“Il nostro modello è la Germania“, spiegava l’11 agosto il premier Matteo Renzi parlando con il Financial Times delle riforme avviate dal governo per combattere la crisi economica. Perché Berlino, nelle parole dell’esecutivo, è un faro da seguire specie in tema di Jobs Act e flessibilità del mondo del lavoro. Eppure dare un’occhiata ogni tanto a quello che fanno i maestri tedeschi anche in altri ambiti risulterebbe utile. Un esempio: la tutela del territorio. La tragedia di Genova dimostra come quello del consumo del suolo sia un problema più che urgente, indifferibile. Tanto indifferibile quanto pervicacemente trascurato dalla classe dirigente tutta, nonostante le dichiarazioni di facciata: secondo il rapporto Ispra 2014, il “fenomeno continua a mantenersi intorno ai 70 ettari al giorno, con oscillazioni marginali nel corso degli ultimi 20 anni”. Berlino, invece, sulla problematica è intervenuta da tempo e, partendo da una situazione peggiore della nostra, si è data un obiettivo: nel 2002 ha approvato una legge per ridurre il consumo di suolo vergine a 30 ettari al giorno entro il 2020. E l’Italia cos’ha fatto? Anni di annunci e neanche una legge.

In Germania la prima presa di posizione ufficiale risale a 30 anni fa: nel 1985 il governo democristiano liberale Cdu/Csu-Fdp, guidato da Helmut Kohl nell’allora Germania Ovest, riconobbe per la prima volta che “la necessità di invertire la tendenza di sottrazione di suolo al territorio aperto e rurale”, si legge nel saggio “30 ettari al giorno – Le politiche di contenimento delle aree urbane in Germania” (Georg Frisch, 2005). Nel 1996 fu Angela Merkel, allora ministro dell’Ambiente, a riportare il problema dell’agenda del governo e ad emanare una direttiva che fissava per la prima volta un obiettivo politico: scendere dai 129 ettari consumati ogni giorno (dato costante tra il 1997 e il 2000) ai 30 entro il 2020. L’idea alla base del provvedimento: invertire la tendenza secondo cui alla crescita economica debba corrispondere una lineare occupazione di territorio libero. La legge arrivava nel 2002, ad opera del governo rossoverde (SPD/Verdi) di Gerhard Schroeder, che nell’ambito del Bundesregierung 2002 (strategia per uno sviluppo sostenibile)  riproponeva l’obiettivo dei 30 ettari al giorno nel 2020, confermato anche dai successivi governi.

Ma quella creato da Berlino non è un semplice testo di legge, quanto una strategia nazionale: il governo indica l’obiettivo (nel 2001 il Consiglio per lo sviluppo sostenibile ne aggiunse un secondo: arrivare al consumo zero nel 2050) e affida ai lander il compito di emanare le linee guida annuali per i singoli comuni; il tutto coadiuvato da strumenti di carattere fiscale ed economico. Qualche esempio: tra il 2003 e il 2005  è stato ridotto e poi abolito del tutto il sussidio per la casa di proprietà finalizzato alla costruzione di nuove abitazioni. Nel 2009, poi, la Legge sull’assetto territoriale, valida a livello regionale, è stata modificata sottolineando la necessità di contenere il consumo di territorio: esplicito nel testo il riferimento all’obiettivo fissato per il 2020.

I risultati? Per ora si osserva una tendenza. Mentre il 2003 e il 2006 si consumavano 113 ettari di suolo al giorno, “nel triennio 2007-2010 si era scesi in media a 87 ettari al giorno”, si legge nel rapporto 2012 sullo stato di attuazione della “Strategia nazionale per la sostenibilità” pubblicato dal governo tedesco. Nel 2010 si è arrivati ad un minimo di 77 ettari, anche se parte del calo è imputato da più parti alla crisi economica. L’Umweltbundesamt, l’Ufficio federale per i beni ambientali, ha sottolineato come a questo ritmo difficilmente si riuscirà a raggiungere l’obiettivo, ma Berlino non si ferma e continua a pianificare. Nel 2012 il Parlamento ha avviato una discussione sulla modifica del Codice dell’edilizia (Baugesetzbuch): tra i punti principali, l’obbligo per i Comuni di far sì che lo sviluppo edilizio avvenga prioritariamente nelle aree interne al tessuto urbano.

E in Italia? I meccanismi di gestione e controllo del territorio sono inesistenti. “Da noi una norma come quella tedesca non esiste – spiega a IlFattoQuotidiano.it Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – in Parlamento giace da tempo una proposta di legge di iniziativa governativa che ha attraversato i governi Monti, Letta e Renzi, di cui ora non si sa più nulla. Ci sono, poi, diversi disegni di legge presentati da singoli parlamentari, ma nonostante le dichiarazioni di facciata la tematica non è mai entrata nell’agenda del governo”. Solo il 6 ottobre, in seguito ad un articolo del Corriere della Sera che ricordava ai ministri Galletti (Ambiente) e Martina (Agricoltura) come il testo giaccia dimenticato in Parlamento (nella sua ultima versione presentato il 3 febbraio 2014, il sito del Senato lo dà in discussione in Commissione Ambiente dal 25 marzo, relatori Massimo Fiorio e Chiara Braga, entrambi del Pd), i due ministri rispondevano all’unisono: “Abbiamo intenzione di incoraggiare il Parlamento affinché entro la fine dell’anno venga approvato”. “E’ urgente approvare il provvedimento – scandiva Galletti – che regolamenti il Consumo di suolo”. Urgente ma non troppo, evidentemente.

Eppure non c’è stato ministro dell’Ambiente negli ultimi anni che non abbia gridato, specie di fronte a disastri già avvenuti, quanto sia “urgente” una legge. “E’ urgentissima la necessità di un’approvazione della legge sul consumo del suolo”, sentenziava il 6 febbraio Andrea Orlando intervenendo al convegno #dissestoItalia – entro marzo conto che venga istituita una ‘Banca per la programmazione nazionale’ che contenga le priorità delle priorità delle opere immediatamente cantierabili” (Ansa, 6 febbraio 2014). Quattro giorni prima, in Sardegna per la campagna elettorale delle regionali, Orlando mostrava tutta la sua consapevolezza: “C’è un problema di soldi, di rapidità di spesa e di prevenzione” ma soprattutto e’ “urgente una legge di riassetto del territorio”. “Ribadisco l’urgenza di un parere alla Conferenza Unificata sulla legge contro il consumo di suolo”, si era già scaldato il 29 ottobre 2013. E giusto 3 mesi prima, commentando i dati Istat sull’andamento delle costruzioni nel 2012 (-28,3% nel 2° semestre), l’attuale Guardasigilli tuonava: “Contro la crisi è urgente una legge sul consumo del suolo” (Ansa, 29 luglio 2013).

Neanche l’attuale ministro si è sottratto alla parata. “Tragedie come quella odierna – scandiva Galletti a maggio commentando l’ondata di maltempo che aveva colpito le Marche, causando diverse vittime – dimostrano quanto urgente sia intervenire non con annunci, ma attraverso azioni concrete e immediate per la messa in sicurezza del territorio” (Ansa, 3 maggio 2014). Il 31 gennaio 2014 era stato il turno di Erasmo D’Angelis, allora sottosegretario alle Infrastrutture, oggi coordinatore della missione contro il dissesto: il piano di difesa del suolo “è ancora più urgente dopo l’occasione perduta con la Legge di Stabilità che ha stanziato per il dissesto idrogeologico appena 30 milioni per il 2014″. Nelle linee guida dello Sblocca Italia, pubblicate il 12 agosto sul sito del governo, si legge: “Opere antidissesto idrogeologico: 570 cantieri per un valore di 650 milioni di euro”. Ma di fronte all’ondata di fango che a inizio settembre aveva travolto il Foggiano, D’Angelis tornava a predicare “la necessità di fare in fretta e recuperare e investire subito ingenti risorse in prevenzione: è questo l’approccio del Governo Renzi” (Ansa, 6 settembre). 

Poteva sottrarsi al suo dovere Corrado Clini? No: “E’ necessario ed urgente un programma nazionale per la sicurezza e la manutenzione del territorio”, affermava l’11 novembre 2012 il ministro dell’Ambiente del governo Monti. Senza tornare troppo indietro nel tempo, basta fermarsi al 2009: “Con la pubblicazione, domani in Gazzetta ufficiale, delle norme attuative per la definizione del piano straordinario sul dissesto idrogeologico – si legge in una nota del ministro Stefania Prestigiacomo datata 29 dicembre – sarà finalmente possibile avviare l’elaborazione degli interventi urgenti per il riassetto del territorio” (Ansa, 29 dicembre 2009). Risultato: la Merkel, modello del governo in tema di tagli e flessibilità, la legge l’ha fatta 20 anni fa, l’Italia la sta ancora aspettando.