I dati pubblicati recentemente dall’ISTAT confermano chiaramente che l’Italia è decisamente un Paese da cui si fugge e non la meta di apocalittiche invasioni.

Storie di ‘cervelli in fuga’ sono onnipresenti. Ed è vero che mediamente gli italiani con valigia sono ambiziosi e preparati (nel 2013 il numero dei 20-40enni approdati in UK è quasi raddoppiato rispetto al 2012 e il 30% di loro ha una laurea). Però gli ‘ingegni da esportazione’ convivono, almeno nelle pagine dei giornali, con un certo ‘panico da invasione’. Un paradosso, nelle cronache che raccontano storie simili di migrazioni con toni diametralmente opposti. Perversi ‘esercizi di stile’ che celebrano il coraggio di chi parte e condannano le speranze di chi arriva.

Eppure, come racconta nei suoi scritti Wendy Ugolini – italo-scozzese che insegna all’Università di Edimburgo – non sono lontani i tempi in cui gli italiani in UK – carnagione scura, accento incomprensibile e fede cattolica – venivano visti come “sudici miscredenti”.

Nei primi del ‘900 il quotidiano Glasgow Herald raccontava di come le gelaterie italiane godessero di pessima fama. Vaniglia e immoralità, stracciatella e perdizione, luoghi “promiscui” che vendevano prodotti estranei alle tradizioni locali.

No, non erano commenti simpatici allora e non lo sono neppure adesso quando vengono solo appena rielaborati per essere poi diretti verso immigrati a Tor Sapienza o rifugiati a Lampedusa. Insomma, tutta questione di punti di vista e di contingenze storiche? Quello che è certo è  che si tratta di pregiudizi spesso radicati persistentemente nella coscienza collettiva delle nazioni.

Già perché trascorsi storici, capovolgimenti economici, rivalse socio-culturali hanno un impatto sorprendentemente forte e influenzano le nostre decisioni, intaccano i nostri sentimenti e di conseguenza le nostre azioni.

Si tratta di quei preconcetti, a volte inconsci, analizzati a inizio dicembre in uno studio OECD che racconta delle discriminazioni sul lavoro verso specifiche minoranze.
Quali minoranze? Dipende dal Paese che si considera, come dimostra la ricerca, che guarda a quella che viene definita ‘discriminazione sulla carta’ e che quantifica la possibilità che una persona, a parità di esperienza e qualifiche, non venga invitata a un colloquio di lavoro perché il nome sul curriculum identifica chiaramente l’appartenenza a una specifica minoranza.

Secondo lo studio, in UK vengono discriminati quelli che hanno un nome di origine indiana o cinese, in Austria sono invece le persone che hanno nomi turchi o nigeriani a venire penalizzate. E gli svizzeri sembrano avere idiosincrasie di nicchia e piuttosto specifiche. Ma secondo l’OECD in ogni Paese c’è un certo livello di discriminazione inconscia.

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Ed è tutta questione di punti vista, certo – ma è piuttosto interessante che noi Italiani siano tra i pochissimi che discriminano e vengono discriminati. In Italia infatti tendiamo a penalizzare le persone che hanno un nome di origine marocchina, ma siamo poi noi quelli svantaggiati in Australia.

Non sono dati incoraggianti per nessuno e non è facile modificare percezioni ereditate e preconcetti nascosti.
Però ci si può lavorare. Tutti i Paesi OECD hanno ovviamente leggi contro la discriminazione e alcuni, come Belgio, Francia e tutti i Paesi Scandinavi hanno sviluppato iniziative che cercano di mitigare anche gli effetti dei preconcetti inconsci.

Ad esempio in Danimarca c’ è una sorta di ‘patentino delle competenze’ che incoraggia i datori di lavoro a concentrarsi sulle capacità effettive  – e non sul background – di chi presenta una domanda di lavoro. Il patentino aiuta anche gli immigrati a presentare le loro esperienze lavorative in modo più convincente e affrontare i colloqui di lavoro con più fiducia.

In Svezia, programmi di sensibilizzazione mirati a confutare pregiudizi culturali e campagne d’informazione istituzionale sulla legislazione in materia di discriminazioni fanno sì che il rischio di venir penalizzati a causa del proprio nome o background sia bassissimo. Dati della Commissione Europea (2007b) indicano che il 64% dei datori di lavoro svedesi conosce benissimo le normative  contro la discriminazione mentre appena il 25% dei datori di lavoro italiani e il 20% di quelli greci sono altrettanto bene informati.

Certo, i paragoni diretti tra l’Italia e i Paesi Scandinavi potrebbe sembrare in questo caso quasi impietosi, visto che i Paesi Nordici sono impegnati da decenni nella promozione di politiche progressiste di integrazione, tuttavia non sembra irragionevole aspettarsi che un Paese che ha visto 82mila italiani emigrare nel solo 2013 sia meglio informato.

In fondo si tratta anche delle nostre storie. Ad esempio, al contrario di quello che pensa buona parte dei nostri connazionali gli immigrati in Italia non sono il 30% della popolazione. Sono solo il 7%!

E no, gli immigrati non “ci rubano il lavoro”, non più di quanto io l’abbia rubato a un cittadino UK…