Alla domanda se a Roma la mafia c’è la prima risposta è stata quella di Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, già guida dei pm di Palermo e Reggio Calabria. Adesso un altro esperto del reato 416 bis, ovvero l’associazione a delinquere di stampo mafioso, Pietro Grasso dice: “Ci sono tutti i presupposti per l’aggregazione mafiosa. Nel giorno in cui la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, chiede al ministro Poletti e al sindaco Marino di chiarire, il presidente del Senato, che è stato giudice del maxi processo a Cosa Nostra e procuratore nazionale Antimafia e con Pignatone, investigatore delle nuove mafie, ha lavorato gomito a gomito dice: “Ormai il fine di far profitto ad ogni costo ha superato qualsiasi rito tradizionale di iniziazione della mafia, come la famosa ‘punciuta'” – spiega Grasso – l’area grigia di cui abbiamo sempre parlato come punto di collegamento tra mondo legale e mondo illegale oggi si è resa autonoma assumendo interamente il metodo mafioso. Gli interessi di tutti sono alla base dell’organizzazione”.

“Da quel che ho potuto leggere sulla stampa è ragionevole che le segreterie nazionali dei partiti non sapessero e non fossero coinvolte. Quello che è chiaro invece è che a livello locale ritengo necessario che tutti i partiti seguano con attenzione gli sviluppi delle indagini e agiscano rapidamente per ripulire i loro quadri dirigenti e i loro collaboratori, come già alcuni hanno iniziato a fare. Nessuno deve fare sconti a nessuno”. Tuttavia, osserva, “non bisogna meravigliarsi. La mia esperienza con la mafia siciliana mi insegna che per determinate operazioni è necessario coinvolgere tutti gli interessi per gestire gli affari sulla base di omertà, fedeltà e complicità“. Il presidente del Senato cita Salvo Lima, l’esponente Dc ucciso dalla mafia che era solito dire “Non si cala la pasta se prima tutti i cucchiai non sono nella pentola. Quando tutti gli interessi sono collegati nessuno denuncia gli altri”.

“Non dobbiamo correre il rischio di vedere fenomeni come quello di Roma solo come criminalità comune o corruzione. Anzi, questa circostanza deve farci riflettere perché – dice Grasso a un incontro con alcuni studenti – suggerisce non solo che il Paese non ha sufficienti anticorpi per reagire al malaffare, ma che ha interiorizzato, assimilato i meccanismi della corruttela, del perseguimento del profitto ad ogni costo, del disprezzo per la cosa pubblica e per l’interesse generale. Il volto violento e brutale della criminalità organizzata, il più visibile e impressionante perché offende il nostro rispetto per la vita umana, non è il più grave pericolo. È il volto oscuro delle mafie a doverci spaventare, quello che scava dentro la società, dentro le istituzioni, dentro l’economia; che controlla territori, che inquina le anime e impedisce lo sviluppo e la democrazia”.  “Noi abbiamo imparato nella nostra lunga e dolorosa esperienza – spiega Pietro Grasso – che per proteggere la società occorre porre attenzione alla struttura dei soggetti criminali e alla loro capacità di radicarsi, espandersi e sopravvivere nel tempo; e alle relazioni che intrattengono con il potere sociale, economico, politico e istituzionale. Per questa ragione per lottare contro le mafie e le organizzazioni criminali non basta un approccio di tipo militare, di controllo del territorio, che spesso ha incrementato la spirale della violenza. Servono sistemi investigativi e giudiziari indipendenti ed efficienti in grado di disarticolare le organizzazioni criminali, svelando le complicità istituzionali e privandole dei capitali illeciti, attraverso la confisca. Ed è prioritario intervenire sui territori più deboli sostenendo progetti economici, sociali e di istruzione indirizzati ai più giovani soprattutto per sottrarre la popolazione dal bisogno e per sconfiggere la sottocultura del successo e del guadagno facile, della sopraffazione e della violenza”.  “La criminalità – rileva il presidente del Senato – pretende il silenzio e cerca di fermare i giornalisti scomodi. Anche la cattiva politica, a volte. Dobbiamo invece stringerci tutti attorno a queste persone, far sentire loro e a chiunque si impegni per la verità e la giustizia, come ai magistrati, alle forze dell’ordine, alla parte sana della società civile che si espone, con coraggio e determinazione, contro la criminalità, la nostra solidarietà, la nostra vicinanza, il nostro affetto, la nostra riconoscenza”.

Sull’ipotesi dello scioglimento del comune di Roma, come proposto dal Movimento 5 Stelle, “è assolutamente al di fuori di queste tematiche, soltanto alcuni sono coinvolti. Per sciogliere un Comune ci vuole ben altro”. Anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha la stessa posizione: “Sullo scioglimento andiamo tutti, e io per primo, con i piedi di piombo. Ricordo peraltro che stiamo parlando della Capitale d’Italia e che stiamo parlando di una città sana nella quale va punito chi ruba, non la città”. “Sullo scioglimento – dice in una intervista a Il Messaggero – non si decide con emotività ma a seguito di precise, puntuali e non brevi valutazioni tecniche. Di una cosa sono convinto: anche, e ripeto anche per togliere ossigeno alla politica deviata, va riformato il sistema delle municipalizzate”.