Adios, campeones. L’avventura in Brasile della Spagna, campione in carica d’Europa e del mondo, è già finita. L’Olanda ha scavato la fossa, il Cile seppellisce i resti di una squadra e di un modello di gioco che non ci sono più.

Otto anni di successi, due Europei e il Mondiale sudafricano, si chiudono con un altro record: è successo tante volte, anche all’Italia nel 2010, di presentarsi da campione e uscire ai gironi, ma mai i detentori della Coppa avevano salutato perdendo le prime due partite. La Roja vince 2-0, un risultato che non rende appieno quale sia stata la differenza con gli uomini di Del Bosque, impauriti dopo la manita subita dagli Oranje. Lo si capisce subito dalla faccia perplessa di Xabi Alonso a corredo del primo sfondamento del Cile dopo neanche un minuto.

La Spagna è preoccupata già all’ingresso in campo, forse è la prima a non crederci. Sentendo le mura che vengono giù, Del Bosque rinuncia a Piqué e Xavi per far largo a Javi Martinez e Pedro nel 4-2-3-1, ma l’effetto dura meno di venti minuti. Giusto il tempo che Alonso si faccia parare una grande occasione da Bravo. Poi è solo Cile. Il 3-4-1-2 di Sampaoli è una tonnara. Difesa e centrocampo stritolano la manovra spagnola, raddoppiando in ogni angolo del campo. Si difende in nove, perché Vidal è un elastico. Alto quando l’azione si trasforma in offensiva, il centrocampista della Juventus si abbassa molto quando sono le ‘Furie spompe’ a gestire la palla. E a ogni recupero, il Cile schizza in contropiede: non ragiona, esegue lo spartito. A volte a memoria, come al ventesimo in occasione del vantaggio. Vidal, Sanchez e Aranguiz scherzano la difesa spagnola, completamente in balia della velocità avversaria, e l’ex Napoli Edu Vargas supera Casillas. Un’azione che sembra disegnata con il joystick davanti a una consolle. La Spagna infila errori grossolani in fase d’impostazione con il passare dei minuti, mostrando cos’è il tiqui taqa al tramonto. Diego Costa avrebbe l’occasione per svegliare i suoi ma conclude con un colpo sporco e quello che rimane dei campioni di tutto si squaglia a due minuti dall’intervallo. Il raddoppio cileno certifica una volta di più la scarsa reattività spagnola, più mentale che fisica. Casillas, ancora lui, respinge goffamente una punizione di Sanchez: Aranguiz ha il tempo di stoppare, mirare e sparare prima che la difesa spagnola riesca a contrastarlo. Xabi Alonso lasciato negli spogliatoi da Del Bosque è allo stesso tempo l’estremo tentativo di raddrizzarla e la fotografia del fallimento, il crollo delle certezze in una squadra che ha incantato. Diego Costa e Busquets sprecano due palle gol che potevano essere colla buona per provare a rimettere insieme i cocci. Poi la Spagna si fa piccola-piccola davanti a un Cile in condizioni atletiche spaventose. Compatti, sempre a testa alta, gli uomini di Sampaoli non rinunciano mai a uno scatto né a un raddoppio.

Quando attaccano sono un’onda: sembrano tre ma si ingrossano a dismisura diventando quattro, cinque, a volte sei. Sfiorano la terza rete che non arriva, ma poco importa. Contano gli ‘olè’ che il Maracanà concede a metà secondo tempo, quando la testuggine cilena ha già inserito il pilota automatico. Olanda e Cile volano agli ottavi e si giocheranno il primo posto nell’ultima partita del girone. La Spagna abdica nello stesso giorno di re Juan Carlos. Il suo mondiale si chiude al Maracanà, lo stadio giusto ma con 25 giorni d’anticipo rispetto alle speranze. È crollato un impero.

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