aveva messo nero su bianco su come da quella pubblicazione Berlusconi aveva tratto “vantaggio nella lotta politica”. Secondo i magistrati la telefonata, che fu pubblicata il 31 gennaio 2005, permise alle elezioni 2006 al centrodestra di realizzare un’insperata rimonta fino alla sconfitta per soli 24mila voti del centrosinistra. Il legale di Piero Fassino, parte civile in questo procedimento, aveva chiesto la conferma della sentenza d’appello conclusasi il 31 marzo 2014 con il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, ma il riconoscimento di 80mila euro a titolo di risarcimento.