“Significative appaiono le ricadute negative di alcuni interventi normativi sull’attività dell’amministrazione finanziaria e, in taluni casi, sugli interessi dell’Erario“. Tra quanti criticano fin dalle fondamenta il testo del decreto delegato in cui una “manina” ha introdotto la norma ormai nota come salva-Berlusconi c’è la stessa Agenzia delle Entrate. Libero riporta infatti che l’ente guidato da Rossella Orlandi, fedelissima del premier, ha preparato un rapporto di otto pagine che rileva come, a parte la soglia incriminata del 3% del reddito imponibile sotto la quale l’evasione di Iva e imposte non è punibile, anche gli altri articoli del provvedimento si configurino come un “aiuto agli evasori“. Un regalino di Natale che rischia di sottrarre alle casse dell’Erario almeno 16 miliardi di euro, avvertono le Entrate nel documento spedito a Palazzo Chigi e, secondo Libero, al centro della riunione di martedì della commissione tecnica del Tesoro guidata dall’ex presidente della Consulta Franco Gallo, incaricata di rimettere mano al decreto dopo che il premier Matteo Renzi lo ha “rinviato” a febbraio.

A finire nel mirino dell’Agenzia sono in particolare il tetto di mille euro sotto il quale non sono punibili le fatture relative a operazioni inesistenti e le nuove regole sulle dichiarazioni fraudolente, in base a cui “non costituiscono operazioni simulate quelle che hanno dato luogo ad effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili obbligatorie”. “Creano un’ingiustificata area di non punibilità“, si legge nel documento. A tutto vantaggio, per esempio, delle grandi banche e dei loro manager coinvolti in indagini per evasione fiscale. A partire dagli ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo, e di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera. Il primo è stato rinviato a giudizio per una presunta frode fiscale da 245 milioni di euro con riferimento all’operazione di finanza strutturata nota come Brontos, mentre l’ex ministro è finito sotto la lente della Procura di Biella per un’operazione di arbitraggio fiscale internazionale risalente al 2006 e 2007. Nello stesso articolo, peraltro, si restringe ulteriormente il campo di punibilità stabilendo che per rischiare il carcere occorre avvalersi di documenti falsi o di altri mezzi fraudolenti idonei non solo “ad ostacolare l’accertamento” ma anche – e congiuntamente – a “indurre in errore l’amministrazione finanziaria”.

Le nuove regole sulle dichiarazioni fraudolente “creano un’ingiustificata area di non punibilità

Vengono poi sollevati dubbi anche sulla depenalizzazione della dichiarazione infedele sotto il “tetto” dei 150mila euro, lo stesso (triplicato rispetto alle norme ora in vigore) sotto il quale non sarà più reato evadere le imposte sui redditi o l’Iva. Quanto alla norma del 3%, che da domenica scorsa ha messo a soqquadro lo scenario politico, le Entrate non si preoccupano tanto per le ripercussioni sul caso dei diritti tv Mediaset per il quale è stato condannato Silvio Berlusconi quanto per gli effetti a ben più ampio raggio di quella novità sulla lotta all’evasione: la norma “vanifica l’intero impianto della riforma”, si legge. Poi un esempio di scuola: “Si pensi a un volume di affari pari a 1 miliardo: non risulta punibile un’evasione Ires pari a 90 milioni pur in presenza di fatture false o frode”. Per capire in concreto quanto potrebbe valere questo allargamento delle maglie, basta pensare che il 3% dell’imponibile vale oltre 400 milioni per un gruppo della stazza di Eni, oltre 100 per Intesa e Unicredit, oltre 70 per Assicurazioni Generali, più di 40 per Unipol e tra i 15 e i 16 milioni per Mediobanca, Pirelli e Telecom.

La mancata proroga del raddoppio dei termini di decadenza “inibisce il potere di contrastare efficacemente le forme più insidiose di frode fiscale”

Quanto alla mancata proroga del raddoppio dei termini di decadenzaa dispetto degli appelli della Orlandi, l’agenzia nota che in questo modo “viene inibito il potere di contrastare efficacemente le forme più insidiose di frode fiscale”. Ne risulterebbe un “danno all’Erario di rilevante gravità”, stimabile in via prudenziale in una perdita di gettito di almeno 16 miliardi. Venti nel caso peggiore. Questo dopo che il governo, nella legge di Stabilità, ha inserito la previsione di ricavare dalla lotta all’evasione ben 3,8 miliardi.