Errori, sviste, contraddizioni, facili verità. Il disastro del Moby Prince (Livorno, 10 aprile 1991, 140 morti) è un intreccio molto italiano, in quanto a difetti. L’ultimo capitolo arriva oggi, 23 anni dopo: la perizia più citata dai pm di Livorno a supporto della richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis conclusa nel 2010 è stata prodotta da un consulente che allora aveva tra i suoi clienti  sia Moby Lines (società erede della Navarma, armatore del Moby Prince) sia Eni, società che controllava Snam, cioè la proprietaria della Agip Abruzzo, la petroliera contro la quale il traghetto si schiantò quella sera. Una perizia, questa, che riguardava proprio la Agip Abruzzo. Un evidente “conflitto d’interessi” denunciano i familiari delle vittime. E ora il Pd – attraverso i senatori Luigi Manconi e Silvio Lai – chiede al ministro della Giustizia Andrea Orlando se non è il caso di far scattare un’ispezione alla Procura di Livorno che ha riaperto il caso e ha indagato per 4 anni – dal 2006 al 2010 – prima di archiviare tutto. Tutto questo mentre Sel e M5s alla Camera e al Senato hanno presentato disegni di legge per la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta. Il procuratore capo di Livorno Francesco De Leo non vuole commentare. Il consulente, Andrea Gennaro, spiega: “Sì, ho avuto collaborazioni con Moby e Eni, ma non mi ricordo se esattamente in quel periodo”. 

Il dossier tecnico delle associazioni dei familiari delle vittime

In un puzzle che fa fatica a prendere ordine questo è l’ennesimo tassello che rischia di finire fuori posto. Prima un processo, concluso senza una ricostruzione convincente nel quale si dette la colpa alla nebbia e alla disattenzione del comandante del traghetto, morto bruciato nella sciagura. Poi una seconda inchiesta, aperta a distanza di 15 anni, terminata con le stesse risposte (nebbia e disattenzione di chi è morto) e l’archiviazione. “I pm di Livorno – ha sempre ripetuto Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby, Ugo – non si sono limitati a dire che quanto avanzato nella richiesta di riapertura delle indagini non fosse provato o probabile. Ma si sono sforzati nel dire che sicuramente era successo quello che hanno detto loro”. Quella richiesta di archiviazione era stata conclusa dal pool di magistrati con accenti decisi. “La morte prematura e improvvisa è umanamente inaccettabile quando la causa appare banale e assurda, ma individuare a ogni costo e senza elementi probatori processualmente spendibili, determinismi e nessi casuali eclatanti, clamorosi e di ‘alto livello’, oltre a dissipare preziose risorse, avrebbe il solo effetto di riaprire ferite peraltro mai rimarginate, di creare illusioni nei vivi, uccidere una seconda volta i morti, fare molte altre vittime innocenti e costituirebbe un pessimo esercizio del servizio giustizia”. Capiamo il dolore, ma non c’è altro da scoprire, dissero gli inquirenti. Per contro la sensazione dei familiari delle vittime ancora oggi è che l’atteggiamento sia sempre stato esattamente il contrario: si è stati garantisti con i vivi e giustizialisti con chi non può più difendersi. Ora quella nota conclusiva dei magistrati rischia di assumere tonalità diverse. Ancora una volta, infatti, il lavoro giudiziario che sarebbe dovuto essere chiarificatore di questa storia rischia di diventare origine del sospetto, di contraddizioni, della sensazione di un’ennesima occasione persa.

La Procura di Livorno nel corso delle indagini aperte nel 2006 e chiuse nel 2010 nomina un consulente per verificare un episodio che solo all’apparenza può sembrare un dettaglio: il significato di una manichetta bruciata attaccata alla cisterna 6 dell’Agip Abruzzo. Non è affatto un dettaglio. La cisterna 6 è di fianco alla 7: quella perforata dalla prua del Moby Prince. Il “mistero” della manichetta è da sempre uno dei punti chiave mai risolti.

Nel 2009 la consulenza viene dunque affidata all’ingegner Andrea Gennaro della Cgm Canepa Gennaro Marine di Genova. Allo stesso indirizzo della Cgm, spiegano i senatori del Pd che citano un dossier preparato dalle associazioni dei familiari, c’è anche la sede dello studio di ingegneria navale e meccanica Sinm, del quale Gennaro è il presidente. Ma quello che salta all’occhio sul sito, dice il dossier, è il portafoglio dei clienti dello studio: tra sigle e loghi, infatti, spuntano anche quelli dell’Eni e del Moby, cioè nella sostanza gli armatori della Agip Abruzzo e del Moby Prince. “Sì, ho collaborato per piccole cose sia con Moby che con Eni” conferma Gennaro al fattoquotidiano.it. Ma disse di queste collaborazioni alla Procura? “Ho sempre detto tutto alla Procura – risponde – anche in questo caso penso di averlo detto. Per Eni lavorai in epoca successiva a quell’incarico, anche se in questo momento non ricordo bene”. Quindi non ha mai avuto la percezione di essere influenzato nel suo lavoro? “Assolutamente no. Tanto è vero che quando partecipai agli interrogatori con i pm l’ispettore del Moby mi vide un po’ come il fumo negli occhi perché ho un po’ la fama di essere inflessibile”.

La circostanza emersa con il lavoro di questi anni dello studio di ingegneria forense Bardazza di Milano e contenuta nel report tecnico consegnato a gennaio dai familiari delle vittime all’allora ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri durante un incontro alla prefettura di Sassari. E ora finita in un’interrogazione dei senatori del Pd Manconi e Lai al nuovo Guardasigilli Orlando e al ministro della Difesa Roberta Pinotti. “Se confermati – scrivono i due senatori – tali rapporti sollevano profondi dubbi sull’opportunità della scelta” di affidare la consulenza tecnica proprio a quell’ingegnere “a causa della presenza di un palese conflitto d’interessi e di conseguenza ne invalidano la relazione”. Alla fine la richiesta al Guardasigilli: un’ispezione alla Procura di Livorno.