Dopo lo sfogo di Carlo Cottarelli contro l’utilizzo dei risparmi di spesa “per aumentare la spesa stessa”, Matteo Renzi scarica il commissario incaricato di mettere a punto un maxi-piano di tagli alle uscite dello Stato. Non è Cottarelli il punto fondamentale: la spending review la facciamo anche se va via, dicendo con chiarezza che i numeri sono quelli”, ha detto il premier durante la direzione Pd. “Rispetto e stimo Cottarelli. Farà quello che crede”. Ma, è il succo, il suo contributo non serve più. Ammesso che Renzi abbia mai pensato di servirsene davvero. Come rivelato dal Corriere della Sera, infatti, il dossier che elenca punto per punto (dagli enti locali alle società partecipate) dove e di quanto è possibile ridurre le spese è pronto da mesi, ma non è mai stato reso pubblico. Nonostante quelle due parole, spending review, vengano ripetute come un mantra ogni volta che ci sono da trovare coperture per le promesse del governo. Vedi il bonus di 80 euro. E questo andazzo, con o senza Cottarelli, non sembra destinato a cambiare: Con la revisione della spesa che noi faremo, i 16 miliardi che sono nel programma presentato, porteremo al 2,3% il rapporto deficit/Pil”, ha assicurato infatti Renzi. Precisando poi che sarà oggetto di discussione “se sia giusto scendere a quella cifra. Lo vedremo”. Dunque, “i numeri non sono un problema”. Un messaggio diretto ai “gufi” che sostengono, al contrario, che con l’economia stagnante il rapporto tra disavanzo e prodotto sia destinato a salire e a superare il tetto massimo consentito da Bruxelles. Tanto che nella legge di Stabilità, attesa per metà ottobre, Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dovranno per forza prevedere una corposa correzione che porterà la cifra totale della manovra verso i 20 miliardi.

“I numeri non sono un problema” – Dettagli, per Renzi. E’ vero, ha ammesso il premier, che “la situazione economica nella quale siamo non è quella che avremmo voluto vedere” (parole rubate al ministro Padoan) perché “si immaginava una ripresa a livello europeo che non sta arrivando o sta arrivando in modo meno forte”. Ma in fondo, a dispetto della raffica di dati sulla ripresa che non ingrana, per il presidente del Consiglio “i numeri non sono un problema”, appunto. Poco importa che proprio giovedì l’Istat, nella sua nota mensile, abbia informato che “il recupero della crescita economica si annuncia più difficile di quanto prospettato” e “i segnali provenienti dalle famiglie e dalle imprese sembrano delineare una fase di sostanziale stagnazione dell’attività”. D’altronde solo pochi giorni fa, intervistato dal Corriere della Sera, Renzi aveva esposto con parole diverse lo stesso concetto: arrivare a una crescita dello 0,8% (la stima inserita nel Documento di economia e finanza e su cui il governo ha finora basato tutta la sua politica economica) sarà “molto difficile”, aveva detto. Ma “che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone”. Insomma: per il premier che in Europa invoca flessibilità per poter finanziare gli interventi pro-crescita, richiesta ribadita anche durante la direzione, in fondo le cifre non contano. 

“Non incaponirsi su una virgola, la questione è politica” – “La vera questione”, ha ribadito il presidente del Consiglio dal palco del Nazareno, “non è incaponirsi su una virgola a livello di discussione tecnica o teorica. Qui c’è una questione politica: o la politica riprende spazio e inizia a fare il suo dovere o nessuno di noi ha un ruolo”. E “se la crescita non arriva vuol dire che dobbiamo lavorare di più e meglio”. Non si deve lasciare che “a gestire l’Italia siano i tecnici“. E’ la politica che deve “tornare a fare il suo mestiere”, senza “mettersi a discutere”, e “portare questo Paese fuori dalle sabbie mobili” per permettergli di “tornare a creare ricchezza”. Poi la consueta iniezione di ottimismo e la rivendicazione dei risultati ottenuti: “Ricordo a tutti che gli 80 euro a 10 milioni di famiglie non sono il tentativo di rimettere in moto il Paese con la bacchetta magica ma un fatto di giustizia sociale. Io rivendico il tetto allo stipendio dei manager e l’operazione 80 euro, insieme”. Sul bonus Irpef per il prossimo anno “siamo sicuri che abbiamo le coperture, alla faccia dei gufi. E siccome abbiamo il 40%, alla faccia dei gufi, analizzeremo bene la situazione economica”. Mai detto poi, ha sostenuto Renzi, “che gli 80 euro facessero crescita”.

Le banche straniere: “Rischio di fuga degli investitori dai titoli di Stato italiani” – Un posto tra i gufi se lo è conquistata, poco dopo il discorso di Renzi, anche l’Associazione delle banche estere in Italia (Aibe), che citando esplicitamente il “caso Cottarelli” ha manifestato “forte preoccupazione” per il rischio di “un abbandono degli operatori internazionali nella sottoscrizione dei titoli di stato” a causa del “susseguirsi di delusioni” in tema di riforme e controllo della spesa pubblica. Non solo. Per i banchieri stranieri l’incapacità di ridurre in modo credibile e duraturo le uscite e il “probabile accantonamento dell’ennesimo tentativo di un severo controllo del debito pubblico” rischiano di ridurre la già bassa “attrattività complessiva del sistema Italia”. In parole povere, davanti a questo scenario gli investitori esteri che oggi acquistano il 35% dei nostri titoli di Stato potrebbero smettere di sottoscriverli. Per un Paese con 2.120 miliardi di debito pubblico da finanziare, sarebbe una catastrofe. 

Un divorzio atteso – Non era un mistero che molti punti del dossier messo a punto dall’economista del Fondo monetario con l’obiettivo di ridurre in modo sostanziale ma soprattutto strutturale la spesa pubblica non piacessero al premier. Che quella figura l’ha “ereditata” dal predecessore Enrico Letta. E, secondo Repubblica, avrebbe già pronto il sostituto: il consigliere economico Yoram GutgeldLa rottura di Renzi arriva però a poche ore da un’uscita di segno opposto del ministro Padoan. Che aveva lanciato un assist all’ex collega del Fondo monetario dicendo che “la situazione dell’economia è meno favorevole” e “serve uno sforzo per sostenere la crescita in un contesto di consolidamento delle finanze”. Parole, quelle dell’ex capo economista e direttore esecutivo per l’Italia del Fmi, che erano suonate come una sponda a distanza all’attuale commissario alla spending review. 

Anche per Delrio “la spending review è una scelta politica” – Ma a chiarire che Cottarelli aveva i minuti contati ci ha pensato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, che entrando alla direzione nazionale del partito poco prima del discorso di Renzi ha detto: “Non c’è nessun caso Cottarelli”, ha detto, facendo pensare di voler smorzare la polemica. Il seguito, però, ha fatto capire che l’esecutivo propendeva per la rottura. “Continueremo l’impegno del governo. La spending review non dipende dalle persone che la conducono, è una scelta politica. Dietro la vicenda di Cottarelli ci sono vicende di vario tipo, anche personali sue. La finanziaria si farà ad ottobre, ma la spending review va avanti”.