È la sfida tra una grande favorita e una outsider assoluta, forse la più grande sorpresa della storia dei Mondiali (copyright di Joseph Blatter, uno che di calcio qualcosa ne sa). Il confronto tra due nazionali specchio di Paesi e società agli antitesi, come è stato scritto e riscritto in questi giorni e in fondo sempre negli ultimi vent’anni. La partita tra due generazioni d’oro, la prima che sembrava non ancora pronta, la seconda che pareva non arrivare mai, e invece si sono ritrovate allo stesso momento, quello più importante. Tutto questo è Francia-Croazia, la finale dei mondiali

In un Mondiale che ha rivoluzionato più di ogni altro nella storia le gerarchie del pallone, nell’ultimo atto in tanti hanno voluto vedere anche un confronto tra due modi diversi di leggere il presente del mondo. In effetti la Francia è la nazionale che meglio incarna il futuro multietnico di cui tanto si discute in Europa di recente: le stelle Mbappé, Pogba, Varane portano in dote l’esuberanza dell’Africa e delle ex colonie, e convivono perfettamente con i bianchi Pavard, Lloris e l’impostazione continentale di Deschamps. In realtà la selezione transalpina è un miscuglio molto più complicato e meno sereno di quel che si voglia far pensare (l’esclusione di Benzema è una ferita ancora aperta per tutte le seconde generazioni magrebine), la convivenza forzata e tutt’altro che risolta: spesso la nazionale è implosa anche per le divisioni razziali, per non parlare della società. Ma comunque il contrasto con la Croazia identitaria, uno dei più piccoli Paesi ad aver mai raggiunto la finale (4 milioni di abitanti, secondo solo all’Uruguay), venuta dalla guerra e più unita di qualsiasi nazionale slava si ricordi, è troppo netto per non essere notato.

Anche il loro percorso per arrivare fino a questo punto è stato molto diverso. Praticamente perfetto quello della Francia: sempre in controllo, dal debutto comodo con l’Australia, al pirotecnico ottavo di finale contro l’Argentina di Messi, fino alla semifinale con il Belgio. Senza entusiasmare (i belgi, feriti, hanno parlato addirittura di “anti-calcio”), ma vincendo con una facilità disarmante, grazie al talento delle sue stelle, ma anche ad una solidità difensiva e ad una maturità inaspettata. Il torneo della Croazia, invece, è stato un’altalena di emozioni: sempre ad inseguire, sempre col batticuore. Tre volte i croati sono andati sotto con Danimarca, Russia e Inghilterra, tre volte hanno rimontato: a riprova di qualità e tempra straordinarie, e anche di quel pizzico di fortuna proprio delle grandi squadre. Senza non si vince due volte ai rigori e una allo scadere dei supplementari. Però Modric e compagni hanno giocato 360 minuti nelle ultime due settimane, praticamente una partita intera in più della Francia. Anche questo potrebbe contare domani a Mosca.

Per questo e mille altri motivi, i francesi (già vice campioni d’Europa in carica, ricordiamolo) sono favoriti: più freschi, più forti, più completi. Le incognite sono l’esperienza di un gruppo giovanissimo (età media intorno ai 25 anni) che nemmeno in patria credevano già pronto per questa edizione: di fronte ad avversari grossi e cattivi, e all’enormità del titolo mondiale, potrebbero anche sentire la pressione (ma sono pur sempre giocatori già abituati a giocare ad alto livello nei loro club, molto più degli avversari). E poi c’è lo spirito croato, fino ad ora più forte di tutto, in cerca della definitiva affermazione. E rivincita. Si riparte anche dall’8 luglio 1998: semifinali dei Mondiali di Francia, una delle più belle partite della storia del torneo, il grande rimpianto della miglior selezione post Jugoslavia della storia e anche l’unico trionfo mondiale del pallone transalpino. Esattamente 20 anni dopo Suker e Prosinecki, Zidane e Thuram, sarà di nuovo Francia contro Croazia. Con una posta in palio ancora più alta: stavolta ci si gioca  il titolo. E i Mondiali conta quasi solo vincerli: comunque vada da domani sera rimarrà il nome della squadra che ha alzato la coppa, e di tutto il resto solo un bel ricordo.

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