“In Germania le radici italiane mi aiutano nel lavoro. L’empatia fa la differenza nei mercati del Nord Europa”
A Leonforte, nell’entroterra ennese, Michele Castagna è cresciuto imparando presto il valore delle radici. Un piccolo paese, una comunità stretta, un’identità forte. Poi, nel 2010, la scelta di partire per la Germania, seguendo l’amore. “Un’esperienza all’estero penso che l’avrei fatta a prescindere, ma non con l’dea di trasferirmi definitivamente”, racconta oggi a ilfattoquotidiano.it. E invece, dopo 16 anni, Michele ha pian piano tracciato la sua strada, un percorso capace di trasformarlo da giovane curioso a professionista che costruisce ponti tra l’Italia e il Nord Europa.
L’arrivo non è stato semplice. Nonostante una buona conoscenza di inglese, francese e spagnolo, il tedesco rappresentava una barriera concreta. Ma il vero ostacolo è stato un altro: ricominciare da zero. “La cosa più difficile è stata accettare di non essere più la persona competente che ero in Italia”, spiega. In Sicilia e poi a Bologna aveva già costruito qualcosa, tra studi e iniziative personali come una scuola calcio. In Germania, invece, ha dovuto rimettersi in gioco anche nelle cose più semplici, adattandosi a un contesto più strutturato e internazionale. È proprio in questo passaggio che nasce la consapevolezza che oggi guida il suo lavoro. “In Germania è tutto più pianificato, ci sono processi chiari. In Italia, invece, abbiamo una forza enorme sul prodotto e sulla creatività”. Due mondi diversi, che raramente dialogano davvero.
Eppure, secondo Michele, è proprio dall’incontro tra queste due dimensioni che si crea valore. “Il punto è unire queste peculiarità: la qualità italiana e la struttura tedesca”. Negli anni Michele ha costruito la sua carriera nel settore agroalimentare, lavorando a stretto contatto con distributori e operatori del mercato. Si occupa di consulenza strategica per l’internazionalizzazione delle aziende agroalimentari italiane nei mercati del Nord Europa, in particolare nell’area DACH (Germania, Austria, Svizzera) e Benelux. Un osservatorio privilegiato che gli ha permesso di individuare un problema ricorrente: le aziende italiane, pur partendo da prodotti eccellenti, faticano a crescere all’estero. “L’errore più grande non è il prodotto, che spesso è straordinario. Il problema è il posizionamento“, sottolinea. Troppo spesso le imprese italiane arrivano nei mercati del Nord Europa senza adattare strategie, prezzi e approccio commerciale adeguato al contesto. “Molti si presentano come farebbero in Italia, ma qui il sistema è completamente diverso”.
Un esempio concreto è il ruolo dell’agente di commercio. “In Italia è normale avere agenti multimandatari, quasi imprenditori autonomi. In Germania, invece, il venditore è spesso legato a una sola azienda, lavora in modo strutturato, con un rapporto completamente diverso”. È qui che entra in gioco la sua figura, a metà tra consulente e mediatore culturale. “Il mio lavoro è fare da ponte tra due mondi. Serve sensibilità culturale, ma anche capacità analitica”.
Eppure, nonostante la forte componente tecnica del suo lavoro, Michele rivendica con orgoglio un tratto profondamente “siciliano”: l’ascolto. “Ho imparato a distinguere tra Bedarf e Bedürfnis”, racconta. Due parole tedesche che indicano, rispettivamente, il bisogno reale e quello più emotivo, quasi un capriccio: una cosa che servirebbe, ma anche senza la quale si sta bene lo stesso. “Riuscire a capire questa differenza mi dà un vantaggio enorme”. È qui che emerge, ancora una volta, il valore dell’approccio italiano. “Noi riusciamo a entrare nel cuore delle persone, a creare relazioni vere. E questo, anche nei mercati del Nord Europa, fa la differenza”.
Sul piano pratico, le differenze tra Italia e Germania restano evidenti. La burocrazia, ad esempio, è uno degli elementi che più colpiscono. “Qui le pratiche sono più snelle, più veloci. Questo permette alle aziende di muoversi con maggiore facilità”. Anche i trasporti sono un punto di forza: “Treni e autobus sono sempre puntuali: è una delle eccellenze del sistema tedesco, anche se i prezzi sono particolarmente alti”. Più sfumata, invece, la questione sanitaria. “Oggi i livelli sono comparabili”, osserva, raccontando però anche un’esperienza personale difficile: una sepsi, un’infezione contratta in ospedale dopo un intervento al ginocchio che lo ha costretto a tre mesi di degenza. “Queste cose possono succedere ovunque, per questo non mi sento di dire che un sistema sia migliore dell’altro”.
Anche sul fronte economico il quadro è meno lineare di quanto si pensi. “Gli stipendi qui sono un po’ più alti, ma non ci sono tredicesima, quattordicesima o TFR. Alla fine, le differenze si riducono”. E il costo della vita varia molto in base alla città: “Colonia è come Milano, per un monolocale si possono pagare anche 1.200 euro di affitto”. Dopo 16 anni in Germania, Michele Castagna non ha mai reciso il legame con la sua terra. Anzi, lo considera parte integrante del suo valore umano e professionale. “Il vero obiettivo oggi è collegare i due mondi: quello da cui veniamo e quello in cui viviamo”. È una visione che supera la semplice idea di “cervello in fuga” e racconta una nuova generazione di italiani all’estero: non più solo emigrati, ma costruttori di relazioni economiche e culturali. A chi pensa di partire, il suo consiglio è chiaro: “Bisogna farlo per imparare. Non solo una lingua, ma un modo diverso di lavorare e di pensare”. Senza dimenticare mai le proprie radici. Perché, come dimostra la sua storia, è proprio lì che spesso si trova la chiave per costruire qualcosa di nuovo, anche a migliaia di chilometri da casa.
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