“Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera e importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI”. Così Francesco ha voluto esprimere la sua gratitudine a Montini beatificandolo in una gremita piazza San Pietro a conclusione del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia. Tra i concelebranti anche Benedetto XVI, che dal Papa beato fu nominato vescovo e appena un mese dopo l’ordinazione episcopale creato cardinale. Bergoglio ha voluto sottolineare “l’umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa” del Pontefice bresciano, molto avversato in vita. “Nel suo diario personale – ha raccontato Francesco – il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, annotava: ‘Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che egli, e non altri, la guida e la salva”.

Papa Francesco non ha voluto risparmiare una stoccata ai padri sinodali, dopo la frattura consumatasi nelle votazioni del documento finale sui gay e i divorziati risposati. Bergoglio, infatti, ha spiegato che “alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fare l’esame di religione e condurlo in errore”, Gesù “risponde con questa frase ironica e geniale: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’”. Per Bergoglio “è una risposta a effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre”.

L’invito del Papa è a non avere paura delle novità, “aprendoci a vie impensate”, lasciandoci rinnovare per “cooperare al regno di Dio che è misericordia, amore e pace”. “Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore a ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che gli appartiene. È per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita, con i piedi ben piantati sulla terra, e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove. Lo abbiamo visto in questi giorni durante il Sinodo straordinario dei vescovi”. Una “grande esperienza”, per Francesco, “nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza”. Un appuntamento che si rinnoverà nell’ottobre del 2015.

Nell’omelia della beatificazione Bergoglio ha voluto sottolineare che proprio nella “umiltà” di Montini “risplende la sua grandezza”. Un Papa che, per Francesco, “mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante, e talvolta in solitudine, il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore”. Singolarissimo il miracolo con il quale Paolo VI sale agli onori degli altari: la guarigione inspiegabile di un feto nel 2001 negli Stati Uniti d’America. Durante la celebrazione in piazza San Pietro è stata portata all’altare una delle due magliette di lana insanguinate che Montini indossava il giorno in cui, nel 1970 a Manila, fu ferito con un coltello. Sono le uniche reliquie ex corpore di Paolo VI attualmente disponibili perché non è stata fatta la ricognizione del corpo che è sepolto ancora nelle grotte vaticane, nella “nuda terra”, come chiesto dal Papa beato nel suo testamento. Mentre è stata cambiata la lapide con l’aggiunta della scritta “beatus”.

Paolo VI divenne presto il “Papa della pillola”, non certo perché ne concesse l’uso, ma proprio perché, in pieno ’68, con sua enciclica Humanae vitae si schierò totalmente contro l’uso dei contraccettivi. Si scatenarono critiche violentissime a quel documento magisteriale che ribaltava completamente il parere della commissione, istituita da Giovanni XXIII e integrata dallo stesso Montini, che, seppure a maggioranza, e con il voto favorevole di Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, si era espressa a favore della pillola e dei metodi contraccettivi. “Paolo VI, – scrive lo storico vaticanista Gianfranco Svidercoschi nel suo ultimo libro ‘Un Papa sconosciuto?’ (Tau) – già al momento dell’elezione, era fatalmente destinato a sfidare l’impopolarità, a suscitare l’incomprensione dei contemporanei. Per il ‘modello’ di Papa che avrebbe impersonato. E, a più forte ragione, per la contrastante evoluzione che sotto il suo pontificato avrebbe caratterizzato il corso della Chiesa e del mondo”.

Indimenticabile la sua lettera alle Brigate Rosse, il 21 aprile 1978, pochi mesi prima di morire, nella quale Montini chiese la liberazione “senza condizioni” di Aldo Moro. Un appello non ascoltato che, dopo l’omicidio dello statista democristiano, si trasformò nella straziante preghiera che Paolo VI pronunciò alla messa in suffragio di Moro, il 13 maggio 1978 nella Basilica di San Giovanni in Laterano, rompendo un altro tabù perché mai prima di allora un Papa aveva partecipato ai funerali di un laico. Un testo scritto tutto di getto con soltanto quattro correzioni come si vede chiaramente dalla riproduzione autografa del documento pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana in occasione della beatificazione nel volume “Pregare è bellezza” curato da padre Leonardo Sapienza, reggente della prefettura della Casa Pontificia, tra i più autorevoli biografi del Papa bresciano.

Montini fu il primo Pontefice a prendere l’aereo (9 i viaggi all’estero in 15 anni di pontificato ripercorsi nel volume “Paolo VI. Ho visto, ho creduto” (Lev) di padre Gianfranco Grieco). Il primo vescovo di Roma a tornare in Terra Santa. Il primo Papa a celebrare la messa della notte di Natale con gli operai dell’Ilva di Taranto nel 1968. Un vero e proprio Pontefice della modernità che fece infuriare gran parte del collegio cardinalizio con la sua decisione di escludere dall’ingresso in conclave i porporati ultraottantenni. Ma anche il Primo Papa a parlare all’Onu in nome della Chiesa “esperta in umanità” pronunciando uno storico discorso per la pace nel mondo. Padre Sapienza ha raccolto in numerosi volumi gli scritti autografi di Paolo VI, compresa una fitta e affettuosa corrispondenza con Giulio Andreotti, e tutti i suoi discorsi su “La civiltà dell’amore” (Lev), divenuto il vero e proprio motto del suo pontificato. “Mai nella storia, forse, – annota Sapienza – il desiderio universale di pace è stato così profondamente sentito. Forte della sua fede in Cristo, Paolo VI ha proposto per il nostro tempo più che un’utopia; il suo progetto di una civiltà dell’amore continua a stimolare i cristiani che, nel rispetto delle libertà, offrono al nostro tempo un generoso ideale per il futuro delle culture”.

Twitter: @FrancescoGrana