Per cinque mesi le circa 30mila imprese concessionarie dei servizi balneari tornano a dar lavoro a 300mila persone e all’indotto turistico-ricreativo che vi ruota intorno. Ricondotti tre anni fa su un livello minimo di inquadramento fiscale – pagavano 50 centesimi al metro quadro e godevano della possibilità di non rilasciare scontrino fiscale – i gestori degli stabilimenti balneari in concessione demaniale hanno avviato la stagione con relativa tranquillità. Sì certo, qualche nota di agitazione c’è sempre, come nel caso dello sciopero fiscale indetto a aprile dai balneari campani per contrastare l’aumento dell’addizionale regionale dal 25% al 100%. Ma tendenzialmente il quadro appare molto più sereno. Almeno fino a quando la Commissione Europea non tornerà a guardare cosa abbiamo combinato.

La storia è intricata, ma quasi divertente: l’Italia ha 8mila km di costa. Di questi solo il 53% è balneabile ed in media ogni 350 metri di questo perimetro presenta uno stabilimento balneare in concessione demaniale, in rispetto dell’articolo 822 del codice civile (“appartengono allo stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, la spiaggia”). La media, comunque alta, è frutto di differenze notevoli tra regioni dove alcune di esse hanno un rapporto tra spiagge libere e spiagge oggetto di concessione demaniale pari a 2 a 10. La Liguria, che ha dovuto imporre il tetto del 40% di spiagge libere sul totale, vede rispettato il vincolo solo da “12 dei suoi 63 comuni rivieraschi” con picchi tipo Santa Margherita Ligure che dedica agli spazi liberi solo l’11% del totale (Wwf, 2012). La Francia, per capire, ha un tetto massimo di spiagge in concessione pari al 20%.

Non a caso l’Italia è il caso limite d’Europa. Anche per questo nel 2008 Bruxelles analizzò il sistema italiano delle concessioni demaniali marittime ad uso turistico-ricreativo e avviò un’inevitabile procedura d’infrazione, chiusa nel 2012 dopo un comico tira e molla durato cinque anni. Richiamati all’ordine, l’Italia continuava a scrivere leggi di conversione dei decreti che recepivano le indicazioni di Bruxelles apponendo però integrazioni che vanificavano le prime: ora la preferenza in favore del concessionario uscente, ora il diritto di superficie, ora il rinnovo automatico di sei anni in sei anni. Poi arrivò la legge 217 del 2011 (legge comunitaria 2010) e tutto sembrò rientrare: basta rinnovi automatici, basta diritti acquisiti su bene demaniale, gare ad armi pari. Bruxelles dette l’ok e il 27 febbraio 2012 fu chiusa la procedura d’infrazione. Ma una “manina amica” dei balneari arrivò dieci mesi più avanti nella forma di un piccolo articoletto in un generico decreto legge (cosiddetto “Crescita 2.0”) che ha prorogato la data di scadenza di otto anni, dal 31 dicembre 2012 al 31 dicembre 2020.

Se finora la Commissione Europea non pare essersi accorta dell’ennesimo raggiro, ne hanno preso coscienza invece i balneari che, forti del potere negoziale acquisito, si sono spinti oltre. Oggi il Sindacato Balneari, un’associazione che dichiara di rappresentare il 95% delle imprese del settore, promuove un pacchetto di norme in netta controtendenza rispetto a principi e direttive europee. Chiedono il riconoscimento del valore commerciale delle imprese “da utilizzare anche quale indennizzo per il concessionario qualora dovesse perdere la concessione”, una durata dei titoli di almeno “30 o più anni”, il diritto di opzione per l’attuale concessionario, l’Iva al 10% anziché al 22% e anche la modifica dell’articolo 49 del codice della navigazione. Vogliono cambiarlo perché sancisce che, terminata la concessione, ogni struttura non amovibile diventi automaticamente, e senza risarcimento alcuno, proprietà dello Stato che ne può anche disporre la demolizione a carico dell’ex concessionario stesso, al fine di ripristinare le condizioni precedenti la concessione goduta. Sarebbe una norma di buon senso, poiché l’area è demaniale e concessa temporaneamente. Ma è difficile andare a dirlo a chi si è acquistato le concessioni per milioni di euro o ha iscritto ipoteche sugli appartamenti edificati a fianco delle cabine.

Gli argomenti sostenuti dal Sindacato Balneari sono all’attenzione della commissione Attività Produttive della Camera dove questa organizzazione gode di un credito talmente ampio da trovare sponde bipartisan. Oggi tutte le forze politiche parlano ad esempio di revisione della direttiva Bolkestein. Poiché l’Italia ha permesso di trattare per due secoli il bene demaniale concesso come un bene privato – il primo caso fu a Viareggio e risale al 1828 – oggi pare quasi impossibile tornare a ripristinare quel livello minimo di legalità tanto caro all’Europa.

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