di Mattia Musio

Se la partita a eliminazione diretta di un mondiale è di sicuro il momento di più grande tensione nella vita di uno sportivo, esiste un qualcosa di rivoluzionario, forse quasi di immorale nel vedere Tite, il ct del Brasile, ballare dopo mezz’ora insieme al marcatore che porta i verdeoro avanti di tre reti sulla Corea del Sud. La serietà torna del corso di pochi secondi eppure, per quei pochi attimi, la Seleção non si cura degli avversari, né del codice non scritto sul rispetto dell’avversario, per godersi la gioia per il proprio gol, o meglio, la gioia per la propria superiorità.

Sono proprio queste regole non scritte, cementificate attraverso milioni di partite giocate nel corso di oltre un secolo di storia dello sport, a mostrarci il Brasile come un’idea differente di competizione. Perché questa è: perpetua tendenza al bello, alla finta, al dribbling, al tiro senza stoppare prima la palla. Questo, poi, in un’etica sportiva che pone al centro del discorso un fatto oggettivo che spesso dimentichiamo: il calcio è spettacolo, checché ne dicano molti, e come tale va inteso, giocato, usufruito.

Se la partita tra due squadre per cui non tifiamo è più bella se combattuta, equilibrata, come solo un’ora prima nell’elettricità dei rigori tra Giappone e Croazia, per il Brasile (e forse davvero solo per il Brasile) facciamo un’eccezione. Solo per loro siamo disposti a elettrizzarci per una squadra che sta letteralmente sbertucciando l’avversario, tra triangolazioni strette e palloni che rotolano delicatamente sotto le suole più educate del globo. Solo per il Brasile, come nel primo tempo di ieri, la tensione tipica del mondiale si mette in pausa a favore di un’esibizione di un calcio ballato, performato col sorriso, in cui la vittoria non è mai in discussione e a noi, tutto sommato, va benissimo così.

Per questo il Brasile somiglia a quelle cose che ci fanno sorridere, divertire. Somiglia a quelle cose totalmente insensate nel loro disequilibrio. Facciamo una lista di sei, come i mondiali che potrebbero aver collezionato i verdeoro il 18 dicembre 2022.

Il Brasile somiglia a quei gruppi Hip-Hop di inizio 2000: li vedi lì, in gruppo, mentre in cerchio si danno il via per il balletto d’occasione, tra ghetto e grattacieli. Poi, se segna Richarlison, via di scappellotti a volontà prima di ricominciare a giocare. Le casse dello stadio potrebbero tranquillamente suonare uno di quei pezzi presi bene alla “Black & Yellow”, che poi cambierebbe poco nelle nostre sensazioni durante la visione della partita.

Il Brasile somiglia al Qatar, o meglio alla spavalderia della sua organizzazione: superiori, nella potenza di fuoco, talmente tanto da sembrare antisportivi. Così come i petroldollari hanno portato la Coppa nel deserto, ora i piedi dei ragazzi cresciuti anche nelle favelas (lì dove il calcio è davvero formato solo dell’essenza più pura) potrebbero riportare proprio quella Coppa nel posto in cui è stata più volte.

Il Brasile somiglia alla nostra prima volta in discoteca: esaltati, sbilanciati, pronti a bersi il mondo a grandi sorsate. Nessuno può dir loro cosa fare, dove andare, nessuno può togliere loro la scena. E nessuno, infatti, ci riesce.

Il Brasile somiglia a Nick Kyrgios: anticonformista, spregiudicato, totalmente irrispettoso e deciso a prendersi beffa dell’avversario. Meglio ancora se attraverso giocate volte a irriderlo. È il bulletto di quartiere pronto a far capire perché si deve aver paura prima ancora del fischio d’inizio.

Il Brasile somiglia a Damien Hirst: colorato, esagerato, fantasioso e incredibilmente bugiardo. Bugiardo nel dire “sembra facile giocare tutti all’attacco, vero?” beh allora provate a farlo voi. No, nessuno lo può fare così.

Il Brasile somiglia a sé stesso: più di ogni altra cosa. La nazione del calcio, del calcio giocato bene, e non c’è spazio per altre. Il trademark d’eccellenza sul calcio ce l’hanno loro e sarà così per sempre. O c’è davvero qualcuno convinto che nel 2026 ci ritroveremo qui a dire che la squadra con il più alto bagaglio tecnico non è quella con i dettagli verdi sulle magliette dorate? Quel che ci resta da capire è se qualcuno sia davvero in grado di fermare la cavalcata degli uomini di Tite. O se, quando ci ritroveremo nel 2026, dovremo allungare questa lista a sette.

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