La storia del calcio non cambia. Dopo un mese di sorprese, emozioni, rivoluzioni promesse e in buona parte pure mantenute, stravolgimenti delle gerarchie del pallone, alla fine ha vinto comunque la più forte. La Francia è campione del mondo, la Croazia battuta in finale 4-2 si ferma di nuovo ad un passo dal trionfo, al solito limite del calcio balcanico, anche di questa nazionale che con un’unità e uno spirito mai visto da quelle parti sembrava pronta a superare i propri limiti. Ma c’è sempre un episodio, l’imprevisto dell’invasione di campo, persino la Var che anche ai Mondiali dimostra di non essere lo strumento tanto democratico che si credeva, ma di sorridere spesso ai più forti. E la Francia lo era senza ombra di dubbio.

Il suo Mondiale è stato praticamente perfetto. È arrivata in Russia con i gradi della favorita, ma anche diverse incognite: la giovane età delle sue stelle, alcune esclusioni illustri (Rabiot e Benzema su tutti), il ct Deschamps che in patria sotto sotto veniva considerato responsabile di aver buttato via l’Europeo di casa nel 2016. I dubbi venivano scacciati da ogni partita, e puntualmente si riproponevano alla successiva. Perché questa Francia vinceva e non convinceva mai fino in fondo: ha sofferto all’esordio con la modesta Australia, stentato con Perù e Danimarca; agli ottavi fuochi d’artificio con l’Argentina ma anche qualche rete subita di troppo, poi però la noia nei quarti contro l’Uruguay, e lo striminzito 1-0 contro il Belgio in semifinale, bollato come “anti-calcio” dagli avversari. Intanto però è arrivata in finale. E con la stessa disarmante facilità dei predestinati l’ha pure vinta.

Non era una partita qualsiasi, perché c’era lo storico precedente del ‘98 (semifinale dei Mondiali di Francia, 3-2 in rimonta con il gol di Thuram, una dei più bei match di tutti i tempi). E perché la partita negli ultimi giorni si era caricata e probabilmente anche sovraccaricata di troppi significati  extra-calcistici, per il confronto tra due modelli diversi anche di società, cavalcato da politici di Paesi che con la finale e col Mondiale c’entravano davvero poco. Anche l’Italia, ad esempio: Matteo Salvini, volato a Mosca per l’occasione, ha detto che avrebbe tifato per i croati, e contro Macron, pure lui in tribuna alla corte di Putin. Da una parte la Francia multietnica, dall’altra la Croazia identitaria, fiera delle proprie origini. In realtà erano soprattutto due squadre fortissime, due nuove generazioni d’oro (proprio come quelle di 20 anni fa), che si giocavano la Coppa del mondo e pensavano soltanto a quello. E così hanno dato vita ad una finale emozionante, una delle più spettacolari e meno bloccate degli ultimi decenni, ricca di gol, errori, colpi di scena.

Se la sono giocata con le loro armi: la Francia aspettando, e ripartendo velocissima con le frecce di Mbappé e Griezmann, la Croazia attaccando, facendo la partita, perché nonostante la reputazione di cattivi, i Detreni sono una squadra di palleggiatori sopraffini e fantasisti (almeno dalla metà campo in su; dietro picchiano e basta). La storia dei Mondiali è fatta di finali tattiche, non in questo caso: già due gol nella prima mezzora, il vantaggio francese praticamente a freddo, col colpo di testa del solito Varane che già aveva sbloccato il quarto di finale contro l’Uruguay, subito pareggiato però dal gran sinistro dell’interista Perisic. Poi l’episodio che ha cambiato davvero la partita: un mani di Perisic in piena area, in mischia da calcio d’angolo, tanto netto quanto evidentemente involontario. L’arbitro, l’argentino Nestor Pitana, ha enormi dubbi che nemmeno la tecnologia può chiarire fino in fondo: lo guarda e riguarda più volte, ritorna anche sui suoi passi, per un’ultima occhiata allo schermo, prima di risolvere che i tempi sono maturi perché una finale mondiale possa essere decisa dalla Var. Anche questa è storia.

Come l’invasione di campo ad inizio ripresa (ma qui c’è il precedente del 2014), rivendicata dal gruppo Pussy Riot: quattro uomini travestiti da poliziotti, una dimostrazione tutto sommato pacifica ma poco apprezzata dai croati che in quel momento stavano facendo il massimo sforzo (figuriamoci da Putin in tribuna). La rimonta era riuscita contro Danimarca, Russia e Inghilterra, ma stavolta hanno dovuto arrendersi. Il terzo gol è stata la dimostrazione della superiorità francese: sventagliata di quaranta metri di Pogba, che andava a concludere in rete di sinistro su assist dell’imprendibile francese, mentre Subasic non faceva molto per difendere la porta croata sul suo tiro e poi su quello del 4-1 di Mbappé. Per pura solidarietà fra colleghi, Lloris, che già aveva regalato Euro 2016 al Portogallo con una mezza papera, ha deciso di macchiare anche la finale mondiale con uno svarione clamoroso, consegnando a Mandzukic la palla dell’inutile 4-2.

Var, errori, rimpianti, invasioni: nonostante un passivo troppo pesante e decisamente ingiusto per gli sforzi dei croati, c’è poco da recriminare. Questa è davvero una seconda génération dorée, 20 anni dopo quella del ‘98, nel cui mito tanti di questi ragazzi sono cresciuti (non Mbappé: lui nemmeno era nato all’epoca). Allora c’erano Zidane, Thuram, lo stesso Deschamps in mezzo al campo, che ora rappresenta il filo conduttore in panchina. Oggi ci sono Mbappé e Griezmann, Pogba e Varane, stelle di una squadra che ha un’età media di circa 25 anni ed è arrivata persino in anticipo rispetto alle previsioni. Le analogie fra i due trionfi mondiali sono tantissime. E potrebbero non essere ancora finite. Dopo aver alzato la Coppa a Parigi, quella nazionale fu in grado di fare la doppietta a Euro 2000, impresa riuscita soltanto a Germania (‘72-‘74) e Spagna (addirittura tripletta tra il 2008 e il 2012). Anche questa squadra ha almeno altre 2-3 edizioni davanti: saranno favoriti pure in Qatar, intanto sono già campioni del mondo.

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