Via libera dalla commissione Lavoro della Camera all’emendamento del governo sul “nuovo” articolo 18. Le opposizioni – Movimento 5 Stelle, Sel, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega Nord – hanno votato contro e subito dopo hanno abbandonato i lavori in segno di protesta. Una decisione presa perché, come dice Annagrazia Calabria, capogruppo di Fi in commissione, “quello che sta accadendo sul Jobs Act contraddice qualsiasi logica di confronto democratico e di rispetto per le istituzioni parlamentari, sia nel metodo che nel merito”. Giorgio Airaudo (Sel) conferma che “è un gesto simbolico contro la delega Sacconi-Renzi”. Anzi, aggiunge Renata Polverini (Fi) “ci prepariamo alla battaglia in Aula dove ho chiesto di presentare pochi emendamenti per evitare la fiducia”. Nessuna intenzione, dunque, di “partecipare al teatrino”, ha detto il capogruppo M5s in commissione Davide Tripiedi.

Cosa prevede l’emendamento del governo approvato
Il diritto al reintegro nel posto di lavoro sarà limitato ai licenziamenti nulli e discriminatori e ”a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato”. E’ questo quanto prevede l’emendamento del Governo approvato in commissione. Per i licenziamenti economici viene esclusa la possibilità del reintegro nel posto di lavoro prevedendo “un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio”. Per l’impugnazione del licenziamento verranno previsti “tempi certi”. Sull’iter della legge delega il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha legato l’eventuale questione di fiducia ai tempi di approvazione del testo della riforma. La conferenza dei capigruppo ha proposto e l’Aula ha approvato (con il voto contrario di Fi, M5s e Sel) l’ok finale entro il 26 novembre. “Ma per noi – spiega Poletti – il tema fondamentale è far partire all’inizio dell’anno il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, in modo che possano essere utilizzate le risorse messe nella legge di Stabilità destinate a fare in modo che in Italia cresca il numero dei contratti a tempo indeterminato”. Quello del “fare presto” è un punto fisso del governo tanto che un altro emendamento del governo prevede che il Jobs act entri in vigore all’indomani della pubblicazione in Gazzetta ufficiale e non dopo 15 giorni come avviene per prassi.

Sacconi esulta: “Il giudice non avrà discrezionalità”
Ieri, 18 novembre, il Nuovo Centrodestra aveva fatto sentire di nuovo la sua voce con il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi che aveva contestato l’annuncio della sottosegretaria Teresa Bellanova: “Non è il testo concordato”.
La Bellanova aveva replicato dicendo che l’esecutivo non fa nessun “gioco delle tre carte”. Oggi finisce con lo stesso Sacconi che dice di essere soddisfatto: “Il governo ha indicato correttamente la formulazione concordata che esplicitamente individua nell’indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio la sanzione ordinaria del licenziamento illegittimo tanto economico quanto disciplinare, con la sola eccezione per quest’ultimo di specifiche fattispecie. Vi è l’intesa che dovranno essere disegnate in modo così circoscritto e certo da non consentire discrezionalità alcuna al magistrato, in modo che i datori di lavoro abbiano quella prevedibilità dell’applicazione della norma che li può incoraggiare ad utilizzare i contratti a tempo indeterminato. Ora dobbiamo fare presto”.

Sinistra Pd divisa, Damiano soddisfatto, Civati voterà no
Tutta da capire la posizione della sinistra del Pd. Il presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano, per esempio, appare sereno: “Il lavoro si sta svolgendo positivamente, secondo i tempi previsti. Abbiamo accolto alcuni emendamenti che non mettono in discussione l’impianto della delega. Questo dimostra la volontà di un sereno e proficuo lavoro parlamentare”. Di certo non voterà il Jobs act Pippo Civati: “La mediazione che stanno trovando è una montagna che partorisce nemmeno un topolino, un mostriciattolo, non so come sia possibile”. “Verrò identificato ancora una volta come gufo – aggiunge Stefano Fassina – ma avremo un 2015 di stagnazione e di aumento di disoccupazione, con i lavoratori in condizioni peggiori di oggi. Mi sembra che finora sia stata un’operazione sostanzialmente propagandistica. Io rimango fermo alle posizioni che avevo quando abbiamo votato in direzione, visto che non c’è un euro destinato ai milioni di precari e ai disoccupati e si va ad indebolire ancora di più il potere contrattuale dei lavoratori. Facendo così, la recessione non finirà”. Dalle parti di Forza Italia, intanto, Raffaele Fitto e Renato Brunetta parlano di bluff e presa in giro.

Sel: “La faccia è di Renzi, la politica di Sacconi”
Intanto Sel protesta per la bocciatura degli emendamenti che intendevano inserire nella legge delega sul lavoro norme più stringenti contro le dimissioni in bianco “un ricatto – affermano Giorgio Airaudo e Marisa Nicchi – fatto al momento dell’assunzione quando, insieme al contratto, viene fatta firmare anche la lettera di dimissioni senza data da usare come strumento di ricatto soprattutto nei confronti delle lavoratrici madri. L’asse Sacconi-Renzi porta a casa un primo, pessimo, risultato”. La sintesi politica, secondo il capogruppo vendoliano Arturo Scotto è che “sul Jobs Act la faccia ce la mette Matteo Renzi ma la politica è quella di Sacconi”. Secondo Scotto si tratta di un “indecente balletto all’interno della maggioranza che vede centrale il Ncd e il suo ricatto sulla testa dei lavoratori, dei precari e di quei giovani che oggi chiedono diritti”.