Mentre una mano estrae dal cilindro ben 1 milione di nuovi assunti, con l’altra il tandem Renzi-Padoan mette una pietra sopra il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e non sblocca la situazione delle forze dell’ordine. E’ solo uno dei paradossi della legge di Stabilità che ha finalmente visto la luce giovedì 23 ottobre, esattamente una settimana dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri. Otto giorni nel corso dei quali il testo, uno dei più travagliati della storia della Repubblica, ha subito più di una modifica nel retrobottega. A saldi invariati, dato che solo l’ultima riga dei conti è stata inviata a Bruxelles per l’esame di rito il cui esito è stato reso pubblico ancora prima della manovra stessa. Eccola in dettaglio.

LE USCITE TRA SLALOM SULL’IRAP, BEBE’ E TFR – Sul fronte delle uscite pesano soprattutto la stabilizzazione del bonus di 80 euro in busta paga (vale 9,5 miliardi) e l’introduzione della deducibilità del costo del lavoro dall’Irap, che viene però in parte finanziata tornando ad aumentate l’imposta tagliata solo pochi mesi fa. Gli altri capitoli importanti sono gli sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato, i fondi per rinnovare il sistema degli ammortizzatori sociali, il nuovo regime fiscale per le partite Iva e il discusso bonus bebè. Passando per la proroga delle detrazioni per i lavori di ristrutturazione e il miliardo destinato alla stabilizzazione degli insegnanti precari. Il Tfr in busta paga sta anch’esso sotto la voce uscite, ma potrebbe trasformarsi in un vero affare per il governo, visto che chi lo chiederà se lo vedrà tassare in base alla propria aliquota marginale invece che quella agevolata. 

Sulle uscite pesano soprattutto la stabilizzazione del bonus di 80 euro in busta paga (9,5 miliardi) e il doppio slalom sull’Irap

I nuovi posti di lavoro promessi lievitano a quota 1 milione, ma solo per tre anni – Non più 800mila. Ora i posti di lavoro sono diventati addirittura un milione. La relazione tecnica allegata alla legge di Stabilità è più ottimista del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che in tv aveva promesso, appunto, che l’azzeramento per tre anni dei contributi sui nuovi contratti stabili avrebbe determinato a regime almeno 800mila assunzioni. E si spinge a valutare in “1 milione” il numero di assunzioni incentivate. Il costo? Lo stanziamento previsto è di 4 miliardi di euro per il quadriennio: 1 per il 2015, 1 per il 2016, 1 per il 2017 e 1 per il 2018. Che non basteranno però per neutralizzare gli effetti negativi sulle casse pubbliche, in cui (stando alla relazione) si creerà un buco di 5,99 miliardi di euro: 730 milioni l’anno prossimo, 2,3 miliardi nel 2016, 2,2 miliardi nel 2017 e 760 milioni nel 2018. Ed ecco come funziona l’incentivo: in pratica le aziende che tra gennaio e dicembre del prossimo anno assumeranno lavoratori in pianta stabile non dovranno pagare i relativi contributi previdenziali fino al 2018. Se ne farà carico lo Stato, fino a un tetto massimo di 8.060 euro all’anno per dipendente.

Il Tesoro prevede che 790mila lavoratori godranno dello sgravio totale (si tratterà cioè di dipendenti con un reddito inferiore a 26mila euro, quello a cui corrispondono contributi per circa 8mila euro annui) e 210mila ne usufruiranno fino all’importo massimo, mentre i datori di lavoro pagheranno i contributi dovuti oltre quella franchigia. L’esonero dal versamento riguarda unicamente la quota di contributi dovuta dal datore di lavoro, in media poco superiore al 30%, e non quella (9,19%) a carico del lavoratore. Inoltre lo sgravio vale solo per i dipendenti che non abbiano lavorato a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti e ne sono esclusi i contratti di lavoro domestico (colf, badanti), quelli di apprendistato e quelli del settore agricolo. Contestualmente però vengono eliminati i contributi ridotti finora previsti per chi assume lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi. Nella norma, però, non è stato inserito alcun vincolo che disincentivi l’azienda dal licenziare il dipendente al quarto anno, quando l’agevolazione si esaurisce. Un altro punto di domanda sull’efficacia della mossa del governo deriva dai risultati ottenuti, a regime, da un bonus analogo: quello per l’assunzione di under 30 disoccupati introdotto dall’esecutivo Letta nel 2013. L’obiettivo era creare 100mila nuovi posti tra 2013 e 2015, ma lo scorso giugno i dati Inps evidenziavano come le richieste si fossero fermate poco sopra quota 22mila.

La relazione tecnica si spinge a valutare in “1 milione” il numero di assunzioni incentivate con 4 miliardi. Senza vincoli per disincentivare i licenziamenti quando l’agevolazione finisce

Verso il muro contro muro con polizia e statali – Il ministro dell’Interno Angelino Alfano aveva annunciato che sulla questione degli stipendi delle forze di polizia era “tutto risolto”. Nel disegno di legge, tuttavia, non compare alcuno sblocco di risorse in questo senso. Gli stipendi dei tutori dell’ordine sembrano destinati al congelamento, come quelli degli altri dipendenti pubblici, per l’intero anno 2015. Bloccata per tutto il periodo 2015-2018 anche l’indennità di vacanza contrattuale degli statali, cioè quella quota retributiva riservata a quanti attendono il rinnovo del contratto. Per le forze dell’ordine è soltanto previsto, entro trenta giorni dall’entrata in vigore della norma, l’avvio delle procedure per la revisione dell’accordo nazionale quadro. Ma questa operazione serve per rispondere alle “esigenze di razionalizzazione delle risorse disponibili e di quelle connesse all’espletamento dei compiti istituzionali della Forze di polizia, in relazione alla specificità ad esse riconosciuta, nelle more della definizione delle procedure contrattuali e negoziali”. Non solo. Allo stesso tempo, il disegno di legge dimezza le spese per gli organismi di rappresentanza di forze armate e guardia di finanza, riduce le risorse per il riordino delle carriere nel comparto difesa-sicurezza (119 milioni) e stabilisce il differimento delle assunzioni nel personale delle forze di polizia al 1 dicembre 2015, per un risparmio di 27 milioni.

La beffa dell’Irap: il lavoro è deducibile ma l’aliquota sale con effetto retroattivo – Doppio slalom sull’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, su cui il governo ha rimescolato le carte giocando con incassi retroattivi e deduzioni a venire. E così dalla base imponibile sarà interamente deducibile il costo del lavoro, che ne costituisce almeno il 50 per cento. Un bel risparmio per le imprese, dunque, ma con effetto a partire dal 2015. Prima, invece, dovranno passare alla cassa dato che per tutto il 2014 sono state ripristinate retroattivamente le aliquote Irap che il decreto Irpef dello scorso aprile aveva ridotto del 10 per cento. Così le imprese industriali e commerciali la vedranno tornare dal 3,5 al 3,9%, le banche dal 4,2 al 4,65%, le assicurazioni dal 5,3 al 5,9 per cento, le società concessionarie dal 3,8 al 4,2%. L’ennesima violazione dello Statuto del contribuente che non ammette norme fiscali valide “per il passato”. E senza contare le eventuali addizionali stabilite dalla singole Regioni. Il taglio della componente lavoro andrà dunque calcolato sull’ammontare che risulta applicando le vecchie e più alte percentuali. Visto che vale solo per le uscite per il personale a tempo indeterminato, sarà avvantaggiato chi ha molti dipendenti stabili, mentre chi si avvale solo o soprattutto di personale a tempo determinato e collaboratori ci rimetterà. IlSole24Ore ha calcolato che il risparmio per le casse di un’azienda industriale sarà di circa 800 euro per ogni lavoratore a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda di 30mila euro. L’agevolazione varrà di più, inevitabilmente, per gli istituti di credito e le altre imprese che con il regime attuale pagano in media un’Irap più pesante. Quanto agli effetti per le casse dello Stato, la relazione tecnica non conferma i “6,5 miliardi l’anno” di riduzione del carico fiscale citati dal premier Renzi il 13 ottobre durante l’assemblea di Confindustria a Bergamo: la cifra riportata è di 2,7 miliardi per il 2015 e 5,6 miliardi l’anno per ognuno degli anni 2016, 2017 e 2018. Con una compensazione iniziale proveniente proprio con gli incassi dell’Irap retroattivi stimati in 2 miliardi nel solo 2014. Poi si vedrà.

Tfr in busta paga, ma tassato con aliquota Irpef ordinaria. Più barriere per l’Isee e 80 euro – Tfr in busta sì, ma potranno richiederlo solo i lavoratori del settore privato con almeno sei mesi di anzianità, ad eccezione di quelli del comparto agricolo e dei collaboratori domestici. Le somme anticipate, che scatteranno dal primo marzo 2015 fino al 30 giugno 2018, non concorreranno al raggiungimento dei limiti di reddito previsti per il bonus degli 80 euro, che viene confermato e reso strutturale con un costo annuo stimato in 9,5 miliardi di euro, senza però allargare la platea dei beneficiari a pensionati, partite Iva e incapienti. L’anticipo del Tfr saranno però computato nell’imponibile e nei calcoli dell’indicatore Isee, in cui confluiranno anche conti correnti e depositi bancari, modificando di fatto la platea di beneficiari di servizi aggiuntivi gratuiti come nidi e università. Il lavoratore che opta per il Tfr in busta paga non potrà cambiare idea fino a giugno 2018, perderà i rendimenti sul capitale del fondo e il contributo obbligatorio per la previdenza integrativa da parte del datore di lavoro. Stando alle stime della Fondazione consulenti del lavoro, tenendo conto delle sole aliquote, intascare il Tfr è una scelta neutra per i lavoratori con un reddito fino a 15mila euro perché l’aliquota Irpef e Tfr coincidono al 23 per cento. Oltre questa soglia, l’opzione è progressivamente meno conveniente per effetto dell’incremento della tassazione Irpef suddivisa per scaglioni. Secondo una simulazione, effettuata dall’ufficio studi della Cgil, su un reddito da 20mila euro lordi, l’anticipo del Tfr in busta paga comporterà come effetto netto la perdita di una quota mese Tfr (circa 40 euro) che se ne andrà in tasse. Oltre i 28.650 euro, l’anticipo si traduce in 300 euro di tasse in più all’anno per effetto della tassazione al 38 per cento. Con il passaggio dall’ aliquota agevolata a quella marginale lo Stato, invece, stima si possa registrare un effetto positivo nel 2015 sulla finanza pubblica fino a 2,246 miliardi. Gli introiti, naturalmente, dipenderanno dall’adesione all’iniziativa che, per il lavoratore, è utile solo nel caso di una esigenza urgente di liquidità.

Bonus bebè “dimezzato” – Risorse insufficienti e nuovi paletti, poi, per il bonus bebè “pubblicizzato” da Renzi nel salotto di Barbara D’Urso. L’assegno di 80 euro al mese per i nuovi nati varrà, come precisato giovedì 23 ottobre dal ministero dell’Economia via Twitter, per “ogni figlio nato o adottato dall’1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2017″ e sarà versato “fino al compimento del terzo anno d’età ovvero del terzo anno di ingresso nel nucleo”. Ne hanno diritto le famiglie con un reddito complessivo non superiore a 90mila euro, che non lo riceveranno però automaticamente ma dovranno fare richiesta all’Inps. A sorpresa, poi, i fondi stanziati per finanziarlo sono molto inferiori ai 500 milioni previsti, per il 2015, nelle prime bozze della manovra: scendono a 202 milioni. Che diventeranno 607 nel 2016, 1,012 miliardi nel 2017 e 2018, 607 milioni nel 2019 e 202 nel 2020. Dai primi calcoli, e pur tenendo conto del paletto del reddito, la cifra appare troppo bassa, visto che ogni anno in Italia nascono oltre 500mila bambini. La relazione tecnica, partendo dal presupposto che la maggior parte prenderà il bonus per meno di 12 mesi, prevede comunque che abbiano accesso al beneficio “circa 415mila nuclei”. E in ogni caso presso il ministero dell’Economia verrà istituito un fondo da 298 milioni per il 2015 “da destinare ad interventi a favore della famiglia”, da cui pescare in caso di necessità.

Prorogati l’ecobonus e gli sgravi per ristrutturazioni edilizie. Niente incentivi per rottamare l’auto – Gli sgravi fiscali per interventi di riqualificazione energetica (i cosiddetti ecobonus) e per ristrutturazioni edilizie vengono prolungati. E c’è una novità: arrivano incentivi per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici per l’arredo della casa che viene ristrutturata. Nel dettaglio, le agevolazioni sulla riqualificazione energetica degli edifici restano al 65%, anziché scendere al 50% come previsto nella legislazione vigente. Poi, a partire dal 2016, si tornerà al 36 per cento. Per quanto riguarda gli interventi nelle parti comuni dei condomini, prima le detrazioni dovevano valere il 50% fino a giugno 2016, ora saliranno al 65%, ma solo fino a dicembre 2015. Prolungato, infine, anche il termine per la detrazione relativa alle ristrutturazioni edilizie, che passa dal 40% al 50% e durerà fino alla fine del 2015. Anche in questo caso, dal 1 gennaio 2016, si torna all’aliquota del 36 per cento. Per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici, infine, l’agevolazione sarà pari al 50 per cento. Tutte queste detrazioni saranno ripartite in dieci quote annuali e saranno relative a interventi non superiori ai 96mila euro. I tecnici del Tesoro hanno calcolato che questa norma porterà un immediato beneficio per le casse dello Stato, stimato in 19 milioni di euro per il 2015, ma poi causerà un saldo negativo di 318 milioni nel 2016 e 589 milioni nel 2017. Porterà invece un risparmio di 40 milioni la cancellazione dello stanziamento per il bonus rottamazione auto del 2015.

Partite Iva, dal 2015 si cambia ancora per il regime dei minimi – A soli due anni dalla grande rivoluzione che ha stravolto le regole relative al regime dei minimi, la legge di Stabilità prevede una nuova e completa revisione del regime forfetario delle 900mila partite Iva (tante sono secondo il governo, ma la platea è più ampia) composte da mini-imprese e piccoli professionisti che esercitano un’attività in forma individuale utilizzando la partita Iva. Prima di tutto cambia l’aliquota dell’imposta sostitutiva che sale dall’attuale 5% al 15% ed è valida per per tutti i minimi. Il governo ha infatti deciso di spazzare via tutto il sottobosco dei diversi regimi in vigore (regime fiscale di vantaggio, disciplina delle nuove iniziative produttive e regime contabile agevolato). I cosiddetti forfettini, forfettoni, minimi e under 35 sono stati considerati come fuorvianti e complicati per il calcolo e la gestione della fiscalità di artigiani e micro-imprese. Il nuovo forfait unico è, quindi, pari al 15% del reddito e racchiude Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap. Ma, nel caso di nuove attività, l’aliquota sarà applicata su una base imponibile ridotta di 1/3.

Altra novità riguarda i limiti di tempo e di età che non ci sono più. Così, se fino ad oggi potevano entrare nei regime dei minimi solo gli under 35 con ricavi fino a 30mila e per massimo 5 anni, d’ora in avanti tutti potranno richiedere il forfait al 15 per cento. L’importante è che i ricavi non superino 40mila euro. Ma questa fascia di reddito più elevata ha degli importanti distinguo: l’importo massimo dei ricavi cambia in base all’attività svolta nei diversi settori. Si va, quindi, dai 15mila ai 40mila euro.
La legge di Stabilità ha anche calcolato la convenienza del regime dei minimi. Partendo dalle stime effettuate nel 2007 (il primo anno in cui fu approvato), ha stimato uno sconto fino a 1.000 euro, ipotizzando che questo bonus venga compensato da un risparmio dei costi di adempimento degli obblighi contabili e fiscali. Tant’è che la manovra ipotizza una permanenza media nel regime agevolato solo per 5 anni con una graduale fuoriuscita dopo questo tetto di tempo. Calcolare la convenienza del nuovo regime non è quindi così scontato. Inoltre, in alcuni casi, chi è oggi un minimo non potrà aderire al nuovo regime. E, in altri casi, chi oggi è escluso potrà entrare nella tassazione agevolata dal 2015.

I fondi per i nuovi ammortizzatori salgono a 2 miliardi ma non basteranno – Approvata dal senato la legge delega sul Jobs Act, ecco che la legge di stabilità provvede a stanziare i fondi necessari alla riforma degli ammortizzatori sociali. Nessuna traccia, tuttavia, del nuovo assetto di questi strumenti che sarà definito nella riforma del lavoro. Il documento istituisce, presso il ministero del Lavoro, un fondo apposito con una dotazione di 2 miliardi a partire dal 2015. Nella cifra, rientra anche il finanziamento degli ammortizzatori in deroga, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive. Nel dettaglio, la relazione tecnica allegata al testo di legge stima che si spenderanno 1,5 miliardi per finanziare la maggiore spesa derivante dalla riforma degli ammortizzatori sociali. Gli altri 500 milioni, invece, saranno destinati alla contribuzione figurativa: si tratta di quei contributi “fittizi”, non versati né dall’azienda né dal lavoratore, bensì dallo Stato, in caso di sospensione del lavoro. Giusto per avere un’idea delle cifre su cui la legge interviene, nel 2013, l’Inps aveva versato 23 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali, tra cassa integrazione, mobilità, assegni di disoccupazione Aspi: di questi, 9 miliardi erano contributivi figurativi.

Nebulosi incentivi alle fusioni delle società pubbliche di servizi – Sono uscite ridimensionate rispetto alle attese le misure per favorire le fusioni tra aziende di servizi pubblici locali, come luce, acqua e gas. Previste in un primo momento nello Sblocca Italia, tali misure erano state rinviate alla legge di Stabilità. Ma anche qui c’è meno rispetto alle aspettative di manager e amministratori locali. La relazione tecnica allegata alla manovra parla di “disposizioni finalizzate ad incentivare le aggregazioni tra soggetti operanti nei servizi pubblici locali di rilevanza economica, al fine di rilanciare gli investimenti, ridurre i costi attraverso economie di scala e di scopo e migliorare i livelli prestazionali e di qualità dei servizi”. Ma la legge non prevede alcun incentivo economico diretto per raggiungere tale obiettivo. Viene invece stabilito l’obbligo per gli enti locali di organizzarsi in ambiti territoriali ottimali (Ato), di dimensioni quantomeno analoghe a quelle delle province, in modo da gestire i servizi pubblici su scala maggiore. Tale indicazione era già contenuta nella manovra bis del 2011, ma è rimasta spesso confinata sulla carta. Per questo la legge di Stabilità impone ora agli enti locali di aderire ai nuovi Ato, pena l’intervento dei presidenti della regioni.

La legge contiene però una norma per favorire le dismissioni totali o parziali, anche a seguito di quotazioni, delle partecipazioni degli enti locali nelle aziende di servizi pubblici: gli incassi conseguenti potranno essere spesi per investimenti in deroga al Patto di stabilità. Nessun fondo supplementare fuori dalle regole del patto viene invece garantito a seguito di fusioni e aggregazioni senza che una delle parti ceda un po’ della sua quota. Una differenziazione che avvantaggerà la politica di acquisizioni nel settore tanto cara alla Cassa Depositi e Prestiti e alle sue controllate. Il testo definitivo è risultato ridimensionato anche rispetto alle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri di settimana scorsa, che prevedevano l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di approvare nel 2015 piani per aggregare le società di servizi pubblici locali e contenere i costi di funzionamento di cda e di altre strutture aziendali, oltre che l’obbligo di approvare piani per ridurre il numero di partecipate attraverso l’eliminazione di società non indispensabili al perseguimento delle finalità istituzionali e il taglio di doppioni di aziende attive nello stesso settore. Il riferimento a questi piani è scomparso, così come il riferimento alla necessità di razionalizzare le partecipazioni di Camere di commercio, università e autorità portuali.

Ridimensionate rispetto alle attese le misure per favorire le fusioni tra aziende di servizi pubblici locali, come luce, acqua e gas

LE ENTRATE: TAGLI, DISMISSIONI, LOTTA ALL’EVASIONE E NUOVE TASSE RETROATTIVE – Passando alla coperta, le somme previste sono prevalentemente in arrivo da formule note: nuove tasse e lotta all’evasione fiscale, taglidismissioni e attivazione di fondi Ue ancora inutilizzati. Il Tesoro calcola che il totale ammonterà per il 2015 a 20,5 miliardi, di cui oltre 6 da riduzioni delle spese dello Stato, 4 dalle Regioni, 1,2 dai Comuni, 1 dalle Province, 3,8 dal recupero di denaro nascosto al Fisco, 1 miliardo da riprogrammazione di risorse europee, 900 milioni dal gioco, 700 dalla vendita delle frequenze della banda larga, 450 dall’aumento delle aliquote sui fondi pensione. A questo vanno aggiunti i circa 11 miliardi di nuovo deficit che, a meno di definitiva bocciatura da parte della Commissione Ue, il governo conta di fare nel 2015 sfruttando la differenza tra il livello tendenziale (2,2%) e quello programmatico (2,9%). Dalle sforbiciate semilineari ai ministeri (molto distanti dalla filosofia dei tagli mirati alla Cottarelli) arriveranno in tutto, nel triennio 2015-2017, 3,9 miliardi, di cui 1 solo l’anno prossimo. Con tanto di riduzione degli incentivi alle imprese e al made in Italy. La presidenza del Consiglio si auto-riduce le risorse per 10 milioni. Meno corposi in termini di cifre, ma comunque pesanti, i tagli agli organi costituzionali, dal Csm alla Corte dei Conti e a enti e authority come Istat, Consob e Anticorruzione. Oltre a quelli agli organismi internazionali.

Le Regioni dovranno vedersela da sé, scure sulle Province e prelievo ai Comuni – Resta la previsione di 4 miliardi di contributo complessivo dalle Regioni, che dopo le proteste dei giorni scorsi stanno però discutendo con il governo “proposte alternative” che evitino di dover ridurre i servizi ai cittadini o aumentare le tasse. Le regioni a statuto ordinario dovranno dare un contributo aggiuntivo, tra 2015 e 2018, di 3,45 miliardi, mentre a carico delle “autonomie speciali” ci sono 548 milioni. Fa eccezione il Molise, che sta lavorando a un piano di rientro dal deficit sanitario e per farlo potrà contare su una cifra fino a 40 milioni. Finalizzata anche a “ricondurre i tempi di pagamento al rispetto della normativa comunitaria”. Cala invece la scure sulle Province, teoricamente soppresse: 1 miliardo nel 2015, 2 nel 2016, 3 nel 2017. Ai Comuni è chiesto infine uno sforzo da 1,2 miliardi l’anno in termini di saldo netto da finanziare. In compenso dovranno contribuire meno del previsto agli obiettivi di controllo dell’indebitamento previsti dal Patto di stabilità interno: nel triennio gli obiettivi si ridurranno di 3,35 miliardi l’anno. Tuttavia nei saldi rientrerà anche il nuovo Fondo crediti di dubbia esigibilità, strumento previsto dalla riforma della contabilità degli enti locali che impone di congelare risorse in misura proporzionale al tasso di mancata riscossione degli ultimi 5 anni e ammonterà a 2,3 miliardi. Chi riscuote in modo efficiente avrà diritto a tutto lo “spazio” concesso dal governo, chi invece è meno virtuoso sarà chiamato a risparmiare di più.

Tagli a Corte dei conti, Consiglio di Stato, Tar, Csm, Rai e Poste – Rinunce sul fronte delle spese di funzionamento anche a 43 tra enti e organismi pubblici, compresi gli organi costituzionali. La Corte dei conti dovrà dire addio a 5,9 milioni (su stanziamenti di circa 40 milioni l’anno), il Consiglio di Stato e il Tar a 3,2 milioni l’anno su poco più di 20, il Consiglio superiore della magistratura a 824mila euro nel 2015, 760mila nel 2016 e 740mila nel 2017 su stanziamenti rispettivamente di 5,3 e 5,1 milioni. Il Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia (l’equivalente del Tar) perde 35mila euro. L’Istat si vedrà ridurre i trasferimenti, a decorrere dal 2015, per 2 milioni (su 36). Mentre per l’Agea la riduzione di risorse sarà di 3 milioni. Stesso taglio per l’Istituto di tecnologia. Perfino l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone si vede tagliare 100mila euro dalla dotazione prevista per i prossimi tre anni. Non una cifra enorme, rispetto a 5,2 milioni che ancora si aspettano, ma certo un taglio emblematico per un governo che ha annunciato in pompa magna di voler concedere “superpoteri” al magistrato anticamorra chiamato a vigilare sugli appalti. La Consob perde 200mila euro su uno stanziamento di 366mila. E anche l’Agenzia per l’Italia digitale deve togliere dal piatto 200mila euro. La Raidopo la sforbiciata da 150 milioni arrivata con il dl Irpef, si vedrà ridurre di un ulteriore 5% l’ammontare del canone di sua competenza, con risparmi per 86,8 milioni nel 2015, 87,5 nel 2016 e 88,4 nel 2017. L’Istituto nazionale di economia agraria (Inea) sarà incorporato nel Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) facendo nascere la nuova Agenzia unica per ricerca, la sperimentazione in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, che sarà guidata da un commissario con il compito di ridurre le articolazioni territoriali “almeno del 50 per cento” e gli oneri amministrativi e le spese per il personale di “almeno il 10 per cento”. Il ddl mette poi una pietra sopra la querelle sul costo del servizio universale garantito da Poste italiane: il gruppo pubblico, che oggi riceve 340 milioni l’anno e ne rivendicava oltre 700 annui per il 2011 e il 2012, dovrà accontentarsi di 262 milioni. Questo proprio mentre l’amministratore delegato Francesco Caio lima un piano industriale che stando a indiscrezioni prevede fino a 15mila esuberi in due anni. La spending non risparmia nemmeno i contributi agli organismi internazionali: venti milioni in meno per l’Onu e 3 in meno per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Dismissioni: gli immobili della difesa e le frequenze della banda larga mobile – Il ministero della Difesa dovrà mettere in vendita i propri immobili (caserme, ma anche alloggi) con l’obiettivo di ricavare non meno di 220 milioni di euro nel 2015 e 100 milioni l’anno nel 2016 e 2017. Vanno rubricate al capitolo entrate, anche se la relazione tecnica non si spinge a stimare i possibili introiti, anche le norme che incentivano, più in generale, la valorizzazione dell’intero patrimonio immobiliare dello Stato. Per spingere l’arrugginita macchina delle dismissioni arriva la possibilità di vendere non attraverso la usuale trattativa privata ma con una “procedura di tipo ristretto” riservata a investitori istituzionali selezionati volta per volta dal ministero dell’Economia. La finalità dichiarata è “creare forme di concorrenza (non attivabili nel caso della trattativa privata) idonee a comportare un aumento degli introiti ricavabili e un ampliamento delle effettive potenzialità di alienazione dei beni immobili statali”. Per “razionalizzare” (leggi ridurre) gli spazi a disposizione della pubblica amministrazione il governo ritiene poi necessario istituire un apposito fondo, con dotazione iniziale di 20 milioni, con cui coprire le spese per “opere necessarie alla riallocazione”.

Un incasso intorno ai 700 milioni è quanto invece il governo si aspetta dall’asta sulle frequenze della cosiddetta “banda L”, comprese tra i 1452 e i 1492 MHz, finora destinate alla radio digitale ma poco utilizzate. L’esecutivo ha deciso, in linea con l’orientamento europeo, di destinare tali frequenze agli operatori di telefonia che le impiegheranno per lo sviluppo della banda larga mobile. Le compagnie utilizzeranno tali frequenze per le applicazioni Supplemental Down Link (Sdl), in grado di consentire agli utenti di scaricare dalla rete dati e contenuti multimediali in modo più veloce ed efficiente. I proventi derivanti dall’asta andranno a copertura di parte delle uscite previste dalla legge di Stabilità fino appunto a un massimo di 700 milioni, mentre sulla destinazione di eventuali eccedenze deciderà il ministero dell’Economia. Le procedure per l’assegnazione delle frequenze saranno avviate dall’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), mentre la selezione dei vincitori dovrà essere conclusa dal ministero dello Sviluppo economico entro fine ottobre 2015. Le frequenze oggi occupate dovranno essere liberate entro il 30 giugno 2015.

La stangata alle Fondazioni, prelievo dalle polizze vita  e gioco delle tre carte sulle pensioni – Passando alle entrate nella classica forma delle nuove tasse, per gli enti non commerciali, con il caratteristico effetto retroattivo che tanto piace a Renzi e Padoan e che rischia molto sotto il profilo dei ricorsi, a partire dal primo gennaio 2014 l’imponibile non sarà più calcolato sul 5% dei dividendi percepiti, bensì sul 77,74 per cento. L’aliquota resterà invece fissa al 27,5 per cento. L’effetto della misura si preannuncia durissimo sui conti delle Fondazioni bancarie che nel 2013 hanno incassato 1,48 miliardi di proventi di cui la metà erano cedole. In pratica, se lo scorso anno il prelievo fiscale è stato di 9,48 milioni, quest’anno, a parità di dividendi, sarà di 148 milioni. Per il presidente dell’Acri e di Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, la revisione dell’imponibile al rialzo avrà un effetto diretto sul territorio attraverso un ridimensionamento delle erogazioni che nel 2013 sono tate pari a 840 milioni, cifra simile al 2012 (880 milioni), ma in forte calo rispetto agli anni prima della crisi del 2008. Per il governo che ad aprile aveva già deciso di tassare retroattivamente le banche riducendone la disponibilità da erogare agli azionisti, la misura porterà nel 2015 un gettito aggiuntivo di 447,2 milioni.

Nuove tasse per le Fondazioni bancarie, con il caratteristico effetto retroattivo che tanto piace a Renzi e Padoan e rischia molto sotto il profilo dei ricorsi

Cambiano, poi, le regole per le polizze vita. Dove si è scelto di incidere su chi percepirà capitali dal contratto di assicurazione sulla vita, mantenendo però l’esenzione per le temporanee in caso di morte e introducendo una differenziazione all’interno delle polizze miste, in cui è previsto l’indennizzo in caso di decesso o il pagamento di una somma, a data concordata, in caso di sopravvivenza. In pratica per le polizze che coprono il rischio vita resta l’esenzione. Per quelle miste, che prevedono sia il caso di decesso che quello di sopravvivenza, viene tassata solo la seconda parte in funzione del sottostante al contratto. In pratica se si tratta di titoli pubblici, l’aliquota sarà del 12,5%, mentre per gli altri investimenti sarà al 26 per cento. Il governo stima di poter incassare dalla modifica normativa un gettito aggiuntivo 2015 di 137,5 milioni.

Sciolto definitivamente, poi, il rebus della data di pagamento delle pensioni. Lo slittamento al giorno 10 del mese riguarda i titolari di due trattamenti, Inps e Inpdap. Il cambiamento toccherà quindi solo 800mila titolari su una platea di 16 milioni di beneficiari. Il provvedimento scatterà dal primo gennaio 2015 con l’obiettivo di “razionalizzare ed uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps” e procedere ad “un unico pagamento ove non esistano cause ostative nei confronti dei beneficiari di più trattamenti”. Sventato quindi il rischio di uno slittamento nei pagamenti di tutte le pensioni, come inizialmente proposto dal governo, con una misura contro cui si sono schierate le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, temendo penalizzazioni per le fasce più deboli che a stento riescono a far quadrare i conti a fine mese senza finire in rosso.

Assalto alle Casse di previdenza – Le Casse previdenziali private sono già pronte a dare battaglia in Europa davanti alla previsione per i fondi pensione di un innalzamento dell’aliquota di tassazione dall’11% al 20 per cento da gennaio. La percentuale, però, salirà realmente al 26% per effetto della cessazione da dicembre di un’agevolazione del 6% concessa finora alle casse private. Non solo. Aumenterà anche la tassazione della rivalutazione del Tfr dall’11 al 17 per cento. Secondo l’Adepp, Associazione delle casse previdenziali private e privatizzate, la scelta del governo, che interessa due milioni di professionisti, penalizzerà le nuove generazioni la cui prospettiva pensionistica si assottiglierà ulteriormente a vantaggio nell’immediato delle casse dello Stato. Senza contare che la misura rischia di mettere a dura prova il precario equilibrio degli enti previdenziali privati. Di sicuro la manovra, che porterà nelle casse dello Stato 450 milioni nel 2015 per arrivare a 480 l’anno successivo, spingerà le Casse a riconsiderare le scelte di investimento il funzione del rapporto rischio-rendimento.
A Bruxelles è già pronta un’interrogazione del vicepresidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, per chiedere conto della compatibilità delle norme del nostro Paese con quelle comunitarie. La notizia è emersa giovedì 23 ottobre nel corso dell’assemblea dei presidenti Adepp, guidata da Andrea Camporese. Tajani chiederà alla Ue se un aumento della tassazione degli enti previdenziali in Italia non sia in contrasto con il libro verde Long Term Financing of the European Economy, documento comunitario che punta a stabilire standard qualitativi per gli investimenti a lungo termine dell’economia reale e apre ad una maggiore partecipazione degli investitori istituzionali, come fondi pensione e Casse di previdenza, che in Italia dispongono di un patrimonio superiore a 50 miliardi di euro.

Denaro che le Casse italiane, dove pure in un passato recente non sono mancate le anomalie come dimostra il caso Sopaf, hanno intenzione oggi di mettere a servizio dell’economia con la creazione di un fondo dedicato allo sviluppo del Paese. Con o senza il governo che ha deciso di escludere la platea dei professionisti dal bonus degli 80 euro riservato ai soli lavoratori dipendenti. “Se con la spending rieview e l’aumento della tassazione si finanziano anche gli 80 euro destinati ai dipendenti si danneggiano due volte i liberi professionisti in un momento drammatico per il Paese considerandoli degli invisibili nel tessuto produttivo italiano”, ha detto una nota Adepp che ha chiesto un tavolo di confronto urgente con il governo. Obiettivo: ottenere almeno per il 2015 il mantenimento della tassazione dei fondi al 20 per cento. E avere così il tempo di orientare i suoi investimenti all’interno del nuovo quadro di tassazione. Senza per questo far mancare, come però è stato ipotizzato in questi giorni, l’appoggio degli enti ai titoli di Stato.

Adempimento volontario e reverse charge contro l’evasione. Con rischio di salasso sui carburanti – Dalla lotta all’evasione fiscale Matteo Renzi conta di estrarre 3,8 miliardi di coperture. Obiettivo non troppo ambizioso, considerato che le Entrate recuperano in media dai 10 ai 13 miliardi di euro l’anno e la nuova direttrice dell’Agenzia, Rossella Orlandi, ha detto pochi giorni fa di puntare, per il 2015, a 15 miliardi. Un provvedimento per favorire l’incremento del bottino del fisco ha un nome innocuo, “adempimento volontario”, ma un contenuto che potrebbe in effetti spaventare chi non è in regola. Nel quadro dell’auspicato “nuovo modello di cooperazione tra amministrazione finanziaria e contribuenti”, infatti, si prevede di “mettere a disposizione dei contribuenti gli elementi informativi in possesso dell’amministrazione”. Tradotto: ogni cittadino potrà controllare che cosa l’Agenzia sa di lui (sempre di più, tra “spesometro” e Anagrafe dei conti correnti) e regolarsi di conseguenza, ravvedendosi prima che gli ispettori entrino in azione. L’impatto della novità in termini di recupero di gettito viene stimato, “in via estremamente prudenziale” e tenendo conto solo delle informazioni su operazioni rilevanti ai fini Iva, in 700 milioni per il 2015 e 918 per 2016 e 2017.

Altro pilastro è la lotta alle frodi Iva. Il governo ha infatti esteso per quattro anni il meccanismo della reverse charge (inversione contabile) ad alcune operazioni del settore energetico, alle prestazioni di servizi di pulizia e al settore edile, dove era già presente per i contratti di subappalto. Il meccanismo prevede che l’Iva non venga più versata dai fornitori del servizio, ma dai clienti, considerati a minor rischio di evasione. L’obiettivo è quello di contrastare le frodi basate su società schermo, in cui il debitore dell’imposta, dopo averla riscossa dal proprio cliente, omette di versarla al Fisco, per poi scomparire. Il governo prevede di incassare grazie alla reverse charge 900 milioni di euro all’anno per le operazioni tra privati. Altri 998 dovrebbero arrivare dal medesimo meccanismo applicato agli acquisti della pubblica amministrazione (in questo caso si parla di split payment). Gli enti pubblici non verserebbero più l’Iva ai fornitori, ma la verserebbero direttamente all’erario. Perché la reverse charge applicata alla pubblica amministrazione diventi effettiva, occorre però una deroga alle direttive europee. Nella stesura definitiva della legge di Stabilità è così comparsa una clausola di salvaguardia: nel caso non arrivi il via libera dell’Unione europea, le accise sui carburanti aumenteranno per complessivi 998 milioni di euro. Secondo gli esperti i problemi non finiscono qua. I nuovi meccanismi di inversione contabile, infatti, causeranno ai fornitori complicazioni sul piano degli adempimenti, visto che andranno modificati i sistemi informatici. Sul versante finanziario, poi, le imprese che lavorano soprattutto con la pubblica amministrazione si troveranno in una costante situazione di credito Iva e, considerati i tempi necessari per il rimborso dell’imposta, subiranno squilibri nei flussi di cassa.

Il gioco prende e il gioco dà – Lo sa bene anche il governo che in una parte della manovra ha deciso il Servizio Sanitario Nazionale dovrà destinare 50 milioni di euro del suo finanziamento complessivo alla “cura delle patologie connesse alla ludopatia”. Dall’altra si rivolge proprio al settore giochi per trovare parte dei fondi di copertura. Anche rispolverando vecchie battaglie che già in passato sono state però perse nelle aule dei tribunali. Come quella nei confronti dei concessionari stranieri di scommesse che operano in Italia privi di concessione statale. Una questione spinosa che va avanti da almeno un decennio, ma da cui Renzi e Padoan intendono recuperare tasse non versate e oneri di concessione. Come? Dalla rivisitazione dell’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse introdotta nel 2010 è atteso un gettito di circa 600 milioni di euro (stima “prudenziale”) su una base di 7mila punti di offerta non autorizzati. Alla somme andrebbero aggiunte le sanzioni amministrative il cui ammontare previsto non è stato però calcolato. Dalle macchinette non collegate alla rete statale, invece, sulla base degli accertamenti medi annui, sono attesi 164 milioni di euro circa, oltre a 135,78 milioni grazie all’aumento dell’aliquota dal 13 al 17 per cento. Il totale atteso dal comparto, quindi, ammonta a quasi 1 miliardo di euro

Salvo il Pra, ma le auto storiche pagheranno il bollo – Si salva il Pubblico registro automobilistico (Pra), ma non le esenzioni dal bollo per le auto storiche, la cui abolizione viene confermata dalla versione definitiva del ddl. I veicoli con più di venti anni d’ora in poi dovranno pagare la tassa di proprietà, che al momento è sostituita da una tassa di circolazione solo in alcune regioni. Solamente al compimento del trentesimo anno di età potranno beneficiare dell’esenzione. Il governo prevede con questa novità di incassare entrate per 78,5 milioni di euro all’anno, in base alle informazioni ottenute dal ministero dei Trasporti, che stima in 447mila le auto e in 152mila le moto che perderanno l’agevolazione. “Attualmente – si legge nella relazione illustrativa – con l’evoluzione delle 
tecniche costruttive, un autoveicolo al compimento dei venti
 anni non può più essere assimilato ai veicoli di particolare 
interesse storico solo in ragione della sua vetustà. Per tale ragione, è ormai venuta meno la stessa ratio che aveva giustificato il richiamato regime di speciale esenzione”. Il ministero dei Trasporti non beneficerà invece dei risparmi ottenibili dall’abolizione del Pra, che nella bozza circolata dopo il consiglio dei ministri di settimana scorsa era stata prevista a partire dall’1 luglio 2017. Ma poi è scomparsa nel testo firmato dal Quirinale.

IL FUTURO: LA BOMBA A OROLOGERIA DEGLI AUMENTI IVA – La Stabilità renziana non “disinnesca” la minaccia degli aumenti Iva disposti dalla finanziaria 2014. La legge firmata da Enrico Letta e dal suo ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni stabiliva innanzitutto che, nel caso il governo non fosse riuscito a risparmiare altrettanto, nel 2015 le agevolazioni fiscali sarebbero state tagliate per un totale di 3 miliardi di euro. Quella parte viene “sterilizzata”, nel senso che i 3 miliardi rientrano nelle coperture individuate dal ddl. Al contrario resta però operativa la bomba a orologeria sull’Iva: a meno che non vengano adottati altri provvedimenti che assicurino entrate o risparmi di spesa per 4 miliardi nel 2016 e 7 miliardi nel 2017, dal gennaio 2016 l’aliquota Iva del 10% salirà al 12% per passare poi al 13% nel 2017 e l’Iva al 22 sarà ritoccata all’insù di due punti nel 2016, uno nel 2017 e un ulteriore 0,5% nel 2018.

di Chiara Brusini, Fiorina Capozzi, Stefano De Agostini, Patrizia De Rubertis, Luigi Franco e Gaia Scacciavillani