Matteo Renzi ne parlava già durante le primarie del 2012: Trasparenza totale con il Freedom Of Information Act”, twittava. Concetto ribadito anche in seguito. Oggi che siede sulla poltrona di presidente del Consiglio, del Foia, ovvero di una legge che consenta l’accesso ai documenti degli enti pubblici a chiunque ne faccia richiesta senza il bisogno di una motivazione o di una necessità giuridica, in Italia rimangono solo parole.

E la spinta verso la totale trasparenza, nelle settimane degli scandali che hanno travolto la politica capitolina e con il premier a invocare norme più aspre, è tornata più che mai di attualità come strumento per la lotta alla corruzione. Un modo per consentire una vigilanza più stretta da parte non solo delle autorità, ma anche da parte dei singoli cittadini. “Il Foia è universalmente ritenuto un antidoto e un deterrente a corruzione e malaffare – afferma Andrea Fama, giornalista tra i promotori dell’iniziativa per introdurre il Foia in Italia – non basta la punizione quando il danno è ormai fatto, è necessaria una efficace prevenzione in precedenza.”

E se prevenzione significa controllo, questo deriva soprattutto dalla possibilità di poter conoscere gli atti. Per questo l’ultima battaglia di Foia.it, associazione che si batte per l’introduzione del Freedom Of Information Act nel nostro Paese, è quella per poter accedere ai documenti del dossier Cottarelli sulla spending review, “gelosamente riposti in qualche cassetto di Palazzo Chigi. Non conoscibili. Inaccessibili”. La richiesta di accedere ai documenti (i cui modelli sono scaricabili qui) però può essere firmata solo da associazioni con finalità analoghe a quella di Foia.it e da giornalisti, perché “i semplici cittadini non hanno questo diritto”, spiega Fama. Un vero cortocircuito.

Oggi, infatti, la legge in vigore in Italia è la 241/1990, che presenta condizioni molto restrittive rispetto a quelle dove è presente il Foia. Secondo l’associazione e gli esperti che ne fanno parte, alla base di qualsiasi intervento serio in materia di trasparenza ci sarebbero tre abrogazioni alla normativa vigente, che risultano particolarmente critici e che ci allontanano dagli standard degli altri Paesi.

Innanzitutto “la restrizione che consente l’accesso ai documenti pubblici unicamente a coloro che hanno un interesse ‘diretto, concreto e attuale’ e giuridicamente tutelato”, si legge in un documento dell’associazione. Questo vuol dire, ad esempio, che attualmente a fare richiesta della documentazione di un bando pubblico possa essere solo chi ha partecipato a quel bando, presentando una specifica motivazione e non un semplice cittadino che voglia verificare la correttezza delle procedure.

Poi l’obbligo di motivare la richiesta di accesso ai documenti. “Dovrà essere caso mai la pubblica amministrazione a motivare un eventuale diniego all’accesso”, si legge. Questo determinerebbe un totale cambio di prospettiva, basandosi sul fatto che l’informazione detenuta dalla pa appartiene al cittadino. Infine “il divieto di accedere ai documenti pubblici al fine di esercitare un controllo, equiparando la normativa italiana in materia a quella del resto del mondo”. Al contempo diversi soggetti della società civile, alcuni aderenti a Foia.it, hanno anche lanciato una campagna per l’approvazione di una proposta di legge scritta in crowdsourcing, disponibile sulla piattaforma Foia 4 Italy.

Il Freedom Of Information Act vige in molti Paesi, più di 80, e spesso è risultato un fondamentale strumento di democrazia che ha dato vita a importanti inchieste giornalistiche (alcune vincitrici del premio Pulitzer) e ha aiutato a scoperchiare casi controversi. Negli Stati Uniti, ad esempio, dove è stato introdotto nel 1966, attraverso il Foia è stato possibile richiedere di rendere pubblici i memorandum top secret del dipartimento della giustizia Usa sui metodi di interrogatorio della Cia, da cui poi è stato tratto il report del Senato. “Lì – spiega Fama – la norma funziona in modo che chiunque, anche un cittadino italiano, ad esempio, possa richiedere accesso alle informazioni della pubblica amministrazione del Paese, senza dover fornire una specifica motivazione sul perché si vuole accedere a questi atti”.

Diverso dall’Italia, dove anche le novità introdotte dal decreto trasparenza del 2013, che dispongono l’accesso civico, vengono giudicate insufficienti. “Sono le istituzioni a decidere cosa rendere pubblico, come e quando, esercitando enorme discrezionalità. Inoltre manca un efficace sistema di obbligo e sanzione e di fatto le norme vigenti sono inattuate – specifica Fama -. Il Foia significherebbe trasparenza reattiva, con la Pa obbligata a rispondere alle specifiche richieste dei cittadini e a soddisfare il loro diritto di sapere. Inoltre rappresenterebbe davvero quella rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tanto auspicata dall’attuale governo, in primis con la riforma Madia, contribuendo a un cambiamento anche culturale”.