Matteo Renzi cambia i connotati all’Italicum. Ma lascia intatta la spina dorsale. Mentre tutto cambia, infatti, l’unica regola che resta per sempre la legge dei nominati. Il nuovo pacchetto del futuro sistema elettorale – confezionato al lunghissimo tavolo del vertice di maggioranza (erano in 18 a rappresentare, oltre al Pd, una spolverata di partitini) porterebbe nel nuovo Parlamento nel migliore dei casi un terzo di deputati scelti dalle segreterie di partito. Nel peggiore dei casi anche oltre metà dei 630 dell’assemblea, l’unica che gli elettori si potranno scegliere una volta che il Senato sarà formato da consiglieri regionali: numeri alla mano sarebbero 120 per il Pd, quasi 100 per il M5s, un’ottantina di Forza Italia. C’è la governabilità grazie al premio di maggioranza, c’è la quota di rappresentanza grazie a una soglia di sbarramento appiattita al 3 per cento che secondo gli ultimi sondaggi permetterebbe il reingresso in Parlamento di Alfano e Casini, Vendola, Fratelli d’Italia. Ci sono le preferenze, ma rischiano di essere solo un miraggio.

Capilista bloccati, per i candidati che non devono chiedere (voti) mai
Il segreto, infatti, è nel blocco dei capilista. Vale a dire che – ammesso che il partito raggiunga il 3 per cento – il primo a essere scelto nella distribuzione dei seggi è appunto il primo dell’elenco dei candidati per ogni collegio. E a decidere chi farà il capolista saranno i vertici delle forze politiche. Certo, ci sarà chi proporrà di passare per le primarie (come nel 2013 hanno fatto Pd, Sel e Movimento Cinque Stelle). Ma una volta sistemato in cima all’elenco, il primo della lista non avrà bisogno di farsi il mazzo per cercare voti personali, come invece dovranno fare i suoi colleghi, dal secondo all’ultimo.

Quindi il calcolo indicativo sui deputati nominati va fatto sul numero dei collegi. Attualmente, secondo il testo approvato alla Camera, sono 120. Così avremmo 120 capilista del Pd eletti senza preferenze, circa 95-100 per il M5s, 70-80 di Forza Italia. E così arriviamo a circa 300. Poi vanno aggiunti i capilista dei partiti più piccoli che raccoglieranno voti qua e là. In particolare la Lega Nord, ovviamente, che nei sondaggi veleggia. Ma anche il Nuovo Centrodestra, Sel, Fratelli d’Italia che in alcune zone d’Italia possono spuntarla. In questo modo si supera la metà dei componenti della Camera eletti senza preferenze. Il vertice notturno di maggioranza, tuttavia, ha proposto una riduzione dei collegi, abbassando il numero a una forbice tra 75 e 100. In questo modo si arriverebbe – sono calcoli indicativi e non alla lira – a una quota che va dai 215 ai 260 parlamentari in quanto capilista e quindi “nominati” dai partiti.

I renziani: “100 collegi sono troppo pochi”. Come diceva la Consulta
Peraltro la Corte costituzionale, quando spogliò il Porcellum di Roberto Calderoli, pur non censurando del tutto la presenza di liste bloccate, parlò di una questione in particolare cioè “l’effettiva conoscibilità” dei candidati. Un aspetto che si riproporrebbe se i colleghi diminuissero di numero e quindi si allargasse la platea di elettori per ciascuno di essi. Ed è qui che si concentrano le critiche di alcuni deputati renziani. Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, uno che sulla riforma elettorale ha speso mesi di sciopero della fame, dice: “Con tutto il rispetto per lo sforzo di trovare un accordo in maggioranza che garantisca comunque l’approvazione della riforma elettorale, devo dire che la scelta di ridurre il numero dei collegi è una decisione sbagliata e grave che mi auguro possa essere rivista”.

Uninominalista convinto (sembra una parolaccia ma diciamo che il suo ideale sarebbe il vecchio Mattarellum), il deputato democratico aggiunge: “Già l’introduzione delle preferenze in luogo dei collegi uninominali procurerà danni dei quali ci pentiremo presto, se a questo ci aggiungiamo l’allargamento a dismisura della platea che dovrà scegliere i propri rappresentanti otterremo lo ‘straordinario’ risultato di indebolire ancor di più quel rapporto diretto tra eletto ed elettore di cui ci siamo riempiti la bocca per tanto tempo. Che ci siano le preferenze o collegi plurinominali il requisito principale è che il rapporto tra eletto ed elettori sia il più diretto possibile se davvero vogliamo recuperare quel radicamento territoriale che da tempo è andato a farsi benedire”. Per Giachetti su questo punto che definisce “qualificante” il Pd rischia di “calare le braghe”.

Ciao ciao coalizioni: la fine di un’epoca
Un altro effetto dell’Italicum 2.0 che finora è passato sotto silenzio è la probabile estinzione delle coalizioni. Non esiste più infatti l’obbligo dei partiti di “sposarsi” prima delle elezioni: la soglia di sbarramento – quel 3% – è unica e non c’è più la distinzione tra partiti coalizzati e non coalizzati (che invece era uno dei principi fondanti del Porcellum, anche questo “censurato” dalla Consulta). E questa è una brutta notizia per Berlusconi.

 

Effetto Italicum 2.0: le coalizioni potrebbero finire in via d’estinzione 

 

Ai Cinque Stelle delle coalizioni non gliene può fregare di meno: le rifiutano a priori. Il Pd non ne ha bisogno, almeno per ora, perché il premio di maggioranza va al primo partito e non più alla coalizione vincente: Renzi, dunque, non ha bisogno di prendere a braccetto tutti i nanetti di centrosinistra come fu costretto a fare Prodi con la sua Armata Brancaleone del 2006 (vittoriosa ma debolissima). Ma, se si leggono i sondaggi, ora Forza Italia perde tutto il suo potere di calamitare in un’alleanza non solo la Lega (che oggi viene data poco sotto l’11 per cento e quindi combatte una partita autonoma), ma anche Alfano, Casini, La Russa e la Meloni. Berlusconi, dunque, a oggi, potrebbe sperare solo in una sfida con i Cinque Stelle per tentare di arrivare al ballottaggio con il Pd. Dopo che il boom del M5s ha messo fine al bipolarismo, l’Italicum potrebbe mettere fine all’epoca del berlusconismo.