Un Jobs act approvato con una maggioranza al pelo (solo 316 voti a favore), due disegni di legge che arrancano in Parlamento e una minoranza Pd pronta a ritirare il sostegno all’esecutivo su provvedimenti contestati. C’è stato tutto questo nel colloquio tra Matteo Renzi, il ministro delle riforme Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano. Il premier ha illustrato il percorso delle riforme in Aula e ha cercato di tranquillizzare il capo dello Stato anche in vista delle sue eventuali dimissioni. “E’ possibile”, ha scritto in una nota il Quirinale al termine dell’incontro, “un percorso condiviso per le riforme. Il governo considera possibile e condivisibile con un ampio arco di forze politiche l’iter parlamentare delle leggi elettorale e costituzionale. Si tratta di un percorso che tiene conto di preoccupazioni delle diverse forze politiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra legislazione elettorale e riforme costituzionali”.

I testi sono attesi per la discussione in Aula. Ma il clima per il momento non sembra proprio quello della condivisione. La polemica è stata sollevata a Montecitorio da Lega Nord, Movimento 5 stelle e Sel che, con una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, chiedono che non venga applicata la cosiddetta “tagliola” sugli emendamenti e che siano “garantiti gli indispensabili spazi di discussione”. Il ddl, secondo quanto deciso dalla capigruppo, arriverà alla Camera per la discussione il 16 dicembre (inizialmente si era detto il 9). La lettera delle opposizioni chiede che non sia fermata la discussione sulle modifiche: “Il presidente della commissione Affari costituzionali, Paolo Sisto“, si legge, “e il capogruppo del Pd, Emanuele Fiano, relatori del provvedimento hanno imposto che entro il 10 dicembre il testo arrivi in aula a Montecitorio. La ovvia conseguenza è che, come avvenuto per tanti altri provvedimenti, i tempi verranno contingentati. Un’ipotesi di organizzazione dei lavori del tutto inaccettabile per qualsiasi legge e che in questo caso verte sulla revisione non di singoli istituti, ma di una parte vastissima di quella che è la legge fondamentale dello Stato, sulla quale molti e autorevoli esperti della materia, nel corso delle indagini conoscitive svoltesi in Commissione, hannod espresso fortissimi dubbi”. Gli emendamenti al testo in discussione ora in Commissione a Montecitorio sono 1204. Il capogruppo Sisto ha dichiarato di non essere preoccupato dal numero: “Faremo anche questa”, ha detto.