dalema-renziL’inchiesta di Napoli ci svela che Massimo D’Alema e Matteo Renzi sono diversi ma hanno una cosa in comune: l’uso di una fondazione per raccogliere i soldi e i servizi utili per fare politica senza nessun obbligo di dichiarare i finanziatori né di spiegare come hanno speso i soldi così raccolti.

I contributi annuali a un partito o a un parlamentare, sopra i 5 mila euro, devono essere sempre dichiarati alla Camera di appartenenza. Anche le entrate e uscite in campagna elettorale devono essere rendicontate a pena di sanzioni. Se un parlamentare incassa 60 mila euro o si fa pagare le spese del suo telefonino da un privato deve quindi dichiararlo.

Il problema è che se lo fa tramite una Fondazione invece non ha nessun obbligo. Dalle carte depositate dell’indagine sulla metanizzazione di Ischia si scopre che la Fondazione Italianieuropei, presidente Massimo D’Alema, ha ricevuto 60 mila dalla coop rossa Cpl Concordia. E la coop si impegna a comprare 2 mila bottiglie di vino dell’azienda della famiglia D’Alema e spende 4.800 euro per centinaia di copie della sua ultima fatica letteraria. Titolo: Non solo euro, che sarebbe forse meglio cambiare in “non solo un euro, ma 4.800 vanno bene, grazie”.  

Dalle carte del filone trasmesso per competenza dalla Procura di Napoli a quella di Roma si scopre un altro dettaglio non rilevante penalmente ma interessante: il telefonino del leader del Pd Matteo Renzi, era ed è intestato e pagato dalla Fondazione Open, allora Fondazione Big Bang. Perché un aspirante premier si fa pagare il telefonino da una Fondazione creata il 2 febbraio 2012 da un personaggio al confine tra impresa e politica, come Marco Carrai (che pagava anche l’affitto della casa fiorentina dell’allora sindaco)?

La Fondazione Open rappresenta un mix di soldi privati e personaggi pubblici: il presidente è ora Alberto Bianchi (nominato consigliere dell’Enel), il segretario generale è il ministro Maria Elena Boschi e i consiglieri sono Carrai e il sottosegretario Luca Lotti. La Fondazione nel 2013 ha quadruplicato le spese telefoniche superando i 78 mila euro. Per statuto dovrebbe promuovere ricerche per rinnovare l’Italia. A tal fine può siglare contratti e usare i suoi beni mobili, compreso il telefonino affidato al rottamatore.
Il punto non è lo statuto, ma la mancanza di trasparenza. Renzi è un fautore della trasparenza e di “open data” dai tempi di Firenze. Ha sempre detto che, per lui, tutti i nomi dei donatori che gli pagano indirettamente il telefonino dovrebbero essere pubblicati su Internet. Peccato però che molti prima finanziano e poi non prestano il consenso alla divulgazione.

Ben diversa la situazione della Fondazione Italianieuropei di D’Alema. Il Fatto ha chiesto più volte a D’Alema i nomi dei finanziatori. Inutilmente.

D’Alema e Renzi sono in buona compagnia: da Altero Matteoli a Gianni Alemanno, da Enrico Letta a Francesco Rutelli, passando per Renato Brunetta e Angelino Alfano, sono tanti i politici che hanno usato fondazioni o associazioni per non svelare i canali di finanziamento. Dal caso Lusi a quello Expo, dal Mose a Mafia Capitale fino all’indagine su Ischia, in ogni inchiesta emerge il ruolo delle fondazioni. Sarà per questo che nessun politico ha mai proposto di cambiare le norme per renderle trasparenti? Renzi, almeno in parte, ha mostrato di essere diverso da D’Alema e di volere provare a essere trasparente con la sua Fondazione. Invece di proporre pacchetti contro la corruzione di scarsa utilità, perché Renzi non obbliga gli altri a fare quello che, almeno a parole, ritiene giusto a casa sua? Basterebbe una norma per imporre alle imprese di dichiarare tutti i versamenti alle fondazioni politiche, compresa quella di D’Alema, compresa la sua. Una norma.

Il Fatto Quotidiano, 31 Marzo 2015