Per dieci anni ottomila famiglie di Aprilia, in provincia di Latina, hanno chiesto di riprendersi il servizio idrico. Lo hanno fatto rischiando in prima persona, continuando a pagare le bollette al Comune e non alla società partecipata dalla multinazionale Veolia. Una battaglia che è diventata una sorta di bandiera, simbolo di quel movimento che ha portato nel 2011 a 27 milioni di voti a favore della gestione pubblica dell’acqua. “Siamo pronti a riprenderci le quote in mano privata” è stato l’annuncio – imprevisto – arrivato dall’ex presidente della provincia di Latina Armando Cusani, prima di perdere il posto dopo una condanna in primo grado per abusivismo edilizio. Proclama choc, arrivato lo scorso ottobre da chi ha sempre difeso la gestione privata. Battaglia vinta, dunque? Non proprio, perché dietro le buone intenzioni c’è il trucco. E si vede pure.

Nella bozza di preaccordo preparata nei giorni scorsi dagli uomini di Veolia – documento che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere – si pongono le condizioni per il ritorno alla gestione pubblica degli acquedotti, tre anni dopo il referendum. Tecnicamente si tratta di un acquisto delle azioni oggi possedute dalla Idrolatina srl, partner privato scelto con una gara nel 2002, proprietaria di una quota pari al 49% del capitale sociale di Acqualatina. E’ la multinazionale – in questo caso – a stabilire il prezzo, messo nero su bianco, per restituire la gestione ai Comuni. La prima tranche di azioni che dovrebbero essere acquistate dalle amministrazioni a breve – il 9% del capitale sociale – è valutata 2.129.537 euro; cifra che – rapportata all’intero pacchetto azionario – presuppone un valore della società pari a 23,6 milioni di euro. Una cifra corretta? Difficile dirlo, perché la bozza di accordo – elaborata dal management di Acqualatina – non fa alcun riferimento a perizie o stime indipendenti, ma si basa esclusivamente sul capitale sociale.

RIPUBBLICIZZARE L’ACQUA? DECIDE LA BANCA. Il gruppo attualmente è fortemente indebitato con la banca d’affari inglese Depfa, con la quale ha stipulato un contratto di “project financing” che contiene anche alcuni strumenti derivati. Si tratta dello stesso istituto di credito che alcuni anni fa creò non pochi grattacapi al Comune di Milano (con una condanna in primo grado per truffa, poi ribaltata in appello lo scorso marzo, con una assoluzione perché il fatto non sussiste). Il comitato acqua pubblica di Aprilia ha più volte contestato l’opportunità di quell’indebitamento, che non era stato previsto nell’originario contratto di gestione. E oggi, nonostante quei fondi ottenuti a caro prezzo, il piano degli investimenti ha subito un notevole rallentamento.

Sul versante dei rapporti con la Depfa arriva, però, la seconda – e forse più amara – sorpresa del piano di ripubblicizzazione elaborato dal management dell’azienda. Il ritorno ai Comuni della provincia di Latina del servizio idrico è subordinato interamente al gradimento della banca di affari inglese. In sostanza neanche una sola azione oggi in mano a Veolia potrà tornare ai cittadini senza l’assenso dei banchieri di oltre manica, che – al momento dell’erogazione di alcuni fondi – hanno chiesto e ottenuto il pegno su una parte del capitale sociale.

PER L’AUTORITY LESI I DIRITTI DEGLI UTENTI. Nel frattempo ad Acqualatina lo scorso 31 luglio sono arrivate alcune contestazioni da parte dell’Autorità nazionale per l’energia, il gas e il sistema idrico, organo che il governo Monti aveva scelto come regolatore delle tariffe dopo il referendum. Gli ispettori dell’Autorità hanno avviato un procedimento sulla mancanza di trasparenza (leggi il documento) nei dati forniti agli utenti sulle bollette (il consumo annuo, il grafico di andamento dei consumi, i livelli di qualità previsti ed altre informazioni), sulle articolazioni tariffarie applicate senza l’approvazione esplicita della conferenza dei sindaci e sui conguagli – per una cifra di 8 milioni di euro – inseriti nelle tariffe 2012 e 2013, senza alcuna comunicazione agli utenti e senza il consenso preliminare delle amministrazioni comunali. Problemi che per l’Autorità possono portare ad una “lesione dei diritti degli utenti finali” e che perdurerebbero ancora oggi. L’istruttoria durerà sei mesi prima di arrivare a una decisione sull’applicazione di eventuali sanzioni.