Brindisi, contrada Santa Lucia, una manciata di chilometri a sud della città. Dietro un grande cancello verde vivono più di 600 cani in una struttura comunale. Fino alla scorsa settimana i loro box sono stati puliti con acqua infetta e molti degli animali all’uscita dal canile “presenterebbe patologie renali si teme dovute a una possibile alta concentrazione di sale nell’acqua distribuita”. E c’è un altro sospetto che mettono per iscritto cinque consiglieri comunali di opposizione in un’interrogazione urgente al sindaco Cosimo Consales: “La maggior parte dei cani usciti dal canile presenta oggettive condizioni di magrezza che non parrebbe dovuta semplicemente a patologie eventualmente non curate in quanto vi sono evidenze di considerevole aumento di peso in pochi giorni, pur in presenza di patologie varie, di animali andati in adozione”. È piovuto intensamente per tutta la notte quando il 27 gennaio ilfattoquotidiano.it ha modo di visitare il canile dopo averlo richiesto al Comune, perché anche negli orari di apertura al pubblico – su disposizione del veterinario che cura gli animali – l’accesso alla struttura pubblica non è libero: “C’era un continuo via vai, ma il canile non è uno zoo: i cani si agitavano”, spiega il veterinario. Ad ogni passo, in effetti, tutt’attorno è un continuo abbaiare. La maggior parte degli spazi comuni è ridotta a un acquitrino.

Si cammina solo con stivali di gomma. La struttura – in parte abusiva – è in condizioni pessime. “Abbiamo in cantiere un progetto di ristrutturazione e cerchiamo di supplire alle carenze attuali”, afferma a ilfattoquotidiano.it l’assessore comunale all’Ambiente Antonio Monetti. Un operaio ritinteggia i muri di alcuni capannoni. Serve a poco, anche perché nella zona più vecchia le gabbie sono ridotte a brandelli ma ospitano ancora non pochi cani. I secchi da cui gli animali bevono sono nella zona scoperta. È quell’acqua che secondo quanto scritto da cinque consiglieri comunali “si teme provochi patologie renali”. Gli operatori delle due ditte che gestiscono il canile brindisino – Brunda srl e cooperativa Terraviva – puliscono i box dagli escrementi. Fino al 21 gennaio quest’operazione veniva effettuata con le acque attinte dal depuratore che una determinazione comunale impedisce ora di usare perché dalle analisi “è emerso un alto livello di inquinamento di tipo batteriologico” e “l’elevata presenza di batteri ne impedisce l’uso a tal fine” oltre a costituire “un pericolo di infezioni per gli animali e gli stessi operatori”.

In una casuale scansione temporale, la decisione del Comune è arrivata due giorni dopo l’interrogazione parlamentare presentata da dodici senatori del Movimento Cinque Stelle, nella quale si chiede un intervento dei ministri Beatrice Lorenzin e Angelino Alfano e si sottolinea come una recente sentenza della Cassazione abbia stabilito che “ospitare un numero superiore di cani rispetto a quanto stabilito dalla legge regionale è una scelta imprenditoriale diretta a sacrificare il benessere degli animali alle logiche del profitto”. Ma già a dicembre, attorno al canile brindisino, era scoppiato il finimondo dopo la pubblicazione sui social network di alcune foto di cani ridotti pelle e ossa (solo una parte, come ilfattoquotidiano.it ha avuto modo di verificare durante la visita). E a fine mese la Fondazione Virio assieme alla Lepa ha presentato un esposto in procura richiedendo anche il sequestro della struttura: “Mancano luoghi idonei alle cure, lì dentro si sono improvvisate degenze. Per un veterinario non è facile operare – spiega Maria Grazia Virio, presidentessa della fondazione – Sappiamo che a volte non c’è stata disponibilità di farmaci né corretta profilassi. Negli scorsi mesi era stato segnalato il dimagrimento di alcuni cani ed era stato aumentato il cibo. Così come non sono mancati solleciti per l’acquisto delle cucce, di cui non tutti i cani dispongo”.

Anche l’Ugda, il comitato per l’istituzione di un garante dei diritti degli animali, il 15 gennaio ha scritto al sindaco offrendo il proprio contributo per aiutare operatori e volontari già impegnati: “Ci spiace non aver ancora avuto riscontro alle richieste, con carattere di urgenza, formulate a Consales”, dice la presidentessa Paola Suà che si sta occupando anche del caso di Pois, un cane deceduto subito dopo l’arrivo in clinica: “Siamo in attesa dei referti veterinari e delle analisi che abbiamo richiesto per accertare le cause della morte”. Ma l’Ugda pone l’accento anche sull’appalto assegnato per 912mila euro, un ribasso superiore a un terzo rispetto a quanto previsto (1.576.960 euro): “Il criterio di aggiudicazione non deve essere il prezzo più basso, bensì l’offerta più vantaggiosa in base a vari criteri, tra i quali dovrebbe considerarsi anche il rispetto dei principi cui è ispirata la normativa volta alla tutela degli animali da affezione – spiegano dall’Ugda – La somma in questo caso non appare assolutamente congrua per garantire benessere e sussistenza agli animali”. Per questo l’opposizione chiede al sindaco di verificare “la quantità e la qualità del mangime distribuito in canile”, oltre a richiedere “che a tutti i cani vengano fornite cucce e pedane dove poter sistemare delle coperte”. Molti ospiti del rifugio – come ha avuto modo di verificare anche ilfattoquotidiano.it – “sarebbero costantemente sul cemento spesso anche bagnato in seguito a maltempo o all’opera di pulizia dei box” e “l’assenza di cucce e pedane, dove i cani possano ritirarsi – concludono – potrebbe configurare il reato di maltrattamento”.

Twitter: @AndreaTundo1