Video tagliati, audio non sbobinati, manomissioni, documenti scomparsi, testimonianze cambiate nel tempo. Vuoti d’aria riempiti non solo da dubbi e sospetti. Ma anche da ipotesi alternative, suggestive, alcune fantasiose. Tanto che queste ultime hanno finito per allontanare ulteriormente il raggiungimento della verità sulla sciagura del Moby Prince, di cui oggi ricorrono i 22 anni. Un tempo passato senza un solo responsabile, ma con 140 morti a bordo di una nave diventata bara galleggiante dopo essere entrata in collisione con una petroliera ancorata davanti al porto: Livorno “vide con gli occhi” quella tragedia. Quei video tagliati furono solo arretratezza tecnologica? Quegli audio presto archiviati un’indolenza degli inquirenti? Quei documenti scomparsi, cui si aggiungono ora (dice il Corriere) le registrazioni audio del processo di primo grado, sono una banale cialtroneria dei tribunali? E le testimonianze che sono cambiate nel tempo sono state un semplice ritorno di memoria dei personaggi chiamati da pm e giudici? Oppure non è vera nessuna di queste cose?

Scrivono i pm nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis (2010): “La morte prematura e improvvisa è umanamente inaccettabile quando la causa appare banale e assurda, ma individuare a ogni costo e senza elementi probatori processualmente spendibili, determinismi e nessi casuali eclatanti, clamorosi e di ‘alto livello’, oltre a dissipare preziose risorse, avrebbe il solo effetto di riaprire ferite peraltro mai rimarginate, di creare illusioni nei vivi, uccidere una seconda volta i morti, fare molte altre vittime innocenti e costituirebbe un pessimo esercizio del servizio giustizia”. Replica Angelo Chessa, figlio del comandante: “Loro non si sono limitati a dire: non siamo riusciti a trovare elementi in più, non abbiamo trovato altre prove, non possiamo andare oltre quanto già hanno deciso i tribunali. No: loro hanno detto che quanto hanno ricostruito è quanto è successo, dopo indagini che noi stiamo ripercorrendo e si stanno dimostrando quello che sono state”. Il procuratore capo di Livorno, Francesco De Leo, replicando all’ex collega Pietro Grasso, è sicuro: “Noi pensiamo di aver fatto chiarezza, nessun commento su altre dichiarazioni”.

Gli audio: quell’ultima richiesta di aiuto
I due fatti nuovi, per esempio, sono usciti dalla controinchiesta condotta dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano (su incarico dei figli di Ugo Chessa). Da una parte l’identificazione di Theresa, la “nave fantasma” che mezz’ora dopo la collisione si allontanò a tutta velocità dall’area dell’incidente. I periti dello studio Bardazza ci sono riusciti semplicemente ottimizzando il suono di registrazioni dei canali di comunicazione del porto che erano lì da 22 anni, che erano lì anche durante le due inchieste. Dall’altra un’ultima comunicazione partita dal Moby e isolata su un canale diverso da quello d’emergenza. “Aspettiamo qui” si sente dire da una voce non concitata, ma nasale, come se chi parlasse si mettesse la mano a chiudere il naso. E ancora: “Non ci sente nessuno” dice la stessa voce, forse sconsolata.

In effetti il Moby Prince non lo sentì nessuno. A partire dall’uscita del traghetto dal porto, subito dopo aver mollato gli ormeggi. Il marconista del traghetto, Giovanni Battista Campus, che 4 mesi prima è uscito indenne dal naufragio di una portacontenitori, alle 22.22 chiama Livorno Radio per effettuare una chiamata telefonica ad un fornitore. Nessuna risposta. Ci riprova un minuto dopo, ma il segnale arriva debolissimo. “Oh Moby Prince da Livorno, proviamo canale 61 – è la risposta – ma ti sento debolissimo eh”. Tanto debole che il mayday delle 22.25 non viene sentito da nessuno: “Mayday mayday Moby Prince, siamo in collisione…”, poi le parole si fanno disturbate. E ancora: “Siamo in collisione prendiamo fuoco! Mayday mayd…”. La parola resta tronca, nessuno risponde. I soccorsi partiranno solo quando arriverà l’sos dell’Agip Abruzzo, un minuto dopo. Nessuno, per ore, cercherà il traghetto appena sfilato davanti alla Terrazza Mascagni, il lungomare di Livorno. Restano solo domande: le inchieste precedenti hanno cercato indizi su tutti i canali radio attivi quella notte? Perché i periti di uno studio di ingegneria sono arrivati laddove potevano arrivare periti e consulenti negli ultimi 22 anni? Perché non sono state acquisite, per esempio, le registrazioni dell’Aeronautica (l’aeroporto di Pisa è a 20 chilometri) che potevano aver captato altre voci?

I video: la tragedia finisce nel video, “ma manca un pezzo”
Le ombre si allungano anche sui video, immagini preziose eppure deteriorate. Non solo dal tempo, non solo da tecnologie che – oggigiorno – sembrano archeologia. Il primo è quello più noto, girato da uno dei passeggeri, Angelo Canu, salito a bordo con la famiglia. Le immagini della sua telecamera – arrivate intonse per miracolo nelle mani degli investigatori – mostrano i Canu nell’attesa della partenza in sala Deluxe, dove mangiano un gelato, e poi la “scoperta” della cuccetta nella quale attenderanno il porto di Olbia. Ilenia (un anno) e Sara (cinque) sorridono. Il video si interrompe bruscamente mentre si sente un boato mai identificato. Ma secondo l’inchiesta bis il nastro non è mai stato tagliato intenzionalmente. In realtà fu necessario tagliarlo perché il reperto era rovinato per via del calore. Furono gli investigatori, insomma, a essere costretti a tagliare il nastro. In ogni caso mancherebbe solo un piccolo fotogramma dopo che il nastro è stato ricongiunto artigianalmente. Non solo, dicono i pm: non è detto che il “pezzo mancante” contenesse immagini significative sulle cause alternative della tragedia. Ma neanche questo, hanno precisato i magistrati, fu un sabotaggio delle indagini.

L’altro video che pare tagliato e rimontato è quello di Nello D’Alesio, un operatore portuale (tra i più importanti a Livorno, commercia petroli e carburanti). Il suo filmato è stato realizzato da terra. Secondo lo studio Bardazza (che sta conducendo una controinchiesta su mandato dei figli del comandante Ugo Chessa) potrebbe indicare che il traghetto abbia infilato la sua prua nella cisterna 7 dell’Agip Abruzzo, mentre la petroliera aveva la prua diretta a sud e non a nord come invece ha sostenuto (confermato) la Procura tre anni fa.

In ogni caso, c’è un passaggio in quel video che dà l’impressione di saltare qualche minuto. D’Alesio ha la telecamera puntata e la radio accesa. Così si sente il dialogo tra il comandante della Agip Napoli (altra petroliera in rada) Vito Cannavina e la Capitaneria. Sono passati 9 minuti (22.35) dopo la collisione: “Avanti pure Agip… Nave Napoli co… Sul canale 13”. Il vhf di D’Alesio si sposta sul 13 e lì si sente solo l’inizio della conversazione con il comandante Cannavina: “Oh buonasera guardi sono il comandante, dunque non so se avete capito il messaggio della Agip Abruzzo!”. E dal porto: “Affermativo sì sì, s’è incendiata credo ad un paio di miglia mi è parso di capire qui in rada, cambio”. Ancora Cannavina: “Evidentemente voi non avete ancora capito la gravità della situazione eh! Perché io ci sono ad un miglio e mezzo e sto vedendo quello che succede là eh! La nave è tutta a fuoco!”. Gli operatori della Capitaneria chiedono maggiori spiegazioni: “Guardi, se può riferirmi con più precisione quello che succede lì fuori, cambio”. La risposta non si sente. Perché se le immagini sembrano non “saltare” (ma in gran parte sono scurissime, perché è ormai notte), l’audio prosegue con la voce di Renato Superina, il capitano della Agip Abruzzo, registrata alle 22.36: “Sembra una bettolina quella che ci è venuta addosso!”. Tanto che il figlio di D’Alesio esclama: “Una bettolina? Ma allora è la nostra!”. Peccato che le due voci non fossero sullo stesso canale perché Superina parlava sul canale 16 (quello d’emergenza) mentre Cannavina sul 13. Cosa vide Cannavina? 

I documenti scomparsi: il rapporto della Finanza e il giornale di bordo
E ancora. I documenti scomparsi. Due per tutti. La relazione del capitano Cesare Gentile (ufficiale della Guardia di Finanza impegnato su una motovedetta impegnata nei soccorsi) che davanti ai giudici del tribunale di Livorno, nel processo di primo grado, aveva parlato con precisione delle operazioni di carico e scarico di armi, che erano in corso nel porto da una nave mercantile “militarizzata” (come la Gallant II, cioè Theresa). Quel rapporto scomparve e i pm non ascoltarono né Gentile né gli altri finanzieri sulla sua motovedetta. La Procura è convinta con l’inchiesta bis di aver risolto quel presunto “mistero”. Nessuna sparizione. Ma di questo Carlo Palermo (che rappresenta i Chessa) continua a non essere convinto: i documenti ritrovati hanno una data diversa, sono senza timbro del palazzo di giustizia, non contiene alcuni estratti, ci sono appunti a penna… L’altro documento scomparso ha una storia ancora più facile perché ebbe vita ancora più breve: il giornale di bordo dell’Agip Abruzzo fu lasciato dal comandante, dall’equipaggio e dagli inquirenti sulla petroliera, finché – tre giorni dopo – non fu trovato bruciato dopo una nuova esplosione avvenuta il 13 aprile.

Le parole del mozzo
A esempio delle testimonianze mutate nel tempo quella del mozzo, Alessio Bertrand, l’unico superstite del Moby Prince. All’inizio dell’inchiesta non parlò mai di nebbia. Ma solo dopo un mese. Mentre l’Avvisatore Marittimo – che registra ingressi e uscite dal porto – scriveva: “Condimeteo, ore 22,27: visibilità 5-6 miglia”. Non fu la prima volta. Appena recuperato dall’acqua dopo essersi lanciato dalla poppa del Moby Prince gli ormeggiatori del porto Mauro Valli e Walter Mattei gridano alla radio: “CP siamo alla tua sinistra punta sulla nave per favore che c’è altra gente che ci dice questo naufrago che abbiamo raccolto”. Ma dopo un quarto d’ora, in cui avevano fatto notare che la Cp (la vedetta della Capitaneria) stava indugiando, si correggono: “Il naufrago ha detto sono tutti morti bruciati”.

I verbali dei processi
Prima delle registrazioni delle udienze del processo di primo grado erano scomparsi i verbali. Si trovavano insieme a quelli del processo d’appello (che condannò solo il terzo ufficiale dell’Agip Abruzzo) e appartenevano a una delle associazioni dei familiari delle vittime, la “140”, presieduta da Loris Rispoli, fratello di Liana, 29 anni, che lavorava alla boutique di bordo. In tutto sette scatoloni che si trovavano mischiati tra tanti altri faldoni presenti nei magazzini comunali. “Non è un gesto che ha un significato concreto – spiegò Rispoli – Ma è un gesto simile alle inutili manomissioni a bordo del Moby Prince sotto sequestro”.

La manomissione del timone
Appunto. La manomissione al timone sulla quale è stato anche celebrato anche un processo. Il nostromo Ciro Di Lauro si autoaccusò di essersi introdotto nella carcassa del traghetto per danneggiare un pezzo del timone e di aver agito insieme al tecnico alle manutenzioni di Navarma (armatore del Moby di proprietà della famiglia OnoratoPasquale D’Orsi. Lo avrebbero fatto per orientare la leva in sala macchine da manuale ad automatico in modo da addossare l’intera responsabilità della vicenda alla plancia di comando del traghetto. Il pretore di Livorno assolse entrambi: certo, furono loro a manomettere il timone, ma non servì a niente perché i periti non furono mai tratti in inganno. Deprecabile, ma non punibile.