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Per non bucare la scadenza del Pnrr saltano i controlli su case e ospedali di comunità: cureranno i pazienti prima della verifica dei requisiti minimi

Nel decreto Commissari è stata inserita, durante il passaggio al Senato, una norma in base alla quale per le opere del Recovery l’autorizzazione all’esercizio scatta immediatamente con la semplice presentazione della domanda. Prima che avvengano i sopralluoghi tecnici delle autorità sul rispetto degli standard di sicurezza
Per non bucare la scadenza del Pnrr saltano i controlli su case e ospedali di comunità: cureranno i pazienti prima della verifica dei requisiti minimi
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Non solo piloni, binari e trivelle. Nel cosiddetto decreto Commissari, appena convertito in legge, non ci sono soltanto norme dedicate al Ponte sullo Stretto, alla sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso o alla Linea C della metropolitana di Roma. Nel testo c’è spazio anche per una disposizione che riduce i controlli sulla sicurezza delle strutture sanitarie in nome della velocità. L’articolo 6-bis, inserito in corsa durante i lavori parlamentari al Senato, stabilisce infatti che per le opere finanziate dal Pnrr l’autorizzazione all’esercizio scatti immediatamente con la semplice presentazione della domanda. In pratica, si potrà iniziare a prendere in cura i pazienti prima ancora che avvengano i sopralluoghi tecnici delle autorità, che avranno tempo fino a dodici mesi per verificare se gli standard di sicurezza siano stati davvero rispettati.

Niente più controlli preventivi dunque. Quelli che, per intendersi, finora avevano garantito che una struttura fosse tecnicamente in regola prima di accogliere i pazienti. Tutte le verifiche, per motivi d’urgenza, saranno posticipate. Nel mentre, le strutture potranno già essere pienamente operative senza che nessuno abbia ancora controllato che abbiano effettivamente i requisiti minimi. L’origine della misura è da rintracciare nel grave ritardo accumulato dal governo nella realizzazione degli investimenti sanitari previsti dal Pnrr. L’esecutivo ha la necessità di accelerare in vista della scadenza di giugno 2026, che incombe come una ghigliottina sui miliardi europei. Con l’arrivo dell’estate, le Case della comunità e le altre strutture sanitarie dovranno essere operative, almeno sulla carta, per evitare il definanziamento.

L’articolo 6-bis interviene direttamente sul cuore della disciplina sanitaria (ovvero sul D.Lgs. 502/1992, la norma che ha dato il via all’aziendalizzazione del Ssn), semplificando le procedure di autorizzazione e accreditamento. La misura riguarda specificamente le strutture collegate alla Missione 6 del Pnrr. La corsia preferenziale si applicherà, dunque, solo a Case della comunità, Ospedali di comunità e progetti di digitalizzazione del Ssn. Si tratta di una rivoluzione burocratica: l’autorizzazione all’esercizio per nuove strutture o adattamenti di quelle esistenti sarà istantanea, rilasciata contestualmente alla presentazione della domanda da parte dell’Azienda sanitaria. E così varrà anche per l’accreditamento, necessario per erogare prestazioni per conto del Ssn. Anche in questo caso, il via libera scatterà con l’invio della domanda.

Tutti i passaggi di verifica dei requisiti minimi di sicurezza (strutturali, tecnologici e organizzativi) non dovranno più avvenire prima dell’apertura, ma nei dodici mesi successivi. Elemento che ha scatenato la dura reazione di Marianna Ricciardi, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Affari Sociali alla Camera. “È una scelta irresponsabile e pericolosa”, attacca la deputata, sottolineando come la norma sia stata inserita “sottotraccia” in un provvedimento che parla di tutt’altro per evitare il confronto nelle commissioni competenti. “Nessuno salirebbe mai su un ponte sapendo che il collaudo verrà effettuato un anno dopo – commenta Ricciardi -. Perché allora si dovrebbe accettare lo stesso principio per una sala operatoria?”. Secondo la deputata, il governo sta “scaricando i rischi sui pazienti” per rimediare a quattro anni di gestione fallimentare delle scadenze del Pnrr.

Le preoccupazioni dell’opposizione trovano alcuni riscontri anche nei rilievi tecnici sollevati dal dossier parlamentare datato 4 maggio, curato dai Servizi Studi del Senato e della Camera. Si tratta di un’analisi dettagliata del decreto, nella quale vengono messi in luce alcuni vuoti normativi. Il dossier segnala innanzitutto che la disposizione non specifica quali siano le conseguenze giuridiche nel caso in cui le autorità non effettuino i controlli entro il limite dei dodici mesi. Inoltre, i tecnici evidenziano che la norma introduce una procedura eccezionale senza indicare un termine finale per la sua applicazione, lasciando il sistema in un regime di incertezza legislativa. In sostanza, il documento conferma che la verifica del possesso dei requisiti minimi strutturali, tecnologici e organizzativi – pilastri della sicurezza per pazienti e operatori stabiliti fin dal Dpr del 14 gennaio 1997 – viene sospesa a favore di un sistema basato esclusivamente su una sorta di autocertificazione.

Il rischio concreto è che i ritardi accumulati rispetto ai cronoprogrammi di Bruxelles finiscano per oscurare la tutela della salute pubblica. Se dopo dieci o undici mesi di attività i controlli dovessero rivelare che una struttura non possiede i requisiti di sicurezza necessari, resta da capire chi si assumerà la responsabilità per le prestazioni già erogate e per i rischi a cui sono stati esposti i cittadini.

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