“Quando si mettono le manette a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto gruppi che contano per quasi la metà del listino di Borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative”. Così, alla Camera dei deputati, il 10 luglio 1981, Bettino Craxi interveniva su Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano che aveva tentato il suicidio nel carcere di Lodi, dove si trovava da un mese e mezzo dopo l’arresto per esportazione illecita di capitali. L’inchiestà svelò poi il più grande scandalo finanziario-politico-criminale (e piduistico) del Dopoguerra.

Oltre quarant’anni dopo, parole molto simili sono risuonate nella stessa aula per bocca del presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a uno scoop di mettere in crisi dei posti di lavoro o a un avviso di garanzia citofonato sui giornali di cambiare la politica aziendale di un Paese”, ha scandito mentre illustrava ai deputati il programma dei “Mille giorni”. E ha chiarito: “Se questa è una svolta prendetevi la svolta, ma è un dato di fatto per rendere l’Italia un Paese civile”. Questa volta il riferimento è a Claudio Descalzi, nuovo amministratore delegato di Eni nominato proprio dal governo Renzi, indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale nell’acquisizione di una grande concessione petrolifera in Nigeria.

Che l’avviso di garanzia a Descalzi sia stato “citofonato” ai giornali suona come un’implicita accusa ai pm del capoluogo lombardo, ma in realtà la notizia è emersa da una rogatoria della Procura inviata a Londra, volta a ottenere il sequestro di fondi appartenenti a Ebeka Obi, nigeriano accusato di essere stato l’intermediario delle mazzette. Citofoni a parte, il Presidente del consiglio era già intervenuto – su Twitter – appena si era diffusa la notizia, con una difesa incondizionata del manager neo-indagato: “Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi come Ceo di Eni. Potessi lo rifarei domattina”. Come tutti, Descalzi è innocente fino al giudizio definitivo. In base alle carte londinesi, i magistrati hanno documentato incontri all’Hotel Principe di Savoia nel 2010 tra il manager – all’epoca capo della divisione Oil & Gas del “cane a sei zampe” – e il ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, oltre ad alcuni intermediari. Agli atti c’è un’intercettazione tra Descalzi e il faccendiere Luigi Bisignani, anche lui indagato, dove i due discutono degli intermediari dell’affare petrolifero e Bisignani dice fra l’altro: “Sì, ma devi dargli la roba, non dargliela direttamente a quell’altro”

Non risulta che Renzi abbia convocato l’uomo che ha posto al vertice del più grande gruppo italiano per pretendere chiarimenti sull’affare nigeriano e sul suo ruolo nella presunta corruzione. Questo nonostante la mitragliata di dichiarazioni sulla lotta alla corruzione seguite agli scandali Expo e Mose, compreso il famoso “daspo” da infliggere “ai politici che prendono tangenti”. Del resto, un altro illustre predecessore del premier, Silvio Berlusconi, aveva affrontato il tema della corruzione internazionale con toni simili: “E’ un fenomeno che esiste ed è inutile negare questa condizione di necessità se si ha da trattare con qualche regime o Paese del terzo mondo”, affermava il leader di Forza Italia il 14 febbraio 2013 ad Agorà su Raitre, riferendosi in quel caso all’inchiesta su Finmeccanica. “Negarlo”, aggiungeva, “è moralismo da sepolcri imbiancati”.

Nel suo programma dei “mille giorni” illustrato oggi alle Camere, Renzi ha rivendicato l’autonomia delle imprese e dei politici dagli “avvisi di garanzia”, ma non ha citato la lotta alla corruzione. E’ vero che il suo governo ha licenziato il decreto sui nuovi poteri all’Autorità guidata da Raffaele Cantone, ma è anche vero che in Senato si attende da mesi una nuova legge contro le tangenti che l’esecutivo ha annunciato “motu proprio”, con l’effetto di troncare l’iter dei testi già depositati, compreso quello firmato nel primo giorno della legislatura da Pietro Grasso. Un caso sollevato tra gli altri da Felice Casson, anche lui del Pd come Renzi. 

La corruzione internazionale è un tema delicato. I grandi gruppi operano spesso in Paesi dove ungere le ruote governative per concludere affari miliardari è una prassi. Da qui la “linea” mirabilmente esplicitata da Berlusconi in occasione dello scandalo Finmeccanica. Diverse Ong, per contro, denunciano come questa pratica contribuisca a sostenere classi dirigenti impresentabili e distorca l’uso delle risorse in Paesi dove milini di persone vivono in miseria. C’è però un’aggravante tutta italiana: i grandi gruppi più attivi in quei Paesi, come Eni e Finmeccanica, aziende coinvolte negli anni in un numerosi casi di corruzione interna ed estera, sono pubblici. E i loro vertici sono nominati dal governo.