Condanno ogni violazione dei diritti umani e civili. Indistintamente e indipendentemente da quanto il mondiale in Qatar sta suscitando per le accuse di corruzione (per la modalità di assegnazione) e per le denunce di sfruttamento e di neo-schiavismo.

Ma è pur sempre una condanna alla italiana. Una condanna ipocrita. Perché guardo le partite alla tv con interesse, tifo per l’Argentina (un paese che ha organizzato e vinto un mondiale nel 1978 sotto una dittatura spietata) e mi sto divertendo.

Una condanna simile a quella di un popolo nel cui sangue scorre la doppia morale: quello che diciamo nelle vene, quello che pensiamo (e poi facciamo) nelle arterie.

“Non guarderò il mondiale perché il Qatar non è un paese civile”, sento ripetere spesso, in questi giorni, per le strade del paese che ha, forse, il rapporto tifosi/popolazione più alto al mondo.

Ad un amico, persona stimabile e sostenitore della tesi, ho chiesto provocatoriamente: “Avresti fatto la stessa scelta se a Doha si fosse giocata una finale di Champions tra il nostro Napoli e il Liverpool?”. La risposta: “Per il Napoli avrei fatto una eccezione”. Una risposta sincera, simile a quella che avrebbero dato la maggior parte degli italiani indignati se al torneo avesse partecipato la nazionale del nostro paese o la squadra del cuore.

Perché siamo il popolo del biasimo ipocrita, della denuncia caratterizzata da un interesse collettivo solo nella misura in cui esiste un nostro tornaconto.

Perché l’unica forma di ribellione che pratichiamo non consiste nel protestare o nel cercare di cambiarle, quelle situazioni che non ci piacciono, ma nell’aggirarle, interpretarle a modo nostro, stemperarle attraverso emendamenti e deroghe ad personam.

Perché ogni volta che denunciamo ci dimentichiamo che le regole e i principi valgono per tutti, e questo non significa che debbano essere il risultato di un compromesso, ma, al contrario, che dovrà trattarsi di valori condivisi, nel senso letterale, etimologico della parola: elementi di un patto che tutti dovrebbero impegnarsi a rispettare.

Perché siamo sempre pronti a pensare che sia giusto per gli altri ciò che a noi è sembrato ingiusto.

Perché vogliamo sembrare aperti, tolleranti, civili, evoluti, mentre sotto sotto (come molti altri popoli del resto) alcuni di noi sono tendenzialmente razzisti, conservatori, incivili e forse anche un po’ fascisti.

Perché pensiamo che in fondo, poi, non sia mai colpa nostra.

Ma il top lo si può vedere sulle reti della tv di Stato, tra l’altro la vera espressione del nostro equivoco antropologico, in quei programmi che cavalcano la selettiva indignazione di massa.

In un talk-show serale, per me una vera e propria summa del finto schienadrittismo, ho visto e sentito il calciatore Bernardeschi, definito da un giornalista presente come una delle migliori teste pensanti del mondo calcio, condannare i colleghi che non manifestavano il loro dissenso scendendo in campo in silenzio e ribadendo che “non è così che si combattono queste battaglie”.

Mi piacerebbe chiedere a Bernardeschi se un discorso del genere fu fatto ai suoi compagni e soprattutto ai dirigenti della sua società anche in occasione della finale di Supercoppa Italiana giocata a Gedda, in Arabia Saudita, il 16 novembre 2019 e vinta dalla sua Juventus sul Milan (1-0).

Chissà se Bernardeschi, in quella occasione, abbia ricordato che la situazione dei diritti umani in Arabia Saudita è considerata generalmente lontana dagli standard occidentali e che sotto il comando autoritario della dinastia saudita viene fatta rispettare rigorosamente la legge della dottrina wahhabita (un’interpretazione fondamentalista del Corano).

Chissà se Bernardeschi abbia riferito che, in quel paese, le libertà fondamentali messe nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non esistono e che la pena di morte ed altre pene sono state applicate spesso senza un regolare processo.

Chissà se Bernardeschi abbia fatto presente che l’Arabia Saudita è entrata nel mirino per l’oppressione delle minoranze religiose e politiche, per la tortura dei prigionieri e per l’atteggiamento verso gli stranieri, le donne e gli omosessuali.

A Bernardeschi forse restava da chiedersi cosa abbia spinto la Serie A a scegliere di giocare la Supercoppa italiana in Arabia Saudita.

Forse a Bernardeschi sarà sfuggito che l’accordo, oltre a portare in Italia 7,5 milioni di euro, considerava anche altri aspetti come la visibilità del brand calcistico italiano, che, in una logica di marketing (e quindi di interessi), viene esportato in un mercato ancora non molto esplorato ma con un potenziale enorme.

Nel Cinquecento, Francesco Guicciardini ravvisava la molla che fa scattare tutte le azioni dell’uomo nel cosiddetto “particulare”, cioè nel tornaconto personale, che generalmente corrisponde al benessere materiale del singolo.

Forse Guicciardini, toscano come Bernardeschi, come tifoso della Fiorentina, pur esprimendo il suo dissenso per il mondiale qatariota, avrebbe tifato Serbia.

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