Gli enti fantasma? Anziché tagliare assumono nuovi dirigenti. Succede nelle mai abolite province d’Italia dove, a seguito della riforma Delrio, sono stati ridotti e rimodulati gli organi “politici” ma è rimasto in piedi tutto il corredo di funzioni tecniche delegate in materia di scuola, strade, trasporti pubblici, formazione e ambiente. E così gli enti da rottamare – come nulla fosse – continuano a nominare segretari. E’ appena successo a Varese e Ferrara, dove si è addirittura votato già secondo la nuova legislazione, come ente di secondo livello. Il caso ha voluto che i cognomi dei primi segretari nominati con le nuove regole siano Tramontana e Primavera, quasi una metafora del destino delle province che vengono sempre date per morte e sempre rinascono, sotto nuove spoglie.

Il fatto è che a distanza di otto mesi dalla legge il processo di riordino è ancora tutto per aria, l’assorbimento delle funzioni da parte di Regioni e Comuni procede in forte ritardo sulla tabella di marcia. Se tutto va bene, se ne parlerà nella primavera 2015. E così, mentre le vecchie Province continuano ad assolvere la loro missione, si naviga a vista. L’ultimo pasticcio è uscito dalla Legge di Stabilità approvata alla Camera che ha definito tagli lineari alle risorse delle province per 1,2 miliardi nel 2015 e altri 2 nel 2016, ma senza la contestuale riduzione delle loro funzioni fondamentali che ne costano 3,1. La ciliegina è poi un emendamento (art. 35 bis) che impone il taglio del 50% del personale, senza però aver preventivamente indicato quali funzioni sopprimere e a chi affidarle dopo aver messo alla porta gli attuali dipendenti.

Da qui il caos ribattezzato “legge Delirio”, un groviglio di “impossibilità”, rischi e paradossi. Upi e Anci, guardando i tagli, si dicono certe che già a gennaio molte province andranno incontro al dissesto finanziario. A Campobasso, per dare la misura, gli insegnanti sono in protesta dal 10 novembre, quando il presidente della Provincia ha annunciato che avrebbe tenuto i caloriferi accesi per tre ore al giorno fino a Natale per razionare il consumo di riscaldamento, e che non è in condizioni di garantire la prosecuzione dell’accensione degli impianti dal 2015.  Altri hanno già manifestato il timore di non poter garantire il pagamento degli stipendi al personale dipendente. Ed è qui che si consuma l’ultimo paradosso della tormentata vicenda: se la loro effettiva abolizione doveva comportare il rischio di 20mila esuberi, quella farlocca ha subito offerto il destro a nuovi incarichi dirigenziali. Sono i segretari generali, figure tecniche di nomina politica che comportano rilevanti oneri per le amministrazioni: da 43mila a 155mila euro, con retribuzione di posizione e di risultato per le province più popolose. Tanto può costarti un segretario.

E tuttavia, fatalmente, sui siti degli enti frettolosamente dati per “rottamati” dal governo spuntano ora come funghi annunci e comunicazioni destinati a togliere la foglia di fico all’operazione, come questa: “Da oggi ha preso ufficialmente servizio il nuovo segretario generale”. Gli ultimi arrivati sono Francesco Tramontana per Varese e Alessio Primavera per Ferrara. Attenzione al dettaglio: nelle due province si è votato il 7 e il 29 settembre, dunque già con le regole nuove della riforma. La riprova che è tutto come prima. Altre amministrazioni si stanno attrezzando con avvisi e bandi per assegnare nuove posizioni. Sono già 17 quelle che hanno avviato la ricerca di altrettanti segretari.

E’ bene precisare – perché fa parte del pastrocchio – che per le amministrazioni non si tratta di un’opzione rinviabile: il Testo unico degli Enti locali del 2000 prevede obbligatoriamente la figura del responsabile degli atti amministrativi, pena la loro nullità. Senza, in poche parole, si fermerebbero i pulmini della scuola, la manutenzione delle provinciali e tutto il resto. Ebbene nessuno ha pensato a come superare il dettato giuridico-normativo di 15 anni fa o a mettere in campo possibili contromisure al cortocircuito per cui chi (teoricamente) chiude assume. A onor del vero un disegno di legge delega del governo, presentato ad aprile, ha previsto la soppressione della figura del segretario generale, ma il legislatore non ha indicato chi assumerà le competenze dei 3.367 funzionari oggi in servizio. Nel frattempo, ha riservato un’altra chicca: nel 2015 saranno iscritti all’albo, a seguito di un concorso del 2009 e di un anno di formazione, 260 nuovi segretari da immettere in ruolo tra comuni e province. Appena formati dallo Stato, dunque, non si sa cosa andranno mai a fare. Nessuno a Palazzo Chigi, infine, ha poi valutato per tempo il rischio che l’evocata a morte delle Province – tutt’ora lontanissima – potesse innescare la fuga dei dirigenti verso altri incarichi o verso il pensionamento anticipato. E’ successo anche questo.

Altri però resistono con spirito di servizio, indotti forse anche da una riforma che nel 2010 ha collocato il loro albo sotto le insegne del Ministero degli Interni. E qualcuno proprio così la vive, avendo compreso quanto sarà complicato, magari ingrato, praticare l’eutanasia all’ente che è chiamato a dirigere, senza uno straccio di protocollo sanitario e un quadro normativo definito. Ad esempio Alessio Primavera, classe 1952, che dal 10 novembre è segretario generale della Provincia di Ferrara. Sostituisce Margherita Campidelli che dopo quattro anni è approdata al Comune di Savignano (Forlì-Cesena), dove l’incarico offrirà (forse) qualche garanzia di permanenza in più della moritura provincia.

Il nuovo funzionario viene da Mirandola, provincia di Modena. A Ferrara la Legge di Stabilità ha calamitato tagli per 6,6 milioni di euro che mettono a rischio la chiusura del bilancio e la gestione dei servizi essenziali mai trasferiti ad altri enti. Si sta lavorando su voci aggredibili, come il personale in posizione sopra-numeraria. Ma un conto è pensionare o trasferire il 10% dei 420 dipendenti, un altro è doverlo fare con il 50%, come prevede il citato emendamento (art. 35 bis).  Oggi, 4 dicembre, è prevista l’assemblea dei presidenti dell’Unione delle province. Parola d’ordine, fermare il legislatore impazzito prima che a fermarsi sia lo scuolabus.