“Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c’è alcun paradiso sicuro per chi minaccia l’America”. Sono queste le parole pronunciate da Barack Obama nel suo discorso televisivo alla Nazione, in cui ha spiegato agli americani in che modo la sua amministrazione pensa di “degradare e alla fine distruggere” quello che ha definito “un cancro”, lo Stato Islamico in Iraq e in Siria. Come? Con raid aerei in Siria, un’azione militare nel Paese di Assad, dunque.

Non solo, il presidente ha detto di voler allargare l’azione militare anche in Iraq, con l’invio di altri 475 consiglieri militari USA (per un totale di 1600), e di volerlo fare con l’aiuto di una coalizione internazionale di Paesi europei e dell’area. “Non sarà un altro Afghanistan o un altro Iraq”, ha detto Obama, nel tentativo di rassicurare un’opinione pubblica stanca dopo anni di guerra. Al fianco degli Stati Uniti si schierano 10 Paesi arabi: lo si legge in una nota congiunta diffusa al termine di un incontro tenutosi a Gedda tra il segretario di stato americano, John Kerry, e i rappresentanti di dieci Paesi arabi. Si tratta di sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Qatar, Emirati, Oman, Bahrain, Arabia Saudita, Kuwait), Giordania, Egitto, Libano e Turchia. Ogni paese contribuirà alla coalizione nella forma “ritenuta appropriata”, si legge nel comunicato.

Non si fa attendere la reazione della Russia, storica alleata della Siria: “Gli attacchi aerei Usa in Siria contro gli estremisti dell’Isis senza il consenso di Damasco e in assenza di decisioni del consiglio di sicurezza dell’Onu – – ha detto Aleksandr Lukasehvich, portavoce del ministero degli esteri russi – sarebbero un’aggressione, una grossolana violazione del diritto internazionale”. Il regime di Bashar Al Assad segue a ruota: “Se non saranno coordinati con Damasco, i raid verranno considerati alla stregua di un’”aggressione”, ha detto il ministro siriano della Riconciliazione, Ali Haidar, citato dall’agenzia cinese Xinhua.

Quella annunciata è comunque, a tutti gli effetti, una missione militare larga e presumibilmente molto lunga, che condurrà gli Stati Uniti verso qualcosa che Obama ha per anni testardamente evitato: e cioè il coinvolgimento nella guerra civile in Siria. Sono stati quattordici minuti di un discorso televisivo – nel simbolico anniversario dell’11 settembre – in cui Obama ha cercato di contrastare l’immagine incerta offerta due settimane fa, quando il presidente aveva detto “di non avere ancora una strategia contro l’Isis”.

Questa volta Obama, in risposta anche alle frequenti accuse di “debolezza in politica estera” che gli sono mosse dai repubblicani, ha spiegato che “questo è il principio basilare della mia presidenza. Se minacci l’America, non avrai un rifugio sicuro”. Nel tentativo di rassicurare l’opinione pubblica, Obama ha comunque spiegato che “questa missione sarà diversa dalle guerre in Afghanistan e in Iraq e non prevederà l’invio di truppe di terra”.

Qualcosa di simile ai raid che gli Stati Uniti hanno condotto per anni contro i sospetti terroristi in Somalia e in Yemen, dunque. Anche se Obama non ha nascosto che la novità della missione riguarda proprio la Siria. “Non esiterò a prendere misure militari contro l’Isis in Siria”, ha spiegato. Non si tratterà soltanto di raid aerei contro le postazioni dei jihadisti nel Paese di Assad. Gli Stati Uniti forniranno armi e addestreranno i ribelli moderati al presidente siriano nelle basi militari messe a disposizione dall’Arabia Saudita (un’attività sin qui svolta, ma su scala molto ridotta, dalla CIA). In questo modo, ha spiegato Obama, un’azione militare di terra contro i miliziani dovrebbe aiutare e sostenere quella d’aria dei jet USA.

Il discorso di Obama è arrivato nel momento in cui l’opinione pubblica americana appare pronta ad accogliere un allargamento del conflitto in Medio Oriente. Le decapitazioni di James Foley e Steven Sotloff hanno convinto la maggioranza degli americani della necessità di un’azione militare (un sondaggio Washington Post/ABC News di queste ore rivela che gli americani a favore dell’intervento aereo in Siria sono ormai il 64%). A questa opinione pubblica Obama si è rivolto, spiegando che non c’è alcuna prova che l’Isis stia progettando un attacco contro gli Stati Uniti, ma che “se lasciati senza controllo, questi terroristi potrebbero costituire una minaccia crescente” per gli americani. Alcuni di questi, ha proseguito Obama, vengono dagli Stati Uniti, e potrebbero “voler progettare attentati una volta rientrati a casa”.

Nelle volontà di differenziare la sua missione da quelle del predecessore George W. Bush, Obama ha spiegato di voler combattere l’Isis nell’ambito di una “coalizione internazionale” (ieri, in mattinata, il presidente aveva telefonato a re Abdullah dell’Arabia Saudita per mettere a punto il tema delle basi militari dove addestrare i moderati siriani). La Germania, però, si sfila: “Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha escluso la partecipazione tedesca ai raid aerei contro l’Isis. “Né ci è stato chiesto, né lo faremo”, ha detto a Berlino dopo l’incontro con il collega britannico Philip Hammond. A proposito della consegna delle armi ai curdi contro i terroristi ha poi sottolineato che “non è poco”, la Germania si è già assunta la sua parte di responsabilità. Meno chiara la posizione del Regno Unito: se Hammond, ha escluso la partecipazione di Londra ai raid aerei, il premier Cameron afferma di “non escludere nulla” riguardo una azione militare contro l’Isis.

Nonostante le rassicurazioni, quello che il comandante in capo americano non ha fatto, nel discorso al Paese, è chiarire alcuni punti essenziali della futura missione americana, soprattutto in relazione alla Siria. Come sarà possibile armare e addestrare i ribelli moderati siriani contro l’Isis, senza che questo si rifletta sulla generale guerra civile siriana? Come si riuscirà a colpire le postazioni dello Stato islamico senza destabilizzare l’intero Paese e la situazione nella regione? In effetti in queste ore uno dei problemi più urgenti e difficili resta proprio quello dei modi dell’intervento militare in Siria.

Casa Bianca e Pentagono stanno discutendo la possibile logistica dell’attacco: quindi quali basi militari usare, le postazioni da colpire, la forze da usare. Tredici mesi fa, quando gli Stati Uniti si prepararono a un intervento in Siria cancellato in extremis dopo un accordo con la Russia, il Pentagono progettò raid aerei in partenza dalle basi turche ed europee, oltre ad inviare quattro destroyers, ognuno con una cinquantina di missili Tomahawk. Quell’esperienza, dicono fonti del Pentagono, potrebbe risultare utile oggi. Non c’è ancora alcuna conferma ufficiale, ma sembra che tra le basi militari considerate, per far partire i raid aerei contro l’Isis, ci siano oggi la base di al Udeid, in Qatar, quella di Ali al Salem, in Kuwait e quella di Dhafra negli Emirati Arabi.

Mentre Obama parlava all’America, a Washington democratici e repubblicani cercavano comunque di far sentire la propria voce proprio sul nuovo fronte di guerra. Se scontato appare l’appoggio della gran parte dei senatori e dei deputati dei due partiti, cominciano a farsi strada delle differenze. Tra i repubblicani è ormai ben visibile la distanza tra l’ala del partito isolazionista, capeggiata da Ron Paul, e quella interventista di John McCain e Lindsay Graham, che chiede a Obama un approccio più duro contro l’Isis.

Settori conservatori avrebbero preferito che Obama chiedesse al Congresso l’autorizzazione ai raid aerei contro i miliziani, non fosse altro che per sottolineare l’accusa di debolezza alla politica estera del presidente; la Casa Bianca ha comunque già precisato che non intende chiedere alcuna autorizzazione, in quanto l’intervento viene considerato a difesa della sicurezza nazionale, e quindi prerogativa del presidente.

Tra i democratici si è invece fatto strada un progetto che potrebbe mettere in serio imbarazzo lo stesso Obama. Quello di truppe americane che addestrino contingenti di altri Paesi pronti a combattere contro i jihadisti. Potrebbe essere un inizio di impegno militare diretto, di “stivali sul terreno”, che Obama ha sempre detto di voler evitare.