Il Movimento 5 Stelle chiede un doppio passo indietro, Addio Pizzo e Libera si accontenterebbero di un congelamento dell’incarico all’Agenzia per i beni confiscati, mentre da Rosario Crocetta, a Beppe Lumia, fino ovviamente a Confindustria è un coro unico: Antonello Montante, il presidente degli industriali siciliani, il leader della riscossa anti racket degli imprenditori isolani, deve rimanere al suo posto.

È una vicenda paradossale quella che ha preso vita nelle ultime ore tra Caltanissetta, Palermo e Roma. Una storia dalle molteplici contraddizioni come soltanto in Sicilia può accadere. Al centro di tutto c’è Montante, delegato nazionale per la legalità di Confindustria, principale ideatore del codice etico che obbliga gli imprenditori a denunciare il pizzo, pena l’allontanamento dall’associazione di categoria. Un volto di spicco dell’antimafia, quello di Montante, che, però, adesso è finito coinvolto da un’inchiesta della procura di Caltanissetta: ad accusarlo di concorso esterno a Cosa Nostra, secondo le rivelazioni del quotidiano Repubblica, ci sarebbero le deposizioni di ben cinque pentiti.

Primo tra tutti Salvatore Dario Di Francesco, ex dipendente del consorzio Asi, mafioso di Serradifalco, il minuscolo paesino di provenienza di Montante. Di Francesco è compare di Vincenzo Arnone, rampollo della famiglia mafiosa di Serradifalco (suo padre Paolino era un patriarca della mafia nissena), che è a sua volta testimone di nozze di Montante. Il diretto interessato ha sempre giustificato quella vicenda con la comune origine paesana: si sposò giovanissimo (a 17 anni) e chiamò a fargli da testimone i conoscenti d’infanzia. Dopo la rivelazione della presunta indagine a suo carico, Montante parla di “diffamazione e del discredito mediatico” di “delegittimazione condotta a tutto campo contro vari protagonisti dell’antimafia operativa” che mira a “riprodurre una strategia della tensione che potrebbe tradursi in azioni eclatanti”. Ad intorbidire le acque ci sono anche alcune strane intercettazioni telefoniche, che – come racconta il Corsera – sarebbe state recapitate, in forma anonima, nella sede nazionale di Confindustria il 2 ottobre scorso. Un verbale con le registrazioni che sarebbero state effettuate nel settembre precedente, nelle quali si sentono alcune persone, sedute ad un bar di San Cataldo, che si scambiano somme di denaro.

“Questa è la seconda tranche da fare arrivare ai familiari del cantante. Devi sapere che il sistema così viene meglio incentivato e nelle sue cantate si ricorda sempre qualcuno in più” dicono gli ignoti interlocutori che poi fanno riferimento direttamente a Montante e a Ivan Lo Bello, vice presidente degli industriali. “Giuro su mia mamma che questi devono scomparire dalla faccia della terra: a noi interessa solo che viene anticipata quella notizia sul giornale per massacrarli nell’immagine”. Documenti che l’associazione degli industriali ha subito consegnato al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che li ha a sua volta girati ai colleghi di Caltanissetta. “Indagine su Montante? No comment” è stata l’unica dichiarazione del capo dei pm nisseni Sergio Lari.

La notizia di un’indagine per mafia aperta contro uno dei big della lotta a Cosa Nostra, intrapresa dagli imprenditori dell’isola, ha infatti scatenato un vero e proprio parapiglia istituzionale. Il governatore Rosario Crocetta, appoggiato da Confindustria Sicilia alle ultime elezioni regionali, è stato il primo a difendere pubblicamente Montante: “Lo conosco come persona che ha lottato e lotta contro il racket delle estorsioni e contro la mafia”. Dello stesso tono la difesa del senatore Beppe Lumia, membro della commissione parlamentare antimafia che sottolinea come “Di Francesco è un ex colletto bianco, un imprenditore che è stato bombardato da Montante ai tempi della rivoluzione in Confindustria”. Fanno quadrato attorno all’imprenditore, i vertici di Confindustria nazionale: il presidente Giorgio Squinzi confida di essere “sorpreso dalle anticipazioni a mezzo stampa”, mentre il vicepresidente Lo Bello spiega che il collega “deve restare al suo posto, deve continuare nel suo ruolo. Gode della fiducia di tutto il sistema confindustriale per la sua storia che non può essere scalfita dalla scarsissima credibilità di soggetti, di pseudo-pentiti interessati solo a delegittimare”.

Meno omogenea, invece, è la reazione delle associazioni antimafia. A cominciare da Addio Pizzo Catania, che chiede un passo indietro di Montante dall’ultima poltrona occupata: quella all’Agenzia per i beni confiscati, probabilmente la prima holding del mattone in Italia, dato che gestisce gli immobili confiscati ai boss. “Nell’attesa di ulteriori sviluppi – scrive l’associazione antiracket – siamo sicuri che l’Agenzia vorrà prendere i più opportuni provvedimenti al fine di assicurare la massima prudenza e trasparenza nella scelta di chi, seppur indirettamente, deve gestire, senza ombre, in nome e per conto dello Stato e di tutti i cittadini, beni e aziende confiscate alla criminalità organizzata”. Una richiesta simile arriva da Libera, tramite il coordinatore nazionale Enrico Fontana: “Fatta salva la presunzione d’innocenza, sarebbe auspicabile che Montante facesse un passo indietro da quell’incarico”. Più pesante la richiesta del Movimento 5 Stelle: per i deputati siciliani di Grillo, Montante dovrebbe dimettersi sia da Confindustria che dall’Agenzia per i beni confiscati. “È un simbolo antimafia. E un simbolo antimafia non può essere sfiorato dal benché minimo dubbio”.

Oltre a sedere nel consiglio direttivo dell’Agenzia, Montante, tra l’altro, è anche socio di un ente che ha tra gli obbiettivi proprio la gestione dei beni confiscati: si chiama “Tavolo per lo sviluppo del centro Sicilia”, è stato costituito nel 2010, e come racconta il portale glistatigenerali.it, sarebbe ancora attivo. “Montante si dovrebbe dimettere? Non lo so, dipende da una sua sensibile valutazione” dice invece Umberto Postiglione, presidente dell’Agenzia, convocato proprio in queste ore dalla Commissione antimafia regionale siciliana. “Quando ero Prefetto ad Agrigento – continua Postiglione – mi dicevano: Eccellenza, siamo nella casa di Pirandello, e io dicevo che Pirandello era un dilettante a confronto. Le cose che si riescono a costruire in Sicilia possono essere estremamente articolate anche nell’architettura diffamatoria”.

Resta da capire quanto siano realmente pesanti gli elementi al vaglio della procura di Caltanissetta. O se per caso alla fine le deposizioni messe a verbale non si rivelino, come dice lo stesso Postiglione, un maxi tentativo di calunnia. Lanciare fango, tingere di carbone, sporcare col segno del sospetto. Un concetto complesso che in Sicilia, guarda caso, è sintetizzato da un unico verbo: “Mascariare”.